Sinistra, non c’è
tempo da perdere

Una parte significativa dell’elettorato di sinistra attende proposte concrete, anzitutto sul lavoro. Si tratta per lo più di persone scarsamente interessate alle alchimie sulla individuazione della leadership e sulla prospettiva delle alleanze (vecchio, nuovo o nuovissimo centrosinistra?). In genere sono persone che non si riconoscono più nel Pd da quando questo partito è stato conquistato da una gestione del tutto personalistica e il suo segretario ha proclamato che il licenziamento libero è un “diritto” dell’impresa e uno stimolo alla sviluppo, cosicché su questa linea si è introdotta una disciplina del licenziamento tra le peggiori d’Europa, per di più applicata ai nuovi assunti, vale a dire -in maggioranza- ai giovani.

Queste persone attendono proposte precise, fattibili, non enunciazioni retoriche, ma impegni programmatici rigorosi che possano costituire l’intelaiatura di una nuova offerta politica, unitaria e credibile, alternativa a quella dominante.
Questo vale per tutti, ma in particolare per il movimento che ha scelto come denominazione l’articolo 1 della costituzione.

Intanto occorre una valutazione, sintetica ma rigorosa, del passato. Il Pd accredita la favola secondo cui il Jobs Act avrebbe prodotto un milione di posti di lavoro in più. La tesi è tanto trionfalistica quanto priva di fondamento. La quota di occupazione cresciuta negli ultimi anni è dovuta alla pur debole ripresa economica, nel settore manifatturiero, nei servizi e soprattutto nel turismo. L’iniziale incremento dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato, però assoggettati (dal 7 marzo 2015) alla clausola occulta di precarietà iscritta nel licenziamento libero, si deve all’incentivo della decontribuzione triennale. Una sorta di doping provvisorio.

Scaduta la decontribuzione crescono di nuovo soprattutto i contratti a termine, che secondo le stime dovrebbero essere l’’80% delle assunzioni. Questo perché il Jobs Act oltre a liberalizzare i licenziamenti ha liberalizzato anche i contratti a termine, abolendo la necessità di ogni giustificazione causale. Hanno straripato i voucher, ora sostituiti da un improbabile “contratto di prestazione occasionale”. Dilagano inoltre gli stage e i tirocini privi di ogni reale contenuto formativo e usati in funzione di lavoro sostitutivo e precario a basso prezzo. Così come si moltiplicano i lavori poveri prodotti nell’ambito di quella gig economy che, traducendo, significa “economia dei lavoretti”. La verità è che il Jobs Act è stato il punto estremo di una politica di flessibilizzazione del lavoro durata circa un ventennio e inaugurata dal governo Berlusconi del 2001. L’esito è quello di una svalorizzazione del lavoro che incide su tutte le forme di lavoro, dal lavoro dipendente classico ai lavori temporanei alle diverse forme di lavoro semiautonomo e parasubordinato fino alle nuove tipologie di lavoro attivate dalle cosiddette piattaforme digitali.

I nuovi processi produttivi e l’applicazione intensiva delle tecnologie informatiche producono di per sé una tendenza alla frantumazione e alla precarizzazione del lavoro, oltre che una distruzione di posti di lavoro e una nuova specie di disoccupazione strutturale. Le politiche pubbliche e la stessa legislazione hanno fin qui assunto un carattere servente e ancillare verso le immediate esigenze poste dal mercato e dalle imprese. Questo orientamento va rovesciato. Bisogna tornare a pensare alle politiche pubbliche come a uno strumento fondamentale di correzione delle distorsioni prodotte dal mercato. Lo stesso Fondo monetario internazionale ha affermato che l’eccesso di disuguaglianze determinate dalla ideologia e dalla pratica neoliberista è all’origine di inefficienze non più tollerabili.

Il punto di partenza deve essere costituito dalla riaffermazione di un principio che appartiene alla sfera dei valori ma che ha anche un significato propriamente economico. Va restituito valore e dignità al lavoro, in tutte le sue forme. Anche perché la svalorizzazione del lavoro, rompendo la coesione sociale, produce mostri, vale a dire la strumentalizzazione del disagio sociale e del bisogno di protezione da parte delle formazioni populiste di destra, che usano cinicamente i migranti come capri espiatori, come sta accadendo in tutta Europa, specialmente nell’Europa dell’Est, e come indicano anche le recenti elezioni tedesche. Ma questa scelta di principio va tradotta, appunto, in proposte concrete e percepibili da parte di una ampia fetta dell’elettorato di sinistra, largamente demotivato e disorientato.

Nell’ordine, si può cominciare da alcuni esempi. Va introdotta una disciplina ragionevole ed equa del licenziamento che abolisca le intollerabili differenze di trattamento introdotte dal Jobs Act. Va ricondotto il lavoro temporaneo alla motivazione di specifiche ragioni causali obiettive. Il lavoro a termine, nelle sue diverse forme, deve essere reso meno conveniente sul piano contributivo del lavoro a tempo indeterminato.Vanno rigorosamente vietati e sanzionati gli stage e i tirocini usati non per favorire la formazione sul lavoro e l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro, ma per lucrare su prestazioni di lavoro a costo zero. Va introdotta una effettiva tutela universalistica di base per le varie forme di lavoro autonomo debole ed economicamente dipendente. Va promosso un piano straordinario e selettivo di assunzioni nella Pubblica amministrazione, con particolare riferimento ai settori della ricerca, della istruzione e della sanità, depauperati da anni di blocco del turn over e di invecchiamento degli addetti, determinato anche da un allungamento – ormai oltre misura – dell’età pensionistica. Va costruito un piano straordinario di opere pubbliche in materia di infrastrutture e di interventi sul drammatico dissesto idrogeologico, assistito da una normativa che favorisca la rapidità degli interventi e che al tempo stesso contrasti duramente i meccanismi di corruzione e manipolazione degli appalti.

Questi sono solo alcuni primi esempi, ciascuno dei quali può essere illustrato analiticamente. Di questo dovrebbero discutere le diverse forze della sinistra che vogliono candidarsi ad offrire una proposta politica credibile. Smettendo di consumare energie in discussioni bizantine e politiciste di cui ormai si appassiona solo una frazione minoritaria del ceto politico.