Le cicogne nere sono protette
Perché noi, uomini in fuga, no?

Come ti chiami? Quanti anni hai? Domande banali per noi, qui in occidente. Servono a segnare con un nome un volto, a incasellare in un’età una persona e i suoi diritti. Ma per chi viene da lontano non sono affatto domande banali.

Lo spiega Abdelfetah Mohamed nel presentare il suo “Le cicogne nere”, un libro sulla sua fuga dall’Eritrea. Più che raccontare ha messo insieme ricordi, momenti, e uno scandire del tempo niente affatto banale. E narra con linguaggio asciutto e denso a volte poetico – una fuga comune a tanti, diversa per ognuno (Le cicogne nere, a cura di Saul Caia, Istos editore, pp.130, 12 euro).

E’ il tempo che gli consente di ritrovarsi sulla barca che l’ha portato a Lampedusa, insieme a 200 persone: un altro numero, ma sono uomini, volti, e storie. Quel ricordo gli sale alla memoria – con i suoi odori, rumori, immagini – mentre è in viaggio su un’altra barca, la nave di una Ong che pattuglia il Mediterraneo alla ricerca di gente in pericolo di vita su natanti alla deriva. Anni dopo quel suo viaggio disperato, Abdel fa il mediatore culturale, è lui che parla le molte lingue dell’Eritrea, è lui che abbraccia e rassicura, saluta e consola chi mette piede sulla tolda di una nave salvatrice, terra d’Europa finalmente.

Ma torniamo al nome e alla data di nascita. In Africa, soprattutto nelle zone rurali, i nomi sono aleatori. Abdel racconta di esserselo dato da solo, il suo, quello che aveva scelto il fratello per lui era Fatharahman. E Abdelfetha è stato. Mohammed, il cognome, è il nome del padre, combattente nella guerra di liberazione prima e poi cantautore di canti popolari e di lotta. Quanto all’età, la data di nascita è poco importante, sua mamma diceva: solo chi non sa quando è nato può vivere centinaia di anni; sei nato quando il presidente degli Usa era Ronald Reagan. Una volta in Italia, costretto a tirar fuori una data, invece di lasciare che siano i funzionari a scrivere come di routine 1 gennaio (creando un artificiale fenomeno di esplosione demografica a capodanno), dice: 26 dicembre 1981. Il giorno della fuga dal carcere militare in Eritrea, il mese della nascita della figlia, l’anno dell’elezione di Regan. Andrà bene come la data vera, in fondo non è che una convenzione.

Molti gli chiedono del viaggio, lui racconta il rumore del mare nel silenzio della notte. Non ci sono sogni, dice, in quel silenzio. Solo la voglia di restare vivo, la vita.

A guardar bene, nel libro di Abdel, le date ci sono. Nato in un campo profughi in Sudan quando l’Eritrea venne invasa dall’Etiopia, il 23 maggio 1991 è stato il giorno in cui gli etiopici se ne sono andati, si è potuto tornare a casa. Festa grande, poi arriverà la delusione. Nel 2000 tornano gli etiopi, i patrioti eritrei sono di nuovo in fuga verso il Sudan. Da lì, un’altra fuga, durerà mesi, fino alla Libia. Dopo la fuga dal carcere in Eritrea, di nuovo è prigioniero in un centro in Libia, altro carcere e peggiore.

Così Abdel si ritrova sulla barca. Notte dopo notte, tra la paura degli adulti e pianti di fame dei bambini.

Le cicogne nere, in Etiopia, sono simbolo di fortuna. Quando arrivano, segnano la stagione delle piogge, la prosperità dei campi. “Nel mio paese dicono che sono una specie protetta, quindi toccarle è reato – scrive Abdel – ma nessuno ha mai avuto il coraggio di chiedere al governo perché le persone non sono protette nella loro terra, come invece avviene per questi volatili. Siamo rimasti a fissare per diversi istanti lo spettacolo emozionante della natura. Quelle creature volano sopra di noi, con le ali aperte, con leggerezza, andando avanti per la loro strada, che già conoscono, al contrario di noi”.

Il viaggio continua. “Siamo in acque internazionali, urla a squarciagola qualcuno della nostra barca, Questo è l’unico posto che non appartiene a nessuno, qua potete sentirvi liberi nessuno vi chiederà un documento un passaporto o un permesso di soggiorno, dice un’altra voce. Perché non ci sono delle terre internazionali nei confini tra due paesi? chiede un viaggiatore. Sarebbe l’unica soluzione per i rifugiati. Nessuno sarebbe più costretto a scappare lontano”.

Arriverà a Lampedusa, Abdel, salvato dalle motovedette italiane. Ma ancora non è finito il viaggio, Abdel racconta anche di quel che avviene dopo, l’accoglienza italiana. Lui è uno che ce l’ha fatta, studia all’università, lavora. Ma quando parla del tempo perduto nel centro di accoglienza a Mineo, il suo è un mite atto di accusa: “Il ritmo della mia vita quotidiana nel centro di accoglienza è diventato insopportabile. Si può solo mangiare e dormire, nient’altro. Bisogna aspettare che arrivino i permessi di soggiorno… un permesso di soggiorno che poi ci farà finire in messo alla strada. Non solo devi aspettare la decisione della commissione ma anche la risposta della questura, che lucra su noi rifugiati, costretti a pagare cento euro per avere il certificato, dopo mesi di attesa”. Quando arriva, è la strada, la ricerca di un tetto provvisorio, di un lavoro che non sia una truffa, di una persona con cui parlare, di calore e rifugio difficili da trovare. E’ difficile, molti si perdono, qualcuno ce la fa.

Ricordo che i miei salvatori erano tristi – scrive – dispiaciuti perché già immaginavano cosa sarebbe accaduto in futuro. Ti salvano dal mare, ma sanno che poi annegherai nella solitudine e nell’indifferenza delle strade”. L’accoglienza è un’altra cosa.