Le migrazioni favoriscono l’evoluzione

Charles Darwin parla molto e bene delle “migrazioni” per i mari, le terre e le atmosfere del pianeta, utilizza il termine decine e decine di volte in “The Origin of Species” (1859), quasi mai invece poi in “The Descent of Man” (1871). Praticamente alla fine del suo straordinario fondamentale saggio sulla selezione naturale e l’evoluzione accenna anche alla “teoria”: “tutti i grandi fatti essenziali della distribuzione geografica sono spiegabili con la teoria della migrazione (migrazione, perlopiù delle forme dominanti) seguita dalla variazione e dalla moltiplicazione di nuove forme”.

Connette in modo frequente e argomentato le capacità migratorie diverse delle specie con molte dinamiche della selezione naturale e delle nuove speciazioni, dando notevole ruolo anche alle migrazioni fortuite (in larga parte proprio di individui di specie che non ne erano capaci), a esempio tramite “occasionali mezzi di trasporto” o “preesistente ponte di terra”.

Lunedì 12 febbraio è stato il Darwin Day. La sua “teoria” migratoria è in qualche modo desumibile, pur non chiaramente descritta e pur storicamente determinata dallo stato delle scienze fisiche e biologiche 150 anni fa. Dovremo tornarci su (anche attraverso la nostra rubrica). Intanto segnalo che la biologia evoluzionistica ha solo di recente cominciato a offrire adeguata coerente attenzione alle stimolanti opinioni di Darwin sul migrare delle specie, alla parzialità (inevitabile) di opinioni di Darwin sul migrare degli umani, al ruolo evoluzionistico sempre più evidente delle migrazioni rispetto a genetica ed ecologia, ai cambiamenti genetici e ai cambiamenti ecologici. Giustamente la discussione (e talora la contrapposizione di teorie) si è concentrata nel secolo scorso sulle spiegazioni della distribuzione di specie diverse (o della stessa specie) in ecosistemi lontani, su come quando dove perché si determina una nuova specie, sul meccanismo della selezione naturale. Tuttavia raramente si è sottolineato un dato strutturale e fondante: sono le migrazioni a non rendere chiusi gli ecosistemi e i loro equilibri, rigidi i genomi e la riproduzione dei geni.

Come è noto, Darwin prese molte indicazioni dal suo lunghissimo viaggio intorno al mondo. Uno degli luoghi ove trovò più spunti furono certo le Galapagos (a largo dell’Ecuador, era il settembre-ottobre 1835), un ecosistema-arcipelago composto di tante (bio) diverse isole. Uno dei casi che gli fu sottoposto e lo incuriosì è quello dei famosi “fringuelli”, esempi di adattamento alle condizioni ecologiche locali, di diversificazione e speciazione a partire da un antenato comune. E su di loro la ricerca è continuata con entusiasmanti affascinanti risultati.

Appartengono alla sottofamiglia delle Geospizinae e costituiscono oggi almeno 14 specie diverse endemiche delle isole Galapagos, ad eccezione di Pinaroloxias inornata che si trova solo a Cocos Island, a sud-ovest del Costarica. Hanno occupato diverse nicchie ecologiche, dall’ambiente terricolo a quello arboricolo; la principale caratteristica che ha consentito, e tuttora consente, una forte specializzazione ecologica è la morfologia del becco, con connesse modalità canore e riproduttive. Due persone eccezionali, gli inglesi coniugi (dal 1962) Peter (1936) e Rosemary (8.10.1936) Grant, docenti di biologia alla Princeton University, ne seguono l’evoluzione dal 1973, con lunghe campagne di osservazione e monitoraggio, sei mesi ogni anni trascorsi in tenda su Daphne Major e altre isole. Hanno scritto libri, saggi, continui aggiornamenti sulla loro coraggiosa (e quasi cinquantenaria) esperienza. Nel 2017 hanno pubblicato un articolo su Science, “Watching speciation in action”.

Se vi capita cercate i loro testi, ci narrano come osservare l’ambiente che ci circonda con curiosità e scienza, le piccole novità di ogni giorno e le mutazioni di più lungo periodo. Ebbene, fra le tante cose, sembra che sia bastato l’arrivo fortuito di un singolo individuo maschio emigrato da (più o meno) lontano e immigrato appunto sull’isola di Daphne Major per creare le condizioni di una nuova specie di fringuelli, entro pochissime successive generazioni di incrocio (ibridazione) con la “precedente” specie. La “migrazione” (non solo di gruppo, anche individuale) è un essenziale continuo fattore evolutivo, impatta sia sulla selezione naturale che sulla biodiversità (dell’ecosistema di partenza, dell’ecosistema di arrivo, dell’ecosistema globale). Essere mobile (praticamente ogni individuo vivente lo è) risulta diverso dall’essere capaci di migrare, ovvero di adattarsi a sopravvivere in un ecosistema diverso da quello originario. Forse occorre arrivare presto a un’aggiornata teoria evoluzionistica dei flussi migratori e interpretare se esiste una specificità per la storia e la geografia dell’unica specie umana rimasta sul pianeta, cosmopolita, migrata (emigrata e immigrata) ovunque, meticcia ovunque da centinaia di generazioni.