Alla ricerca dei suoni perduti, le nostre “Radici” in un film pieno di magia

Con le cucine delle nonne buttammo via anche i nostri suoni, già sacrificati sull’altare di una lingua imposta dal fascismo come istituzione totale. Quei suoni mescolavano la musica che corre internamente ad ogni “dialetto” con quella che sgorgava dalle gole delle lavoratrici e dei lavoratori, nei campi come negli altri luoghi di lavoro, nelle case, ai funerali, alle feste.

Restammo muti, in prestito ad una cultura che sembrava garantire una comunità più larga dei nostri campanili e, nemmeno tanto in fondo, più potere. Avevamo perso la guerra, ne avevamo viste e sentite tante, non belle. Si doveva svecchiare, andare più veloci, e c’era un mare di suoni che stava attraversando l’oceano Atlantico assieme agli Alleati, e piaceva, aveva il ritmo giusto, pareva che quanti lo avessero adottato si sarebbero sentiti nuovi, innocenti, mai sconfitti.

I suoni perduti

Una omologazione global in anticipo ma tremendamente convincente, sexy, desiderabile. Così smettemmo di ripetere a memoria le canzoni dei nonni, quelle che a loro volta i nonni avevano appreso dai loro parenti. Interrompemmo il filo. Eravamo nella necessità di produrre questa frattura, nessuna colpa.

 

Tarantella registrata da Alan Lomax

Ma siccome è bellissimo sapere di noi, di quale materia siamo fatti, cosa ci piace e cosa no, che storia abbiamo alle spalle e soprattutto quante storie ci lasciamo indietro, così come siamo, compressi in un DNA che si costruisce incessantemente sommando esistenze a esistenza… E fa bene, questo piacere, fa star bene.

Forse per questo – non credo ma è divertente immaginarlo – in queste frazioni della storia in cui i rami della continuità si spezzano, si sviluppano nuovi anticorpi che lottano contro la dimenticanza, la restrizione dei campi di coscienza attiva. Sono cucitori di lacerazioni, ponti di barche tra passato e presente che ti riconnettono ai nonni e ai loro linguaggi, roba tua, importante, utile al tuo equilibrio mentale.

Con Ernesto De Martino e Diego Carpitella, Alan Lomax è pilastro di questa medicina anti-Alzheimer di massa che conta per fortuna un buon numero di sostenitori e di bravi emuli. È il 1954: un registratore, tante bobine, carta, microfono e via nelle case più sperdute del Salento, della Sicilia, del Friuli, della Calabria, della Lucania, della Liguria e della Toscana. Parlando con gente dai capelli bianchi, fotografando, registrando motivi, voci, contesti, cercando i capi di quei fili spezzati.

L’avventura della ricerca

Grande vicenda, da raccontare, e qualcuno in passato ci ha provato, meritava un film non facile e lo ha avuto: ecco, “Radici – Viaggio alle sorgenti della musica popolare italiana” scritto e diretto da Luigi Faccini e Marina Piperno, entrambi ben dentro la storia del cinema italiano. L’idea è venuta a Marina, poi hanno lavorato assieme.

Avevano tra le mani la vicenda professionale e umana di due giganti della scienza etnomusicale, Lomax – se molto blues non è “morto” lo si deve proprio a lui – e Carpitella, discepolo di De Martino. Entrambi, assieme a bordo di un pulmino, a spasso per l’Italia, da Nord a Sud. Soprattutto, una enorme avventura, perché lo scopo è la ricerca che tiene spazio e tempo, e il risultato non è scontato, e la gioia è la scoperta di una ninna nanna che nessuno aveva mai ascoltato, come si dice, a memoria d’uomo.

Il film poteva essere bello e noioso, così come quando si cede al potere del didascalismo, e invece no. Forse grazie a questo nobile “trucco”: Faccini crea due percorsi paralleli, uno – in bianco e nero – insegue i filmati d’epoca in gran parte dell’Archivio Luce mostrando tappe e percorsi di Lomax e Carpitella, un secondo – a colori – in cui si illumina quanto oggi di quelle radici poetiche sia in uso, magari adattandolo.

Il senso magico del lavoro

Dai Tenores a Ambrogio Sparagna. Ma di più. Perché lo stile sempre disincantato, nervoso, vitale di Faccini è riuscito a restituirci di quella ormai lontana avventura un senso quasi magico, pur operando con materiale d’archivio: immagini e sceneggiatura collaborano a mostrare la lievità felice di quel lavoro di ricerca. Il film mostra, cioè, che il lavoro, quando è motivato da bruciante passione, è bellissimo, attraente, vivo, divertente anche mentre inghiotte grandi quantità di energie.

Suoni del Salento

Ed è un lavoro di ricerca tutt’altro che semplice, richiede enorme sapienza e memoria sotto il titolo sofisticatissimo di “etnomusicologia”. Eppure, segui quei due grandi salire e scendere dal pulmino in bianco e nero e vedi soprattutto due “ragazzi” felici di fare quel che stanno facendo in un campo che oggi meno di ieri garantisce successo, denaro, fama. Li muove un sapere che non conta sul mercato e non è figlio del mercato: il piacere, di conseguenza, è garantito, e si vede.

Dovrebbero far vedere questo film ai ragazzi delle scuole. Contiene almeno un paio di morbidissime lezioni che possono rendere meno dura l’esistenza. “Radici” è stato recentemente proiettato con grande successo all’Auditorium di Roma. Prossimo appuntamento, il nove ottobre alle ore 21 al cinema Aquila della Capitale.