L’atlantica magia dell’antica Cadice

Atene è ritenuta, almeno dai più, la più antica grande città in Europa; Cadice, in Spagna, è tra le più antiche fra quelle sulla costa atlantica. Secondo quanto si ricava da una cronaca di un eminente storico romano, Cadice sarebbe stata fondata nel 1104 a. C., ma oggi anche il più orgoglioso lo reputa improbabile e si accontenta del nono secolo a. C., quando i Fenici la utilizzavano come scalo per i loro traffici nel Sud-Ovest della Britannia e nel Nord-Est dell’Africa.

E anche se a Cadice non sono mai stati rinvenuti un Partenone o un’Acropoli, per caso io mi trovavo lì – era la mia prima visita, agli inizi degli anni Ottanta – quando venne scoperta una rovina romana che poi sarebbe stata riconosciuta come il più antico edificio della città. Ero là come giornalista e dovevo affrontare a piedi gli ottanta chilometri circa della costa spagnola fra l’Atlantico e il Mediterraneo, lungo le scogliere e attraverso le foreste di sughero del Sud dell’Andalusia. Il mio punto di partenza era Cadice, la mia destinazione l’avamposto britannico di Gibilterra.

Prima di partire da Londra per la mia passeggiata avevo supposto che il punto culminante di questa modesta spedizione sarebbe stata la sosta a Tarifa, la città più a sud d’Europa, da dove sarei dovuto riuscire a vedere le innevate cime rocciose delle montagne dell’Atlante, in Marocco. Mi sembrava a malapena concepibile – avevo circa trentacinque anni, allora, e i miei peregrinaggi mi riempivano ancora di stupore – che dal molo di una piccola città del Sud Europa si potesse vedere l’Africa, questo continente incredibilmente lontano e indicibilmente diverso, la terra del Kilimanjaro, dei leoni e delle giraffe, dei Mori e dei Boscimani.

E invece sì, era là, in lontananza, grande e rosa della polvere del deserto marocchino, ed era grosso modo lo spettacolo che avevo immaginato, carico di simbolismo e meraviglia. Eppure non era abbastanza da rivaleggiare con il brivido che scuoteva Cadice quando l’avevo lasciata, pochi giorni prima. Era avvenuto un fatto curioso: era scoppiato un incendio in una parte vecchia di quella che dir per sé è una città molto antica, erano state effettuate alcune necessarie demolizioni, e nella prima mattina bagnata dal blu dell’oceano che avevo trascorso in città il maître dell’Hotel Atlantico non stava nella pelle per l’eccitazione di una notizia appena arrivata: Hanno trovato i resti di un teatro romano! mi sussurrò servendomi un paio di uova sode. Forse il più grande del mondo!

Il secondo più grande, si venne poi a sapere (quello di Pompei è tuttora il più grande tra quelli noti). Ma la scoperta di una struttura costruita da uno dei luogotenenti di Giulio Cesare nel primo secolo a. C. diede a questa città per altri versi piuttosto schiva e modesta la consapevolezza di essere stata un luogo di grande importanza e antichità. Roma aveva usato Cadice come base navale, e adesso c’era la prova che aveva anche fatto in modo che i suoi marinai avessero di che divertirsi. Pure i Cartaginesi avevano fatto più o meno lo stesso, e prima di loro i Fenici, che l’avevano chiamata Gadir, il “luogo fortificato”. Era stata una città solida ben prima che l’Atlantico venisse riconosciuto come oceano.

Il centro storico di Cadice sorge su una sottile lingua di terra tra l’oceano e la baia. Nel punto più avanzato sul mare vi è un forte, con mura spesse, cannoni e barbacani* con feritoie da cui le sentinelle un tempo montavano la guardia. Subito al di là delle mura c’è un dedalo di edifici perlopiù risalenti al Seicento e al Settecento. E più oltre ci sono case signorili, palazzi e grandi piazze, tutti costruiti grazie alla ricchezza accumulata nei due secoli in cui Cadice divenne il più importante scalo commerciale con le Americhe.

Scelsi come punto di partenza della mia lunga marcia verso oriente la placca sotto le palme della Plaza de la Candelaria che indicava l’abitazione di Bernardo O’Higgins, l’irlandese-cileno che nel diciannovesimo secolo liberò il Cile dal dominio spagnolo. Passeggiai tra le torrette da cui le mogli dei mercanti scrutavano il mare per scorgere le navi che ritornavano in patria, proprio come qualche anno più tardi avrebbero fatto le spose degli abitanti del New England da quei terrazzini chiamati widow’s walk. Superai il vecchio deposito del tabacco, la cattedrale impeccabilmente conservata e il convento, e infine mi immisi sullo stradone diretto a sud, con alla sinistra il teatro romano protetto dai teloni, e davanti la strada lastricata per l’entroterra andaluso e quella rovente e polverosa in direzione Gibilterra. Riuscii a perdermi, per cui chiesi indicazioni a uno spagnolo elegante e anziano. Fu meno arrogante di quanto poteva sembrare, e per niente brusco: “Tenga l’oceano sulla destra,” mi disse “e non può sbagliare. E dia un’occhiata all’Africa, lungo la strada!”.

(Simon Winchester, “Atlantico”, 2010)

* Il barbacane è una struttura difensiva medioevale, un antemurale (spesso solo un terrapieno), che serviva come opera di sostegno o di protezione aggiuntiva rispetto al muro di cinta o alla fortezza vera e propria.