Le parole di Grasso
gli slogan di Renzi

Una delle parole più usate da Pietro Grasso nel suo discorso di investitura è futuro. Le altre due sono noi e inclusione. E’ significativo che un uomo che per età anagrafica apparterrebbe, secondo la vulgata degli ultimi anni, al mondo dei rottamandi guardi avanti e non indietro e voglia mettere la propria passione al servizio di quei giovani ai quali il futuro rischia di sfuggire di mano e di quei meno giovani che si sentono esclusi e il futuro forse lo hanno già perduto.

Certo, è difficile dire oggi quale esito avrà questa sfida che è partita da Roma,  quali energie mobiliterà e quindi che peso elettorale potrà avere. Ma una cosa si può dire già oggi: dal palco dell’Atlantico si sono sentite parole nuove dette in modo nuovo, si sono ascoltate storie nuove spesso dimenticate, si sono visti volti nuovi che erano stati nascosti. Si sono affacciati pezzi di società che erano stati sbattuti in ultima fila. Non basterà solo questo a fondare una nuova forza politica, a dargli la spinta propulsiva per diventare un grande e credibile progetto di cambiamento. Ma le premesse ci sono.

La sensazione è che domenica sia avvenuto un cambio di passo. Né rancore né nostalgia, ha detto il presidente del Senato presentandosi come l’interprete di quella forza tranquilla di cui da tempo ha bisogno l’Italia ( leggi qui il discorso integrale). Niente effetti speciali. Niente concessioni a promesse retoriche e roboanti. Niente trionfo dell’io ma un culto vero per il noi, per quelle donne e per quegli uomini che vorranno mettersi in marcia in questo difficile viaggio. Niente facilonerie, insomma, ma un certo ottimismo della volontà che, come diceva Antonio Gramsci, è una spinta per cambiare le cose.

In questa nuova narrazione tornano i soggetti per i quali è nata la sinistra: gli ultimi, i meno fortunati, quelli che soffrono per le disuguaglianze, quelli che si sono impoveriti per una crisi terribile e quelli che erano già poveri e oggi lo sono di più. Anche il nome, Liberi e Uguali, è il segno di questo mutamento: inclusione e non separazione, insieme e non ciascuno per conto proprio. Perché senza libertà e senza uguaglianza non ci sono diritti. Non c’è diritto al futuro, ma solo sottomissione e sfruttamento. Pietro Grasso, con un linguaggio misurato e senza asprezze, è riuscito a lanciare un messaggio a quel grande mondo che cerca una nuova casa dopo la sbornia liberista e dopo la grande delusione che ha creato il deserto nelle cabine elettorali. Ora si tratterà di vedere se e in che misura quel messaggio verrà raccolto.

Questo in poche parole è accaduto domenica. Si può essere d’accordo o meno, nutrire speranze o essere delusi, pensare che sia una grande sfida o solo un grande errore. L’unica cosa che non si può fare è pensare che non sia successo nulla. Eppure sembra questa la strada imboccata dal Pd e dal suo segretario. Come se la scena fosse sempre la stessa, Matteo Renzi ha ripetuto il medesimo copione: ha cercato di derubricare l’impegno di Grasso a prosecuzione del dalemismo con altri mezzi,  agitando ancora il fantasma di D’Alema che sembra ormai diventato la sua ossessione; ha insistito sul voto utile come se fosse rimasto ormai l’unico argomento del Pd in questa campagna elettorale; e ha ripetuto la favola del favore che si farebbe a Berlusconi e a Salvini votando per la sinistra. Dimenticando, ovviamente, che se Berlusconi e Salvini sono tornati al centro della scena qualcosa di storto il Pd deve averlo fatto in questi quattro anni.

Insomma, niente di più che vecchi slogan ormai consumati dal tempo e dalla noia, che sembrano tradire però una certa preoccupazione. Speriamo che nel Pd ci sia ancora qualcuno in grado di capire che è cambiato il terreno di gioco e che davanti a un uomo come Grasso si rivelano fasulli i vecchi slogan sui comunisti trinariciuti, sul gettone nell’Iphone, sui gufi e sui rosiconi. Nell’anniversario della grave sconfitta del referendum costituzionale del 4 dicembre del 2016 sarebbe più sensato fare i conti con i propri errori e cercare di capire come cambiare per affrontare i tempi nuovi e in che modo cercare di favorire un possibile ritrovarsi, anche dopo il voto, con chi se ne è andato dal Pd. Sarebbe meglio smetterla di cullarsi nella grande illusione di essere ancora il giovane sindaco di belle speranze alla conquista del Palazzo d’Inverno. Per dirla parafrasando una sua celebre battuta: Renzi, esci da questo tweet.