Le parole per dire la differenza che ci abita. “Caratteri”, i versi di Terzago

Nonostante ci sembri di vivere da sempre in un mondo in cui ogni cosa è organizzata secondo un principio di efficienza tecnologica, l’industrializzazione è un fenomeno recente, in costante evoluzione. Negli ultimi decenni, il modello imprenditoriale si è diffuso sempre di più dalla produzione industriale alla cultura umanistica. Lo testimoniano i bilanci dei dipartimenti universitari, impegnati a dimostrare ogni anno l’“utilità”, lo scopo dei saperi, per poter ottenere fondi.
La domanda sull’utilità dei saperi può avere anche dei risvolti positivi: è diventato ad esempio difficile portare avanti una concezione elitaria della cultura, che difende un canone stabilito di autori senza considerare il loro valore simbolico in relazione all’attualità e ad un pubblico più ampio.

L’utilità della poesia

poesiaL’alfabetizzazione di massa, che si accompagna all’industrializzazione, ha portato nuove richieste da parte dei lettori, spesso non più filologi eruditi, ma manager, impiegati, professionisti negli ambiti più diversi. In questo contesto, dimostrare quale sia il senso, l’“utilità” della poesia, diventa un’impresa quasi disperata. Ed è qui che, paradossalmente, bisogna ritirarsi dalla sfida.
Non perché la poesia non abbia senso, ma perché il suo potere generativo è quello di creare ponti. Non si tratta dunque di dire a cosa “serve” qualcosa, ma dimostrare come forme di vita diverse, che possono sembrare quasi incompatibili, si rispecchino l’una nell’altra.

“Vedi lipscén le stelle”

Così, leggendo la prima poesia di Caratteri (2018), raccolta di Francesco Maria Terzago, si entra in un continuo processo di decentramento, che può dare le vertigini, ma anche farci sentire parte di una solidarietà che tutto attraversa: “Mia nonna mi chiamava tesoro, lipscén / diceva e mi appoggiava una mano sulla testa / e mi diceva che era stanca. Vedi lipscén le stelle / che sono sopra di noi, il cielo l’universo che / non ha confini pensa – a tutte le cose che ci sono / dentro pensa agli anni che ci separano e pensa / a quante persone, in questo preciso momento, / ed è possibile che sia così – tesoro, lipscén – si / staranno parlando delle stesse cose, e ci sarà una / brutta donna come me che piange dicendo al nipote / cose come queste”.

La stanchezza e l’infinito

poesia universoL’affetto della nonna, rievocato nella memoria, è pari solo alla sua stanchezza. Si tratta tuttavia di una stanchezza generativa, che consente l’accesso alla visione cosmica, ad uno spazio lontano dalla possibilità di azione ma non per questo meno vicino al pensiero. Attraverso la climax, si espande la visione dell’infinito: “le stelle / che sono sopra di noi, il cielo – l’universo che / non ha confini”. A sua volta l’infinito non si risolve in una fredda, astratta visione, ma si popola della molteplicità vivente (“pensa – a tutte le cose che ci sono / dentro”).
La distanza spaziale evoca per analogia quella temporale, gli anni che separano i due esseri umani a colloquio, la nonna e il nipote, alludendo così ad una dismisura non più cosmica, ma esperenziale.

La distanza di anni è infatti poca cosa sulla scala dell’universo, ma enorme sul piano umano. Questa ritrovata concretezza, nata da una preliminare contemplazione dei limiti dell’uomo di fronte al cosmo, si fa a sua volta mito: non si tratta infatti solo di un nipote e una nonna a confronto con le loro irripetibili esperienze, ma anche di una scena destinata a ripetersi (“ci sarà una / brutta donna come me che piange dicendo al nipote / cose come queste”.

Siamo tutti in cammino, dice la poesia

Foto di Joseph Redfield Nino da Pixabay

Due esseri umani, uno all’inizio e uno alla fine della vita, che cercano il dialogo nonostante l’incommensurabilità che si portano dentro e che li circonda. Due esseri umani che forse proprio grazie a questa incommensurabilità possono dialogare, restare affascinati l’uno dall’altro.
I versi di Terzago continuano con delicatezza a mescolare le immagini, seguendo un filo emotivo mai ridondante: “Lassù vorticando su delle / pietre azzurre come la terra – che è una pietra azzurra / anche se il suolo è velenoso e non devi mettertelo / in bocca quando fai i tuoi giochi, mi raccomando / lipscén, tesoro, e pensa che siamo degli atomi / tenuti assieme senza un apparente motivo, perché / siamo fatti così? / Fatto sta che lo siamo. E che / questi atomi ci saranno sempre, – questi atomi / ci saranno, anche quando io non ci sarò più”.
La poesia non serve, dunque. O forse serve a ricordarci che siamo tutti in cammino, attraverso il tempo e lo spazio. Continuamente in dialogo con la differenza che ci abita.

Francesco Maria Terzago, “Caratteri”, Vydia Edizioni, Montecassiano (MC), 2018.