Le cinque piazze della Cgil
e quel 2 dicembre del 1977

Risuonano come un ritornello un po’ stantio. Sono i commenti che accompagnano la decisione della Cgil di non ripercorrere la strada della indifferenza. E di dar vita a cinque manifestazioni, in cinque citta italiane, sabato due dicembre. Una decisione non condivisa purtroppo da Cisl e Uil ma ampiamente motivata. Il ritornello di cui parliamo non affronta mai, però, tali motivazioni. Punta tutto su una specie di formula magica: “Cinghia di trasmissione”. Non è una formula nuovissima. E’ stata sempre usata, ogni volta che la Cgil si permetteva di uscire dagli uffici e andare in piazza. Solo che un tempo la si enunciava a guisa di scherno per dire che quel grosso sindacato, magari capeggiato da Agostino Novella o da Luciano Lama, obbediva pedissequamente alle direttive imposte dal Partito Comunista di Longo o Berlinguer. Non furono questi i commenti, nel 1968, per uno sciopero generale, sempre, guarda caso, proprio sulle pensioni?

Oggi cambia l’ordine degli addendi ma lo scherno rimane. La Camusso, così, non si esita ad affermare, agirebbe per favorire le formazioni che stanno a sinistra del Pd. Al servizio di Speranza, Bersani, Fratoianni, D’Alema e forse Pisapia. E’ la “cintura di trasmissione” all’incontrario. Tanto è vero, aggiungono i solerti commentatori, che subito dopo la giornata del due dicembre, le formazioni di sinistra, con sospetta scelta dei tempi, organizzano la proclamazione della loro scesa in campo elettorale.

A costoro non viene il dubbio che nel lontano 1968, come in questo complicato 2017, ad ispirare la Cgil sia soprattutto una spinta critica che sorge da una base ancora composta da alcuni milioni di iscritti. La Cgil non fa altro che far proprie queste istanze, non le proposte di questo o quel movimento politico. Certo se poi la stessa Cgil trova sostegni politici a sinistra, non può che rallegrarsene. Magari sperando che risultino capaci di influenzare l’intero Parlamento oggi e domani. Perché appare chiaro a tutti che i temi presenti in questa vicenda investono l’intera struttura sociale del Paese e sono destinati a coinvolgere anche i nuovi Parlamenti del 2018.
Per capirlo e per capire le ragioni dell’atteggiamento della Cgil basterebbe, del resto, andare a vedere i vari punti della piattaforma unitaria elaborata da Cgil, Cisl e UIL nel settembre di questo stesso anno. Tali punti non sono stati cancellati nemmeno da Cisl e UIL, dopo i modesti risultati ottenuti per alcuni lavori usuranti ammessi alla impossibilità di protrarre troppo a lungo la pensione. C’era e c’è ben altro in gioco anche se quei risultati che abbiamo appena citato rappresentano elementi conquistati da tenere e semmai allargare. Il ben altro riguarda la pensione per i giovani costretti a lavori, e contributi, discontinui. O la valorizzazione del lavoro di cura affidato in massima parte alle donne. O la separazione della spesa previdenziale da quella assistenziale. O il blocco dell’adeguamento all’aspettativa di vita previsto per il 2019.

La mobilitazione di sabato due dicembre appare, dunque, come l’inizio di una “ vertenza sociale” ben più ampia. E che dovrebbe poter proseguire in forme unitarie.

C’è anche chi ha rammentato, in questi giorni, un altro due dicembre. Quello che vide nel 1977 una grande manifestazione di metalmeccanici a Roma. Il mio vecchio giornale, “L’Unità”, uscì allora con un titolone a tutta pagina: “Una forza operaia immensa”, con sotto un lungo reportage del compianto Arminio Savioli. Nelle pagine interne c’era la cronaca sindacale firmata dal sottoscritto. Anche allora, a proposito di “cinghia di trasmissione”, c’era chi parlava di sciopero politico. Spiegava, quasi a risposta, dal palco, Pierre Carniti: “Ci battiamo per prospettive programmate per l’avvenire, capaci di impedire che la società si consumi nella crisi economica e sociale… Occorre opporsi al protrarsi di una situazione di precarietà politica, alla degenerazione della lotta politica…”. E Pio Galli, segretario della Fiom-Cgil ribadiva: “Non si tratta di lottare per ottenere un’alternativa al governo Andreotti. L’obiettivo del sindacato non è quello di costituire o destituire governi, bensì quello di far cambiare» le scelte recessive del governo”. Ecco, in un altro due dicembre, la storia, certo con ben altre modalità, sembra ripetersi.