Il paese più fragile
tra prefiche del maltempo
e selfie del ministro

Il coccodrillo piange ancora. Se non ci fossero di mezzo i morti, le fabbriche chiuse, le case abbandonate, le strade crollate, i comuni isolati sarebbe facile rifugiarsi nell’ironia violenta e mandare a quel paese le tante prefiche che da giorni ripetono in diretta tv il rosario delle calamità, quello delle campagne abbandonate, dei monti senza cura, dei fiumi discarica, delle villette abusive a due passi dal torrente: parole giuste, anzi sante, per carità, ma che pronunciate il giorno dopo e mai quello prima, hanno il sapore della beffa. E che dire della tempesta perfetta, della pioggia che mai così tanta e così forte, come le onde, anche quelle così tante e così forti da rompere un porto. Rompere un porto? Ma che diavolo sta accadendo? Chissà se le prefiche del day after, tra un grano e l’altro, si pongono questa semplice ma inquietante domanda. Eppure è proprio questo l’interrogativo che dovrebbero ripetere, a rosario, non solo le prefiche, ma tg e quotidiani e il mondo politico intero. Perché qualcosa sta succedendo. Anzi, è già successo.

E’ successo ad esempio che il nostro, a differenza di molti altri, sia un Paese fragile, molto fragile. Perché stretto e lungo, come ci insegnano alle elementari, e perché molto giovane, come spiegano nei corsi di geologia: un territorio con montagne molto alte, spesso a ridosso del mare o intorno a pianure circondate come Napoleone a Waterloo. “Sui circa trenta milioni di ettari del territorio nazionale – spiega Walter Palmieri, ricercatore presso l’Istituto di studi sulle società del Mediterraneo del Cnr – le zone superiori ai settecento metri, quelle che secondo la definizione Istat sono da considerarsi “montagna”, rappresentano il 35,2 per cento del totale e se sommiamo il 41,6 per cento di territorio formato da colline, si giunge a una percentuale di circa il 77 per cento di aree non pianeggianti con “acclività” che sono abitualmente superiori al 25 per cento”. In queste condizioni, geometriche e geologiche, qualunque pioggia di media intensità può trasformare l’acqua di un torrente in un devastante tsunami capace di travolgere tutto quello che trova e che incontra.
E’ successo, già successo, che in questo Paese fragile di natura, e naturalmente a rischio, i suoi abitanti abbiano rimosso (freudianamente, verrebbe da dire) il concetto di pericolo, sviluppando una fantastica rete di Protezione Civile, una delle migliori al mondo dicono, ma non una cultura e una politica della prevenzione, a conferma che siamo maestri nel correre dopo, mai nell’agire prima.

Secondo il ministero dell’Ambiente oltre la metà degli italiani vive in aree soggette ad alluvioni, frane, smottamenti, terremoti, fenomeni vulcanici e, giusto per gradire, persino maremoti. In questo esatto momento, dice la Protezione civile, l’82 per cento dei comuni (contati fanno 6631) si trova in aree a elevato rischio idrogeologico. In base ai calcoli dell’Ispra, 1.905.898 persone sono esposte al rischio di un’alluvione di pericolosità elevata e 5.842.751 ad alluvioni di pericolosità media. E in quelle stesse zone ci sono 7100 strutture scolastiche e 550 ospedaliere: avete letto bene, migliaia di scuole e centinaia di ospedali costruiti nel posto sbagliato.
La storia dei disastri sotto casa non è nuova. La prima inondazione italiana di origine
certificata riguarda il Tevere e avvenne 414 anni prima della nascita di Cristo. La novità dunque non sono i disastri naturali che colpiscono l’Italia (se avvengono in tutto il
mondo, perché non dovrebbero capitare anche qui?), ma la frequenza con cui si verificano. E che non sempre emerge agli occhi dei media. “Gli episodi di dissesto idrogeologico di minori dimensioni, con minori vittime ma con un impatto disastroso sul territorio e sulle sue economie, sono frequentissimi”, dice ancora Palmieri. “Case abbattute, terreni allagati, strade e ferrovie distrutte, paesi isolati, sono fenomeni che si verificano puntualmente ogni anno in varie zone della penisola. Possiamo dire che non vi è stata nessuna provincia in cui negli ultimi settant’anni non si sia mai verificata almeno una frana o un’inondazione”.

E’ successo, già successo, che nella totale assenza di una cultura delle prevenzione la politica abbia ignorato se non avallato – con condoni e distrazioni – la costruzione rapida, spesso abusiva, di case, capannoni o interi quartieri, moltiplicando, di fatto, il peso di un rischio naturale e già esistente Negli anni del boom economico, ma anche dopo, si costruisce dove si vuole e quanto si vuole. Peccato che gli effetti del cemento facile siano duplici. Il primo è quello di aumentare le conseguenze catastrofiche di frane e alluvioni, perché con un’urbanizzazione fuori controllo diventa sempre più frequente, proprio nelle zone a rischio, la presenza di insediamenti a forte densità abitativa. Il secondo è quello di trasformare il terreno naturale in uno sterminato telo impermeabile.

Ogni secondo che passa ci sono, in Italia, otto metri quadrati di terra che vengono coperti da asfalto o cemento: soltanto a leggere questa frase ne abbiamo già rivestiti una ventina. Il guaio è che, come hanno scritto il Fai e il Wwf in un documento congiunto del 2012, “un ettaro di suolo, se non cementificato, trattiene spontaneamente 3,8 milioni di litri d’acqua”. E’ una quantità enorme: “Per portar via l’acqua non trattenuta da quell’ettaro, ci vorrebbero 143 tir, una coda in autostrada lunga quasi due chilometri”.

Calogero Cannella, presidente dell’Ordine dei geologi della Sicilia, afferma: “A causa della impermeabilizzazione abbiamo perso tra il 2009 e il 2012 una capacità di ritenzione pari a 270 milioni di tonnellate d’acqua che, non potendosi infiltrare nel terreno, deve essere gestita producendo costi che non sono solo ambientali, ma prettamente economici. La vera causa del dissesto va ricercata non tanto nei millimetri d’acqua caduti in un giorno o in un mese, ma nel consumo di suolo che ha reso il territorio talmente fragile da crollare, franare, allagarsi”. Morale della favola? Se vogliamo contenere il dissesto idrogeologico, anziché favorirlo, dobbiamo cominciare a fare i conti con questa immensa quantità d’acqua che va gestita, non certo ignorata. Magari attraverso una seria legge sul consumo del suolo. Che non significa smettere di costruire, ma farlo solo quando serve davvero e dove davvero si può. E soprattutto, sempre e soltanto con un’adeguata infrastruttura per lo smaltimento delle acque meteoriche.


Infine sta succedendo – proprio adesso, proprio ora – che quello che avete letto fino a questo punto non sia che un prequel, una breve anteprima di un film assai più drammatico e terribile: già, perché i cambiamenti climatici indotti dall’uomo, una realtà che ormai soltanto Donald Trump e pochi altri (ne abbiamo in mente uno) si ostinano a negare, non faranno che rendere ancora più intensi e violenti quei fenomeni di ordinario maltempo che più volte hanno messo in ginocchio un Paese come il nostro, fragile per natura ma anche debole per cultura ambientale e azione politica.

Da questo punto di vista, le frasi e i selfie di quel tizio in gita nel Veneto alluvionato ben rappresentano il difficile rapporto che l’Italia ha sempre avuto con il proprio territorio: parlare di “ambientalisti da salotto” dopo quello che è accaduto dalle Dolomiti alla Sicilia significa non comprendere né la debolezza del proprio Paese, né la forza dei mutamenti globali che lo stanno minacciando. Sembrava Alberto Sordi, purtroppo è un ministro.