Le donne e il più grande furto della storia

Articolo 37. La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.

Pensare che nel mondo il 49,6% delle donne non lavori mi sembra una profonda ingiustizia, e condivido il pensiero di Anuradha Seth, economista delle Nazioni Unite, secondo il quale il fatto che le donne guadagnino il 23% in meno degli uomini sia il “più grande furto della Storia”.

Ho pensato che una parte di quel 49,6% di lavoratrici andasse in parte riscoperto. Che poteva essere una buona pratica raccontare cosa fanno le donne che lavorano. Per passione, per necessità, per dovere, per trovare una collocazione nel mondo. Le ho osservate a lungo. Ho osservato a lungo noi a cui, per le caratteristiche che abbiamo, viene richiesto uno sforzo maggiore in tutte le situazioni: quando studiamo, quando lavoriamo, quando facciamo i conti con i nostri figli, i nostri compagni o le nostre compagne.

Quando tutti parlano di noi ma pochi se ne occupano davvero. Ho avuto la fortuna di conoscere tante donne molto diverse fra loro. Con lavori diversi, biografie diverse. Incontrate in città diverse. Mi è piaciuto ascoltarle identificarmi nelle loro parole, nelle loro difficoltà, nelle battaglie silenziose che fanno ogni giorno. Ancora.

E poi una parola le ha accomunate tutte. Quella parola è “colpa”. Evoluta poi in “senso di colpa”. Che è più profondo e che normalmente fa stare peggio. E sebbene sappiamo di saper essere molte “cose”, sappiamo anche o, meglio, abbiamo deciso che molto di ciò che ci capita passa esclusivamente attraverso di noi.

La sfida delle nostre madri è stata la conquista dei diritti come il divorzio o l’aborto. La conquista della libertà di scegliere. Scegliere di studiare, di lavorare o di occuparsi dei figli, scegliere di conservare una propria identità e autonomia. Scegliere di scegliere. Ma dovendo rinunciare alle proprie caratteristiche femminili. Sono dovute entrare in uno spirito competitivo che ha eliminato tutto quello che invece doveva essere valorizzato. Sono state costrette a volte a sostituire i colleghi maschi. Mai ad affiancarli portando tutte loro stesse.

La sfida della mia generazione è ancora più pesante. I diritti ci sono, alcuni sono stati aggirati. Ma vanno mantenuti senza rinunciare alle proprie caratteristiche che dovrebbero essere un valore. Ovunque.

Le donne che ho incontrato hanno una cosa in comune: i loro occhi sono luminosi, accesi. Sempre. Le voci entusiaste di poter raccontare la propria storia. Occhi che hanno pianto davanti a me, che si sono illuminati, che hanno tirato fuori la grinta. Occhi nei quali poter leggere le cose non dette, strumento di contatto per entrare là dove a pochi è concesso farlo.

Elena, un lavoro bellissimo

Conosco Elena, 44 anni, albanese a un convegno sui diritti delle colf e delle badanti organizzato dalla Camera dei Deputati. Si avvicina perché ci vede parlare con alcuni deputati di diritti e tutele.

“Anche noi vorremmo tanto essere riconosciute!” dice con voce squillante. Le chiedo in cosa non si senta rappresentata o che tipo di diritto si veda negare, di base il contratto colf e badanti è forse uno dei più tutelati.

“Ma io non faccio la colf né la badante. Sono un’interprete e traduttrice, iscritta all’Albo dei Periti del Tribunale di Roma da ventitré anni” mi dice sorridendo.

Inutile nascondere il mio stupore e la curiosità di capire perché allora sia venuta al convegno e capisco che era solo un tentativo di intraprendere un dialogo con le istituzioni per raccontare chi fossero e rendere nota la loro situazione.

La loro principale attività è assistere l’imputato o il detenuto in udienza se straniero, tradurre i documenti ma soprattutto tradurre le intercettazioni telefoniche, che sono diventate un nuovo strumento che affianca le indagini.

“Abbiamo una grande responsabilità” mi dice. “Non meno della Polizia giudiziaria perché non si tratta di una semplice traduzione ma è necessario anche dover interpretare”. Le chiedo di fare degli esempi perché è un mondo che non conosco.

“Riporto il caso dei trafficanti di droga: nessuno di loro parla tranquillamente al telefono mentre noi dobbiamo tradurre alla perfezione. Non vengono mai fatti i nomi ma, per esempio, conoscendosi fin da bambini tra loro ricorrono alla fisiognomica per darsi dei nomignoli. Ed è qui che interviene il lavoro dell’interprete”.

Mi racconta che due fratelli, durante le conversazioni telefoniche, parlavano fra loro al contrario.

“Non riconoscevo la mia lingua nelle loro parole però il suono mi sembrava familiare. Così ho provato a trascrivere quello che si scambiavano da un lato all’altro della linea telefonica e mi sono accorta che leggendola da destra a sinistra le parole assumevano un significato”.

Se c’è un arresto in direttissima, come interpreti devono essere reperibili e precipitarsi sul posto perché non possono andare in carcere.

“Nonostante tutto questo, io non prendo lo stipendio da giugno 2017 perché non sono ancora arrivati i nuovi finanziamenti. Il tribunale invece ha ritardi nei pagamenti dal 2014 e questo perché la prima richiesta di rimborso possiamo farla solo alla fine del procedimento penale e il tutto può anche durare uno o due anni”.

Resto basita dal fatto che gli interpreti non possano ritirare la loro disponibilità né di notte né di giorno. “Di notte” mi spiega Elena “può capitare che quando la polizia giudiziaria esca noi dobbiamo rimanere in sede, in attesa dell’interrogatorio. Bisogna tenere conto di una cosa: l’imputato ha diritto di chiedere la trascrizione di ciò che è stato dichiarato. Nel mio caso hanno addirittura chiesto il nome di chi avesse fatto la traduzione. In queste situazioni siamo nelle mani degli avvocati che tendenzialmente tutelano il nostro lavoro”.

Capisco che un lavoro come questo è una missione e che può anche fare paura. “La paura non mi impedisce di lavorare. Quando la tua competenza contribuisce alla lotta alla prostituzione, alle indagini sugli omicidi, a fare arrestare i latitanti e a bloccare i traffici di droga, tutto il resto viene meno”.

È orgogliosa di poter lavorare per il nostro Paese, dare una mano per migliorarlo. A espellere ciò che lo imbruttisce. “Anche il crimine evolve” mi dice. “E c’è ancora molto da fare. Per me è un lavoro bellissimo. Devi arrivare prima degli altri. Mettere insieme i pezzi”….

(Il brano pubblicato è tratto dal libro “Femminile plurale” di Giorgia D’Errico, per gentile concessione di Round Robin Editrice)