Il giorno in cui i nervi saldi del Pci
salvarono la giovane Repubblica

Togliatti conosceva bene le vie e i vicoli intorno a Montecitorio. Aveva vissuto a Roma già nel 1921 e nel 1922, quando era stato chiamato a dirigere “Il Comunista”, organo centrale del suo partito con sede in via Zanardelli, a pochi passi da Piazza Navona. Il principale quotidiano del Partito comunista fu costretto a chiudere i battenti il giorno della Marcia su Roma. La sede fu devastata e il giovane direttore, non ancora trentenne, fu messo spalle al muro sotto la minaccia di armi da fuoco. Poche settimane dopo, rischiò nuovamente la vita a Torino, mentre le squadre fasciste mettevano a ferro e fuoco la città, dando la caccia ai redattori dell’“Ordine nuovo” impegnati a far uscire un’edizione clandestina del quotidiano soppresso dopo l’insediamento del governo Mussolini. All’indomani della “strage di Torino” si appartò, ma Umberto Terracini – perdute le sue tracce per alcune settimane – lo richiamò perentoriamente al suo posto. Togliatti conobbe in prima persona la ferocia dei fascisti e gli abusi della polizia. Li descrisse meticolosamente nel 1923 nel “Diario della reazione”: insieme di bollettini dattiloscritti con tanto di dati sulle azioni e sui provvedimenti che colpivano quotidianamente militanti antifascisti, camere del lavoro, circoli di partito, giornali. Fino ai principi del 1926 la polizia lo sorvegliò costantemente. Nell’aprile del 1925 fu arrestato proprio nei pressi di Montecitorio (era già finito in prigione a Milano nel settembre del 1923). Era ricercato da mesi dagli uomini del commissario Guido Bellone, gli stessi che si occuparono dell’arresto di Gramsci. Lo fermarono “dopo un abile servizio di appostamento”, mentre “tranquillo e sereno passava per via Campo Marzio”, così riferì la cronaca romana dell’epoca: in realtà ebbe la sfortuna di essere salutato incautamente da un suo compagno di partito. Uscì pochi mesi dopo e a gennaio del 1926 fu inviato dal suo partito a Mosca. Poté ritornare stabilmente a Roma solo nell’estate del 1944, quando, liberata la città, vi si trasferì il Governo Bonomi

Nei diciotto anni trascorsi da esule aveva conosciuto i momenti più cruenti della “guerra civile europea”. Aveva lasciato la Spagna nei giorni della vittoria di Francisco Franco, salvandosi anche là, per un pelo, dalla fucilazione; era scampato al grande terrore di Stalin; detenuto a Parigi nel carcere della “Santé” con documenti falsi riuscì a raggiungere nuovamente Mosca; nell’autunno del 1941 visse il dramma dell’evacuazione della città minacciata dall’avanzata delle truppe di Hitler. Giunto a Napoli nel marzo del 1944 – dopo un viaggio estenuante anche a cause di lunghe soste in Iran, Egitto e Algeria – aveva trovato inverosimile la sua nuova condizione di comunista non più perseguito e addirittura ossequiato: “Sono finiti i tempi della beata clandestinità! E ora dopo la formazione del governo, è ancora peggio. La portinaia e la ragazza che mi fa da mangiare mi chiamano ‘cavaliere’! Ma la cosa più curiosa è che, almeno per ora, non mi possono più arrestare: i commissari di pubblica sicurezza, che sono rimasti press’a poco gli stessi, mi guardano con l’aria di chi non capisce più niente, anzi, sono costretti a chiamarmi ‘eccellenza’, e i carabinieri a farmi il saluto col fucile!”.

La mattina del 14 luglio 1948, era rimasto nel Palazzo di Montecitorio per poche decine di minuti, per poi uscire da via della Missione con Nilde Iotti. Aveva preso l’abitudine di eludere la vigilanza del servizio d’ordine predisposto dal suo partito, recalcitrante di fronte alle misure prese per salvaguardare la sua incolumità. Il responsabile del servizio di vigilanza di Botteghe Oscure, chiamato a rispondere della mancata tutela del segretario, aveva elencato una serie di “scappatelle” fatte nei mesi precedenti: “Una domenica è andato a Ostia in treno. Sotto le elezioni del 18 aprile passeggiava per via Nazionale. Di sera sovente usciva per andare a mangiare in ristorante”; chiedeva al responsabile della vigilanza “di aspettarlo in un portone con la macchina e poi usciva per un’altra porta”; la domenica prima dell’attentato, mentre era atteso davanti al portone principale, “uscì dalla porticina posteriore e andò in una trattoria di Campo de’ Fiori a cenare”. Esperienza acquisita durante una lunga vita da fuggiasco. Aveva voglia di passeggiare e vivere ore di normalità con la sua nuova compagna alla quale aveva scritto di sentirsi “un ribelle in cerca di libertà”. Certamente non pensava di correre alcun pericolo. Togliatti era anche Presidente del gruppo parlamentare comunista e dopo l’intensa attività nell’Assemblea costituente aveva mantenuto l’abitudine di seguire attentamente i lavori di Montecitorio. Quattro giorni prima era intervenuto a lungo nel dibattito sul Piano Marshall. Ma quella giornata parlamentare si prevedeva tutt’altro che impegnativa; era arrivato il caldo e si era alla vigilia della chiusura estiva; in Francia si correva il Tour de France e la parola “rivoluzione” veniva pronunciata quel giorno soltanto per ricordare l’89 francese o da chi canticchiava qualche vecchia canzone socialista. E invece dopo le pallottole che lo colpirono alle spalle in via della Missione, ci fu il caos e si temette la rivoluzione. Tre colpi a segno e uno a vuoto. Togliatti fu ridotto in fin di vita. L’agguato di Antonio Pallante, che non rientrava in quel momento nell’ordine del prevedibile, mise a repentaglio la sua vita e rischiò di far crollare l’intero edificio che aveva pazientemente costruito dopo il rientro in Italia. Le manifestazioni di protesta assunsero in alcune città le caratteristiche dei vecchi moti sovversivi: minacciosi, devastanti e senza programma. Togliatti che aveva energicamente criticato le persistenti manifestazioni di massimalismo suscitava non volendo un vasto moto di collera popolare. Era convinto, invece, che ancor più dopo la sconfitta del 18 aprile occorreva tenere i nervi saldi. Temeva provvedimenti ai danni del suo partito. Nel rapporto al VI Congresso del gennaio 1948 aveva parlato di “minacce alla democrazia italiana” tendenti a comprimere l’attività del partito comunista e del sindacato e a limitare la sovranità italiana (“minaccia all’indipendenza nazionale”). Un mese prima dell’attentato, nel discorso alla Camera del 10 giugno, aveva escluso che in Italia ci fosse il rischio di ritorno al fascismo perché la democrazia italiana era ormai abbastanza solida grazie alla Costituzione e alla forza assunta dai partiti, che rappresentavano la migliore garanzia contro ogni emergente volontà di tornare indietro. Eppure aveva timore che si rispolverassero argomenti e metodi del passato.

Le manifestazioni successive all’attentato avrebbero potuto offrire il destro anche a provvedimenti eccezionali. Gli appelli di Togliatti alla calma, e l’impegno dell’intero gruppo dirigente, servirono a scongiurare questo esito. Il Pci era tenuto a prepararsi a una lunga “guerra di posizione”. Non vi era altra strategia possibile fuori dalla difesa della Costituzione. I metodi della lotta per l’egemonia si potevano intendere leggendo i “Quaderni del carcere” di Gramsci. Il primo volume era in libreria da pochi mesi: potevano là essere individuati i fondamenti teorici della politica promossa dal Pci.

Quando tornò a Montecitorio, il 30 settembre, Togliatti si abbandonò a un elogio della democrazia e del Parlamento. Ringraziò i colleghi per la solidarietà che gli era stata manifestata, ma fece riferimento anche ai tumulti e ai manifestanti incarcerati. Considerò quei sommovimenti, che avevano fatto tremare l’Italia e messo a repentaglio la credibilità del suo partito, atti che contenevano qualcosa di sommamente positivo: “Vorrei infatti che nessuno di noi perdesse coscienza di questo fatto: che il giorno che nel nostro popolo andasse perduta la capacità di sdegnarsi e di scendere in campo per respingere le offese fatte alla democrazia e ai suoi uomini, quel giorno la democrazia stessa sarebbe finita e questo parlamento non saprebbe più su quali fondamenta basare la sua esistenza e le sue funzioni”.