Le haka dei Maori, dal rugby alla lotta
del popolo contro il virus assassino

Più di trenta anni fa andai ad un festival estivo all’aperto di musica e balletto nell’isola veneziana di San Giorgio. Si esibiva un gruppo di ballerini e cantanti Maori. Eseguirono diversi balli tradizionali e alcune Haka, la danza resa celebre dalla famosa squadra di rugby neozelandese degli All Blacks che ne cantano e ballano una molto coreograficamente bellicosa all’inizio di ogni partita per caricarsi e demoralizzare gli avversari. Tra le canzoni che cantarono a Venezia quei Maori ve ne era una molto particolare, e per me del tutto inaspettata, la canzone si riferiva alla battaglia di Montecassino durante la seconda guerra mondiale. Una delle battaglie più sanguinose che venne combattuta in gran parte con scontri a corpo a corpo. E tra gli alleati vi partecipò anche il battaglione Maori, il famoso Ventottesimo Battaglione, in forza alla seconda divisione Neozelandese con la quale avevano combattuto in diversi fronti prima di arrivare in Italia, per l’assalto al convento di Montecassino. Erano tremilaseicento uomini. Ne morirono moltissimi e quella battaglia entrò per loro nella loro tradizione e sarà per sempre ricordata.

I Maori sono ritenuti di origine polinesiana e si pensa che siano arrivati in Nuova Zelanda nel XIII secolo sulle loro piroghe. Maori vuol dire nella loro lingua “normali” in contrapposizione con “pakeha”, gli invasori ovviamente inglesi. Gli inglesi non sono mai riusciti a sottometterli e la loro comunità continua a vivere in modo autonomo e la lingua Maori è insegnata nelle scuole. Per noi occidentali i Maori sono “indigeni”, (dal lat. indigĕna, nativo ed originario del luogo e non immigrato): sinonimi  aborigeni, autoctoni, nativi. Il termine in seguito alla colonizzazione europea ha sin dall’inizio preso una connotazione negativa, essere umani inferiori quando non considerati nemmeno essere umani. Nessun europeo si definirebbe indigeno se non per fare della demagogia a buon mercato.

Iniziativa dell’ONU

Ora le popolazioni indigene in tempo di corona virus hanno molte difficoltà che si aggiungono a quelle che hanno in tempi diciamo così normali. Per rispondere alle esigenze delle popolazioni indigene le Nazioni Unite hanno creato nel 2002 presso la sede centrale delle NU a New York il United Nations Permanent Forum on Indigenous Issues (il Forum permanente sui problemi dei popoli indigeni).

Un gruppo di paesi che si chiama Amici dei Popoli Indigeni ha organizzato qualche giorno fa un incontro (virtuale) a Roma alla FAO, che si occupa principalmente di servizi e tecnologie per combattere la fame e mal nutrizione nel mondo. Vi hanno partecipato rappresentati di popolazioni indigene di tutto il mondo. Il Consigliere a Roma del Ministero Neozelandese per le Primary Industries (Manatu Ahu Matua in lingua Maori) Don Syme ha parlato delle ultime notizie sulle risposte che la comunità Maori sta dando al COVID-19. Il consigliere (un paheka, bianco) ha spiegato che i Maori si occupano in percentuali simili di pesca, foreste e agricoltura. Le loro comunità hanno dovuto affrontare una sfida importante con il virus e la comunità Maori ha preso diverse iniziative. La mortalità nella pandemia spagnola del 1918-19 (nata in realtà a Boston ma per la censura militare degli eserciti alleati nella prima guerra mondiale e non preoccupare i soldati alleati non se ne poteva parlare, in Spagna non c’era la guerra. Morirono migliaia di soldati). Tutte le tribù si sono occupate di tradurre nel loro linguaggio i messaggi ricevuti dal governo che erano importanti per la comunità. La mortalità tra i Maori fu sette volte più grande che tra gli europei.

I Maori hanno deciso di creare una Iwi (tribù) Forum i cui membri si sono incontrati settimanalmente con il governo per gestire la pandemia. Ora si stanno occupando, data la favorevole evoluzione della pandemia in Nuova Zelanda, molto ben gestita dal governo e dalla prima ministra Jacinda Kate Laurell Ardern della ripresa e dello sviluppo economico e del lavoro per i Maori.

Attenzione per gli anziani

Ma i Maori non hanno aspettato che il governo si muovesse, allestendo metodologie, iniziative ovviamente anche sanitarie, che hanno avuto un grande successo tra la popolazione. Una tribù ha fatto un accordo con un distributore locale ed hanno acquistato sotto costo delle uova di Pasqua da distribuire a tutte le persone Maori anziane. (Kaumatua). Un rete telefonica ha consentito ai Kaumatua di essere chiamati regolarmente per controllare la loro salute e per sapere se necessitavano di qualche cosa, fosse solo una voce amica, ovvero legna per l’inverno, latte, pane, medicine. Manaakitanga (ospitalità/rispetto) in azione per dimostrare tino tangatiratanga (controllo politico dei propri affari). L’impatto di queste iniziative è stato così buono che ora le Iwi  hanno acquistato una padronanza positiva dei loro mezzi di intervento.

Da soli hanno organizzato blocchi stradali per non far arrivare turisti e vacanzieri del weekend nelle zone Maori, le zone rosse.  Il motivo è che in alcune zone Maori vi è un solo dottore e pochissime infermiere che non avrebbero potuto aiutare anche gente da fuori.  In caso di discussioni con i proprietari di seconde case, intervento molto pacifico della polizia. Il ruolo della informazione, giornali e TV è stato fondamentale nel ricordare la storia della nuova Zelanda ed in particolare dell’accordo di  pace tra inglesi e Maori detto di Waitangi del 6 febbraio del 1840.

Grande impatto il virus ha avuto sulla cultura Maori. Vietati i funerali (tangi), le riunioni ( hui) e saluti tradizionali (hararu).Ma la comunità ha privilegiato la sopravvivenza.

La risposta del governo è avvenuta tramite le agenzie Tu Kotahi, dirette dal ministero del Tesoro mentre la agenzia Te Arawhiti finanzia le tribù per le risposte a livello locale per il lavoro e per i sussidi ai disoccupati. Fondi anche per le imprese che non hanno avuto grande impatto tra i Maori.

Infine Te Puni Kokiri per investigare e tenere sotto controllo quanto accade alla comunità Maori per poter intervenire efficacemente. Insomma non solo rugby ma una civiltà che si difende e vuole continuare a vivere. E guardare al futuro.