M5s, avanspettacolo e governo prêt-à-porter

Che surreale impressione, l’altro giorno a “Dimartedì” di Floris, osservare i “ministri” di Luigi Di Maio mentre  lo ascoltavano spiegare la linea politico-istituzionale grillina:  “Niente alleanze con ‘quelli’ (gli altri partiti, ndr),  perché non ci fidiamo”. Invece delle alleanze – termine chiaro e comprensibile ai più – Di Maio rimestava una proposta confusa di “contratto di programma sui lavori parlamentari”, il cui Dominus, naturalmente, sarebbe il grillismo: il quale intima ai rimanenti partiti di firmare impegni a destra e a manca, come se fossero  pregiudicati in libertà vigilata.

La compagnia di giro dei “ministri” ha obiettato sì – portavoce Giuseppe Conte -, che “vanno rispettate le prerogative del capo dello Stato”.  E però ci sono dei momenti  in cui archiviare in tutta fretta le forzature politiche di cui si è figuranti è una responsabilità grave.  Pasquale Tridico (professore associato di Politica economica a Roma tre) , Lorenzo Fioramonti (professore di economia politica all’università di Pretoria),  Alessandra Pesce (dirigente di ricerca presso il Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria) e Giuseppe Conte (ordinario di diritto privato a Firenze),  per il ruolo accademico o burocratico che ricoprono, sapevano che il premier in pectore  stava raccontando agli elettori una bella infilata di approssimazioni se non di vere e proprie bugie. Per esempio quando decantava i quattro presenti come “patrimonio del Paese” ridicolizzando i predecessori, fior fior di tecnici magari loro maestri, come una marmaglia di incompetenti.  Non hanno battuto ciglio.

Chiunque aspiri a fare il ministro vero, non il caratterista da avanspettacolo, dovrebbe difendere senza reticenze la coesione nazionale e i vincoli costituzionali che Di Maio calpesta un giorno sì e l’altro pure.  I partiti tutti ladroni. I governi tutti fallimentari. La visita al Quirinale per “presentare la compagine”. La mail “per rispetto al presidente”. L’autonomina del governo. Un crescendo di pressioni pubbliche e di torsioni politico-istituzionali che ha un solo scopo, evidente: far credere agli italiani, dopo che il Mov avrà forse vinto ma non stravinto, che per questa sola ragione abbia diritto a governare.  Governare  da sovrano, tirandosi dietro gli altri partiti come un corteo di valvassori e valvassini. Se ciò non accadesse,  il Mov si indignerebbe.  E speriamo solo quello.

Non è così.  Non può essere così. L’Italia non è il contado dei grillini, dovessero anche superare il trenta per cento.  L’informazione, ahinoi, glielo ricorda meno di quanto sarebbe necessario. Serve un ripasso.  A loro; ma anche, dentro la sinistra, a chi sembra considerarli lontani parenti, quasi gli eredi di uno spirito politico e di una tempra morale di cui si sente bisogno e nostalgia.

Un governo – qualunque governo –  sale al comando solo dopo avere ottenuto la fiducia della Camera e del Senato.  La fiducia – come dovrebbe essere noto a tutti se a scuola si insegnasse ancora l’educazione civica – viene votata DOPO che il presidente della Repubblica ha nominato il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri. Ma prima ancora, è prerogativa del capo dello Stato incaricare dell’allestimento  di un esecutivo la donna o l’uomo che ritenga – dopo la consultazione di partiti e soggetti costituzionali – avere le migliori chance di mettere insieme i voti necessari.

Nessun governo, dunque, può esistere se non ha la maggioranza del voto delle due Camere.  Nessun personaggio politico è unto dal signore, come è stato necessario spiegare già a Berlusconi nel corso di vent’anni. Didascalico  insistere, ma è obbligatorio in un paese in cui anche i “ministri” fanno finta di non sapere.  Avere la maggioranza, dunque,  implicherà TRATTARE con gli altri protagonisti, in termini di proposte e di personaggi che le dovranno realizzare.  Certo, Di Maio può sperare di raggiungere il 40% e ottenere un controllo assoluto. Ma al momento l’ipotesi appare assai improbabile. Ergo: le alleanze, o almeno le intese, con “quelli”, non sono un orpello di cui scrollarsi. Sono l’essenza della politica, in un regime parlamentare. A maggior ragione con una legge elettorale paraproporzionale.  E implicano comunque la nascita di un esecutivo, nel quale il ruolo del Mov potrebbe anche non essere centrale.  Di Maio lo sa ma finge di no, tratta il calendario parlamentare come se fosse il programma di governo, e consacra la sceneggiata con la sua autoproclamata purezza a Cinquestelle. Solo per questo – essere trattato da deficiente – l’elettore grillino dovrebbe sentirsi insultato.

Ma la baggianata dell’esecutivo prêt-à-porter continua, invece, e il grillismo la centellinerà fino all’ultimo giorno confermando i suoi caratteri da setta.  “I migliori”. “Patrimonio degli Italiani”. Manca soltanto che gli iscritti vengano proposti alla tutela dell’Unesco. Questo spettacolo circense delegittima il nostro impianto democratico e  alla lunga sgretola le norme costituzionali difese un anno fa – anche a sinistra – contro una riforma che si considerava, a torto o a ragione,  portatrice di  temibili autoritarismi.

Si dirà: quanta esagerazione, a questo movimento non se ne risparmia una. Sbagliato. Non si può trattare come un branco di apprendisti buontemponi un partito che rappresenta un terzo del paese. Vanno ascoltati e difesi quando lo meritano. Ma contrastati quando è necessario con tutta la fermezza.  La menzogna  comunicativa dei “ministri”  in altri tempi sarebbe stata ridicolizzata, sui giornali, in tv e dagli avversari, con ben diversa efficacia.  Le divisioni e la guerra fratricida non hanno reso questa controinformazione possibile?  Ma forse si fa ancora in tempo a salvare l’Italia –  terra di grandi università e di giuristi da bar –  dallo spettro del ridicolo. Basterebbe trovare la voce quando il re, oltre che incompetente,  si presenta nudo.