Perché è necessario
provare a riunificare

Saltare un turno, come l’Italia ai mondiali. Presentarsi divisi nei collegi elettorali rassegnandosi anticipatamente alla sconfitta per poi ripartire da zero per un nuovo inizio. La tentazione serpeggia nel centrosinistra, anzi è sempre più evidente: non solo tra gli scissionisti di Mdp e tra le altre sigle della sinistra radicale – più d’uno lo teorizza apertamente – ma anche nel nocciolo duro del renzismo. Per i primi l’obiettivo è quello di regolare una volta per tutte i conti con il segretario democratico, accusato di aver stravolto, con le sue politiche e i suoi modi, la natura del Pd: passato indenne, o quasi, dalla sconfitta referendaria e da quelle nelle città, Renzi non avrebbe scampo politicamente dopo un rovescio nelle elezioni di primavera.

Per gli altri, invece, l’obiettivo è quello di regolare i conti una volta per tutte con chi se ne è andato dal Pd, scommettendo su un loro risultato modesto e quindi sul fallimento sul nascere dell’operazione. Fare tabula rasa. Magari con l’argomento, tutt’altro che peregrino, che anche con un’alleanza nei collegi, ormai non ci siano più margini per evitare la sconfitta. Quindi: meglio pensare al dopo. Alla ricostruzione. Tutto legittimo, tutto politicamente comprensibile. Ma non per questo viene meno la sensazione che si stia perseguendo uno storico errore. Peggiore persino di quello compiuto nel 2008, quando il Pd di Veltroni e la cosiddetta sinistra arcobaleno si presentarono divisi alle urne aprendo la strada alla terza vittoria di Berlusconi e del centrodestra.

Certo, la coerenza a tutti i costi ebbe anche i suoi risvolti positivi (più per il Pd, che ottenne il record di voti assoluti nella sua storia decennale; assai meno per i partiti della sinistra radicale, condannati all’irrilevanza) ma la stagione che si aprì fu tra le peggiori della nostra storia parlamentare, e l’esito finale è stato in un certo senso conseguente, con il governo Monti, la legge Fornero eccetera eccetera. Al contrario, la successiva campagna elettorale del Pd di Bersani consentì di massimizzare un risultato assai meno brillante proprio grazie all’alleanza con la sinistra radicale: su quei numeri sono nati i governi Letta, Renzi e Gentiloni e non si vede chi oggi a sinistra gli possa preferìre il governo dei tecnici. Ma certo, queste sono solo parole e le chiacchiere – come dice Bersani – “stanno a zero”.

Servono i fatti, appunto. Servono in primo luogo per dissipare i dubbi sulla sincerità di certe aperture, come quella abbozzata da Renzi alla direzione del Pd, più verso centristi e radicali in verità che verso i fuoriusciti Pd. Ma se i fatti ci saranno? Se, ad esempio, il Pd e il governo andranno davvero alla battaglia parlamentare contro la destra per far approvare lo ius soli e il bio testamento, come si potrà sostenere che si tratta di chiacchiere? E se in un’ipotetica trattativa si metterà mano “senza abiure” al jobs act a favore di un’occupazione più stabile e meno precaria, davvero si potrà dire che non cambia niente? Senza contare che su questi terreni – immigrazione, diritti, lavoro – lasciare il campo libero alla destra o ai grillini produrrà risultati devastanti e di lungo periodo.

Ci sono ancora i margini allora per una svolta? Una risposta definitiva ormai è questione di poche settimane. Forse anche nel caso di un accordo in extremis – tecnico, politico, limitato o quel che si vuole – il destino del centrosinistra nella prossima legislatura è davvero segnato. Ma potersi giocare la partita, almeno questo, sarebbe già di per sé un successo. Altrimenti resteranno solo le macerie e ricostruire il campo della sinistra sarà assai più arduo che rifare la nazionale di calcio.