Lavorare meno
lavorare soli: il tempo
dei nomadi digitali

Abbiamo fatto, e ancora stiamo facendo, il più grande esperimento di lavoro da remoto della storia: le misure di contenimento del COVID-19 hanno costretto miliardi di persone nel mondo a lavorare da casa. Un ufficio grande quanto un computer e un tavolino. Molti governi, compreso il nostro, sono già entrati nella fase 2, che implica per molti un ritorno fisico al luogo di produzione, sia esso un cantiere edile o un ristorante. Si registra una perdita di posti di lavoro senza precedenti. Sul piano organizzativo e della sicurezza intanto bisogna fare i conticon le indispensabili misure di distanziamento sociale.

Anche per questo, dove appena vi siano le condizioni per realizzarlo, quasi tutte le compagnie (il 74% negli Stati Uniti, oltre il 40% in Europa, secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro) vogliono che almeno una parte dei dipendenti operi da casa. Cinque grandi tendenze segneranno il futuro di una massa di nomadi digitali, secondo l’antropologo Dave Cook della UCL, l’University College di Londra.

Avremo nostalgia dell’interazione sociale in ufficio, che genera identità e, quando serve, anche un condiviso e organizzato antagonismo a decisioni ingiuste da parte dei capi. Non ci mancherà invece, secondo uno studio condotto su quattro anni di lavoro da remoto, il noioso e inquinante pendolarismo.

Equa scansione del tempo

Sarà necessario lottare per un’equa scansione del tempo di lavoro e del tempo per le altre attività: lo slogan “non importa dove, non importa quando”, che entusiasma i vertici aziendali quando pensano al telelavoro dovrà essere bandito. Il “quando”, ed esempio, importa eccome: inviare una mail con un ordine o con un compito da svolgere fuori orario non dovrà essere solo considerato da maleducati, ma decisamente non tollerabile come regola sindacale. Il rischio è quello di scivolare in una cultura coercitiva del lavoro. Una concezione greco-romana di labor, negotium, opera visti come schiavitù, un punto di vista francamente non tanto smart nel 2020.

Aumenteranno nel mondo gli spazi di coworking, palazzoni dove ogni libero professionista, consulente o esperti ingaggiati a tempo determinato, cercheranno disperatamente una stanza in affitto per smarcarsi da casa almeno alcune ore la settimana. Queste persone sanno bene che la vicinanza con altri potrà generare relazioni e affari utili, anche sotto bandiere aziendali diverse.

Le donne sperimenteranno, lavorando da remoto, una maggiore presenza in casa. Eppure, nonostante le lotte per conciliare tempi personali/familiari e tempi di impegno produttivo, tutte hanno imparato l’amara lezione che fare vita di palazzo al lavoro ben oltre gli orari fa purtroppo la differenza. Il problema, per noi, cambierà solo in parte, anche nei Paesi più paritari ed evoluti. Molto dipenderà da come le donne si giocheranno questa necessaria lontananza che, stavolta, tiene lontani dai quartieri generali anche gli uomini. Sempre che si decida equamente chi e quanto lavora da casa e chi va in ufficio, con una saggia rotazione.

Saranno messi alla prova, in assenza di correttivi, anche l’equilibrio e il benessere mentale. La “Zoom fatigue”, la stanchezza mentale da video-conferenza fiume, è già entrata nell’elenco dei disturbi psicologici del comportamento. Andre Spicer, docente di comportamento e organizzazione alla City University of London, la descrive come un senso di irrealtà, di vuoto e di disturbante straniamento.

Il caso estremo dei call-center

È spiegabile in modo oggettivo, poiché siamo esposti a una serie di stimoli sensoriali e cognitivi che l’incontro a tu per tu,o inunariunione non provocano.Un esempio ormai molto noto, caso estremo i call-center, è quello dell’audio distorto e delle alte frequenze. Cambia anche la comunicazione e la meta-comunicazione, il linguaggio non verbale. I gesti e gli sguardi vanno persi e l’intercalare che in un gruppo fisico non dà noia, come i piccoli suoni che possono esprimere approvazione o incoraggiamento, o uno sbuffare che sdrammatizza, sono esclusi dalle video-conferenze. I microfoni vengono chiusi dopo i saluti iniziali, per non darsi sulla voce con un audio direzionale si preferisce scrivere testi per interloquire o sollevare quesiti. Gli interventi sono strutturati e più assertivi, come palle lanciate contro un muro. Due ore e mezzo di video-conferenza drenano molte energie e, se mal gestite, una parte di ciò che viene stabilito sfugge e deve essere poi, più di una volta, ricapitolato e adattato per iscritto.

Uno studio di vent’ anni fa sugli interpreti simultaneisti delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea pose le basi per cercare di migliorare la comunicazione virtuale quando non vi siano altri modi per scambiare messaggi. Sessioni più brevi, piccole pause e tempi di silenzio, da utilizzare per rivedere il materiale di lavoro possono decontrarre la stanchezza, la “Zoom fatigue”. Una piattaforma che ha comunque unito, assieme ad altre funzionalità simili, le persone in tempi tragici.

Anche questo lavoro frammentato e, verosimilmente, con un aumento dei part-time, secondo le previsioni di mercato, sarà qualcosa che, in molti Paesi, molti non avranno per un lungo periodo. Per l’ Organizzazione mondiale del lavoro, che studia attivamente anche la produzione da remoto e le regole da introdurre,c’è, enorme, il problema di chi è restato escluso dal mercato dell’occupazione. Si stima che, nel secondo trimestre del 2020, il numero di ore lavorate nel mondo si ridurrà del 6,7 per cento — equivalenti a 195 milioni di posti a tempo pieno. Questa crisi, spiega l’International Labour Organisation, potrebbe imporre sofferenze maggiori nel mondo ad alcuni gruppi, aumentando le disuguaglianze. Tra questi, le persone che svolgono mansioni meno protette e meno retribuite: chi appartiene a una minoranza, e poi tanti giovani, anziani, le donne e migranti.

Lavorare, e farlo dignitosamente, per una ripresa economica giusta e sostenibile :occuparsi subito di questo aiuterà molto chi non ha nulla e qualificherà azione e identità delle sinistre.