Le “dita di dama”
delle operaie e un filo
che porta alle “sardine”

Era il 28 novembre del 1969. Io ero, come cronista de “l’Unitá”, tra quella folla di metalmeccanici che gremivano Piazza del Popolo a Roma. Ad ascoltare i discorsi di Trentin, Macario, Benvenuto. Sono trascorsi 50 anni e proprio oggi, 28 novembre 2019, esce la ristampa di un libro che racconta con occhi particolari quell’indimenticabile autunno caldo. Con una preziosa postfazione di Maurizio Landini. L’autrice è Chiara Ingrao e il titolo (che potrebbe far credere a una semplice storia di buoni sentimenti) è “Dita di dama” (Nave di Teseo). Le dita, in realtà, sono quelle di tante giovani operaie, dame operose intente ad affannarsi attorno a fili e congegni di complessi apparati produttivi: “per distinguere i colori delle resistenze, e infilare i fili colorati nel buco giusto, nei circuiti stampati”. Sono le ragazze della Voxson, fabbrica romana di televisori. Chiara le ha reincontrate e insieme a loro ha ricostruito quell’autunno esplosivo. Scrive: “Era agli inizi di settembre: tutte in minigonna, cosce di fuori e magliette attillate. Sguardi sfrontati, sotto la frangetta d’ordinanza…”.

 

Una Divina Commedia senza paradiso

Tutto s’intreccia in questa che non è una Divina Commedia, anche se l’autrice regala ad ogni capitolo un emozionante verso dantesco: “ Vuolsi così colà dove si puote, Per me si va nella città dolente, Mai che le bolle che ’l bollor levava…”. Non é un romanzo in sindacalese. L’accurata descrizione della condizione operaia si accompagna a storie d’amore, a gioie e dolori. Con quelle “dita” che ritornano nel dramma di Paolona che lascia la mano sotto la pressa. È una realtà fatta di tanti gironi, proprio come nella commedia dantesca, anche se non arriva mai il Paradiso.

Così ci si imbatte nel peso delle sorveglianti, dei marcatempo, del cottimo. Per non parlare di quelle palette colorate da alzare per avere il diritto di andare a fare la pipì. La protagonista principale è Maria, ma intorno tante altre con nomignoli particolari: “Mammassunta la madre di tre figli, l’Aroscetta ex-studentessa di Servire il Popolo, la Stronza”. Ed é la storia di un evolversi delle coscienze, fino alla conquista del diritto di sciopero, alla partecipazione alla lotta anche nel sindacato per scavalcare la vecchia commissione interna e costruire il consiglio di fabbrica. Mentre intorno sale la ferocia, con le bombe di piazza Fontana, gli attentati terroristici. E poi quel lungo viaggio a Reggio Calabria contro “i boia chi molla”. Con una riflessione-epigrafe da scolpire: “Hanno sparato anche sui nostri ricordi, le mitragliette scorpion: sui tempi del cottimo e degli scioperi a scacchiera, sulle fischiate del padrone e sul fischietto allegro che blocca le linee, e sul riscatto del lavoro…”.

Come ricostruire il protagonismo

Certo “nulla fu più come prima” commenta l’operaio che oggi è diventato segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. Anche se oggi, annota ancora, quel legame allora costruito fra “io” e “noi” è “profondamente inquinato dalla narrazione malata del noi contro loro che semina odio verso i più deboli e impotenza contro le vere ingiustizie”. Cosicchè oggi “ricostruire un protagonismo del mondo del lavoro non è un compito semplice. Decenni di cattiva politica hanno prodotto disincanto, divisioni, false coscienze e perfino razzismo”. Ecco perché è importante “trovare forza e nutrimento, ricordando i modi in cui cinquant’anni fa siamo stati capaci di cambiare il modo di pensare, di lavorare, di vivere”.

Come ha fatto Chiara Ingrao con il suo libro. Come hanno fatto e fanno i numerosi convegni dedicati all’anniversario. Spesso con la partecipazione di emeriti storici, di attenti studiosi e, qualche volta con la partecipazione dei delegati operai dell’epoca. Ecco a me piacerebbe che si potesse dar vita a un colloquio più ampio. Un incontro tra i “reduci” di allora (come le ragazze della Voxson) e i “delegati” di oggi nonché quelli (numerosi) con contratti ballerini e che non riescono a diventare delegati. Per riconoscere insieme quella che fu la principale conquista di quell’autunno: il protagonismo di base, forme nuove di democrazia e partecipazione, non solo nelle fabbriche ma nelle scuole, nei quartieri, nella società, nello stesso sindacato, nelle forze politiche. Non può essere che quelle che chiamano “sardine” e riempiono le piazze dicano anche questo?

 

Chiara Ingrao

Dita di dama

Postfazione di Maurizio Landini

La nave di Teseo