Donne di carta del Poligrafico di Foggia
La fatica e la libertà incollate alle mani

E’ un’inchiesta su una grande fabbrica meridionale, in particolare su un pezzo di mondo femminile operaio. Ed è anche un romanzo avvincente. Gli elementi ci sono tutti. Il titolo fa un diretto riferimento alle protagoniste “Donne di carta, Il Poligrafico nei documenti dell’Archivio di Stato di Foggia e nei ricordi delle lavoratrici” (edizioni Il Castello). Una fabbrica davvero singolare questa raccontata con grande cura da Mara Cinquepalmi. E non solo perché produce materiali particolari: banconote, passaporti, targhe… I documenti delle nostre vite. Singolare anche perché nella sua lunghissima storia ha registrato episodi davvero romanzeschi. Come ha scritto un recente articolista della Gazzetta del Mezzogiorno è rimasta per tutto questo tempo “una fabbrica nascosta e impenetrabile; per le sue produzioni sensibili, d’accordo, ma anche per un’aura di mistero che si è tramandata fino ai nostri giorni dai tempi del secondo conflitto mondiale: fu la fabbrica scelta dai nazisti per la fabbricazione di gas tossici”. Il riferimento, come ha spiegato l’attuale amministratore delegato Paolo Aielli, è a un insediamento militare che sorgeva all’epoca proprio accanto al Poligrafico.

Mara Cinquepalmi col suo volume ha strappato il velo e ci ha regalato un’accurata radiografia di questo nobile pezzo della nostra storia industriale, con un percorso che parte dal 3 luglio 1934 e arriva ai giorni nostri. L’autrice però, nel suo racconto, non si accontenta di informare sugli sviluppi produttivi, ma si sofferma sui veri protagonisti di questa vicenda industriale: le lavoratrici e i lavoratori. Riconoscendo innanzitutto il loro ruolo per salvare la fabbrica, alla fine della seconda guerra mondiale. Un ruolo che ricorda altre vicende come quella che a Torino vide in prima fila gli operai della Fiat. Come ha scritto Mara Cinquepalmi per la fabbrica di carta gli operai “furono gelosi custodi del patrimonio immobiliare e delle macchine rimaste illese dalle bombe aeree e non smobilitate dalle truppe in ritirata. Furono poi le stesse maestranze a ricostruire con sacrifici ciò che la furia della guerra aveva distrutto”.

Ho scritto di romanzo. La parola ci torna comoda quando scopriamo in questo percorso storico un altra data: il 27 marzo 1954. Quando, come raccontò il “Corriere della sera”, un’operazione di polizia militare portò alla scoperta a Foggia di una cellula spionistica a favore dei paesi comunisti con l’arresto di sei persone e tra queste due personaggi considerati come degli intoccabili nella cartiera del Poligrafico. Non basta. Ecco che il 1 giugno 1960 il direttore Tatafiore viene ucciso «con quattro coltellate» nel suo ufficio da un lavoratore che aveva chiesto di parlargli. Un altra vicenda inquietante, poco esplorata.

Sullo sfondo di questi avvenimenti anche luttuosi ci sono le alterne vicende produttive, c’è il racconto della fatica operaia, soprattutto delle donne. Sono le testimoni spesso dolenti di un’esistenza non facile. I loro nomi sono stati ripresi dalle carte dell’ archivio aziendale. Un archivio che sorregge una storia della parità negata. Una storia non ancora conclusa, non solo nella cartiera di Foggia. Leggiamo così, ad esempio, che “Gli spazi di miglioramento accessibili alle maestranze maschili erano invece quasi del tutto preclusi alle lavoratrici che popolarono lo Stabilimento di Stato fin dalle prime origini. Alle operaie era pressoché impossibile uscire dalle corsie in cui erano state immesse al momento dell’assunzione; erano emarginate dal mercato interno e l’unica mobilità loro consentita restava dentro l’orizzonte dei lavori femminili: da mettifoglio a libraia, da inserviente a mettifoglio o libraia. Quanto alle possibilità di accedere ai posti di comando, il grado più elevato loro concesso fu quello di capogruppo”.

Era una condizione operaia pesante. Così una madre racconta come le fosse concessa ogni giorno una razione di latte come difesa dalle tossicità delle sostanze chimiche e però lei rinunciava a questa difesa e portava a casa il latte per darlo ai figli. Altre donne rammentano l’odore della colla e della cellulosa. Facendo 700/800 pacchi al giorno, le dita si rompevano e a strisciare quella carta, le dita si spellavano. L’odore della colla si attaccava al corpo e così le ragazze raccontano che non potevano nemmeno dare la mano al fidanzato perché le mani puzzavano. Non solo. Spesso queste donne dovevano difendersi dall’opinione pubblica paesana: “c’era un modo di pensare per cui tutte le donne che andavano a lavorare in Cartiera erano delle poco di buono”.

E però è importante scoprire come non ci sia in queste lavoratrici nessun rimpianto per il ruolo di casalinghe. Lo testimoniano con queste parole: “lavorare fuori di casa non era solo fatica e affanno; era anche l’occasione per uscire dalle mura domestiche e dal quartiere, per acquisire nuovi spazi di socializzazione e cameratismo, dove la pena del lavoro quotidiano poteva essere compensata dalle confidenze fra compagne e da momenti di distrazione, da amicizie e solidarietà che si prolungavano oltre i confini dello stabilimento”. E un’altra afferma: «il fatto di rendermi indipendente è stata una conquista», ma soprattutto lavorare in Cartiera era una garanzia tanto che «facevamo le cambiali a nome nostro perché i negozi sapevano che eravamo gente che avrebbe pagato”. Talvolta c’è anche l’orgoglio di aver creato qualcosa di utile che ha un riscontro nella quotidianità. Così c’è chi commenta: «Io svolgevo un lavoro importante alla filigrana”.

Un sentimento di orgoglio che fa riflettere sulle proposte che oggi si fanno per donne e uomini in cerca di occupazione. Le stesse testimonianze antiche delle operaie della Cartiera di Foggia, dicono come sia decisiva la voglia di costruirsi un’identità anche nel lavoro. Un’identità, un orgoglio, un desiderio di autonomia e di libertà che non può essere concesso da nessun reddito di cittadinanza, da nessuna mancia provvisoria.

Un libro che può far discutere, dunque. E che rompe come scrive Linda Giuva nella sua prefazione “Silenzi, dimenticanze, oblio, cancellazioni che hanno prodotto una invisibilità documentaria” sulle donne lavoratrici.