Le due vite di Giacinto Militello
Tra lotte dei braccianti e l’Antitrust

Giacinto Militello è stato un autorevole dirigente sindacale, protagonista di importanti lotte bracciantili, poi segretario confederale della Cgil, e, più tardi, anche un manager, presidente dell’Inps, giudice dell’Antitrust. Due vite, due storie apparentemente diverse. Che gli hanno consentito di produrre studi, libri, ricerche.  L’ultima sua opera, nel 2015, era stata “La prospettiva liberal socialista. Uno sguardo sul futuro della sinistra”. É venuto meno all’inizio del mese di giugno, un anno fa. Ora rivive in un bel libro-intervista curato da Guido Iocca (direttore di “Rassegna sindacale”). Che porta come sottotitolo due parole “Passione e competenza”. Sono le due caratteristiche di Militello che, appunto, nel corso della sua complicata e diversificata vita, aveva costantemente intrecciato gli studi, il sapere, la lontananza dalla facile demagogia,  con la passione politica, con l’impegno non burocratico.

Sono gli elementi che saltano agli occhi quando, nel libro, racconta le sue prime esperienze, come dirigente della Federbraccianti in Sicilia, in Puglia. Portatore già allora di un’idea di sindacato non solo attento alla lotta, ma anche ai risultati da conseguire. Attento non solo ai possibili miglioramenti salariali, ma anche alle conquiste  di potere, alla possibilità di incidere sulle questioni generali dell’economia agricola. Cosicchè, rammenta nell’intervista “eri obbligato a capire i rapporti tra mondo dell’impresa, della politica e del credito. Dovevi afferrare e assimilare la relazione che intercorreva tra luoghi di produzione, luoghi del commercio e formazione dei prezzi”. Eccolo, nello stesso tempo, annotare criticamente come  l’obiettivo, sostenuto dalla sinistra politica, di far diventare i braccianti dei piccoli proprietari, impediva lo sviluppo di lotte per l’aumento dei salari e per la dignità del lavoro. Uno schema “che rimandava a tempi indefiniti, a leggi future del Parlamento, la soluzione ai problemi di miseria e scarsità di lavoro”. Ai partiti della sinistra, PCI compreso, non interessava il miglioramento delle aspettative degli addetti agricoli e affidavano ogni soluzione all’invocazione di una legge.


Un impegno anche polemico su diversi fronti, dunque. Come quando a Foggia, nel 1969, si scontra con Cisl e Uil, che avevano puntato tutto su richieste salariali ignorando “il riconoscimento del diritto dei lavoratori di partecipare alla progettazione e all’attivazione dei piani colturali”. Una  richiesta che, se accolta, “avrebbe potuto trasformare radicalmente il ruolo del bracciante: non più una figura solamente intenta al duro lavoro nei campi in cambio di un salario, ma anche un soggetto in grado di contribuire al processo di modernizzazione dell’agricoltura nel nostro Paese”. Ecco in queste parole sta un passaggio decisivo della cultura della Cgil e della sua differenziazione sia con CISL e Uil dell’epoca, sia con la sinistra politica. Quella stessa cultura che porta Militello, per citare un altro episodio, a Caltanissetta, nel 1963, mentre convince i braccianti che volevano invadere la prefettura. Lo fa spiegando che “la trattativa non finisce certo oggi, trattandosi di un processo appena iniziato e che bisogna saper condurre e portare a compimento”.

Passione politica, ma non rifugio in forme di lotta disperanti. Il ritratto che scaturisce dal libro di Iocca è quello di un dirigente che cammina sulle orme del Piano del Lavoro di Di Vittorio, o precede l’esempio di una Donatella Turtura che a Genova si confronta senza timidezze con i “camalli” inferociti, o di un Luciano Lama e di un Bruno Trentin che a Torino, nel tumulto di Mirafiori, sanno affrontare assemblee tumultuose. É lo stesso Militello che ritroviamo nel 1977 alla direzione del sindacato dei lavoratori chimici. Con il ricordo degli operai dello stabilimento dell’ENI a Ottana. Operai che, osserva, “rifiutarono con decisione di chiudersi nell’angusto spazio dei propri «privilegi», acquisiti come componenti di una classe garantita, e scelsero di usare la propria condizione per trasformare e migliorare la realtà del territorio in cui vivevano”. Cosicchè insistevano sull’urgenza di un piano nazionale di settore, prima di discutere di cassa integrazione. Un modo per uscire dalle spinte corporative. Tanto che, dichiara Militello, “da quella vicenda nacque un’indicazione valida almeno per tutto il Mezzogiorno: quella di superare ogni logica aziendalistica e di rispondere ai drammatici problemi delle imprese in crisi sapendosi collegare con il resto del territorio, con le altre forze sociali, con le amministrazioni locali, con le forze politiche”.

Sono le convinzioni che porta a Roma, nella segreteria confederale della Cgil. Tra i passaggi che ricorda quello del suo appoggio a un compromesso sulla scala mobile per evitare  il referendum nel 1984 e la sua decisiva partecipazione alla stesura del cosiddetto “protocollo Iri”,  “una sorta  di via italiana alla codeterminazione”. Una scelta importante che, osserva amaramente Militello, “fu poi curiosamente, o forse significativamente, rimosso dal dibattito e dall’azione sindacale”.

Ha inizio così la sua seconda vita, come presidente dell’Inps poi all’Antitrust. Come ha svolto questi ruoli? Afferma: “Non sono mai stato, o mi sono sentito, un uomo di potere”. Certo non ha mai concepito “la possibilità di svolgere un ruolo pubblico senza competenza, progetto e coerenza, senza cioè l’obbligo di un minimo di previsione e poi di una severa verifica”.

L’intervista si interrompe, purtroppo, per il venir meno dell’interlocutore, quando avrebbe dovuto affrontare più approfonditamente i temi dell’attualità politica. Temi che nella prefazione al libro ricorda Mimmo Carrieri rifacendosi a quel libro “La prospettiva liberalsocialista” edito nel 2015. Qui, annota Carrieri, si auspicava “una forte discontinuità con la cultura di estrazione PCI, alla quale imputava massimamente questo crescente deficit conservatore della sinistra (cosa sulla quale lo seguivo solo in parte)”. Comunque, conclude Carrieri, “la sua voglia, davvero giovanile ed intensa, era quella in primo luogo di liberarsi delle incrostazioni del passato: ci voleva una nuova sinistra, che doveva nascere dalle ceneri della precedente, ma con un timbro riformatore ed un’apertura all’innovazione molto più distintivi”.

 

Giacinto Militello, il primo a sinistra, con Vittorio Foa e altri dirigenti della Cgil

Sono osservazioni che trovano riscontro nell’ultimo saggio firmato da Giacinto Militello e presentato, nell’agosto del 2017, a un seminario sulla crisi della sinistra organizzato dalla Società di teoria critica a Cortona. E dove troviamo questo passaggio: “Oggi, come sappiamo, la sinistra è divisa  e ripiegata su se stessa, non ha più una sua radicata e convinta constituency: lo Stato nazionale ha perduto poteri e risorse, sono incerti i programmi delle forze politiche e le loro alleanze, sono confusi e scoloriti i suoi valori. Ci viene, così, difficile parlare di socialismo e dobbiamo ringraziare Sanders, Corbyn e i giovani americani e inglesi per averci ridato il gusto di farlo… Al socialismo bisogna pensare come un progetto, non mummificarlo come un destino storico a cui, prima o poi, si arriverà per l’inevitabile crollo del capitalismo. Per perseguirlo dobbiamo liberarci definitivamente da cascami ideologici che hanno, in vario modo, indebolito la storia e la forza della sinistra… Il cambiamento era necessario: ritenere possibile una società senza mercato e con uno Stato da abbattere e non cambiare era più una follia che un’utopia…”.

La sinistra in sostanza, ma anche il sindacato, non deve aspettare una specie di momento magico. Deve delineare e far vivere un progetto di società da costruire giorno per giorno, attraverso obiettivi coerenti. Una lezione da non dimenticare.