L’antropocene sta per finire? La lezione del Covid-19

Antropocene. Così è chiamato il tempo che stiamo vivendo, con riferimento alle passate ere geologiche. Inutile negarlo, è un termine che lascia trasparire un’ingiustificata quanto palpabile dose di orgoglio. Eppure un’entità appena più complessa di una molecola organica, assimilabile per caratteristiche, dimensioni e peso molecolare alle catene di acido ribonucleico contenute nelle nostre cellule, sta mettendo in crisi la natura stessa di questa definizione, il suo senso più profondo.

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Si discute da decenni se i virus debbano essere considerate creature viventi in senso stretto, o molecole organiche particolarmente complesse, capaci di replicarsi. Certo il Covid-19 assomiglia a una mina, una di quelle che venivano lasciate galleggiare a pelo d’acqua nella seconda guerra mondiale a difesa dei porti. Non inganniamoci, però, lui è un attaccante, e abbiamo fatto presto a capire quanto feroce sia la sua determinazione a sopravvivere (se replicarsi è sopravvivere), sicuramente maggiore della nostra. E’ la reazione della razza umana, soprattutto di chi la governa e ne decide le sorti, a dimostrarlo.

La battaglia per la sopravvivenza di specie

Ci troviamo al centro di una battaglia per la sopravvivenza di specie, la nostra o la loro, e lo scenario finale in cui tutti confidiamo è veder ridotto il nostro nuovo nemico a poche bande di sopravvissuti disseminati qui e là per il globo terrestre, rassegnati a brevi incursioni fameliche, e un pronto rientro nelle loro tane. Qualcosa di simile a quanto accaduto in passato con la Spagnola (che fece più vittime del primo conflitto mondiale), e più di recente con l’HIV, o la SARS, provocata da un altro Coronavirus, sia pure di tipologia diversa. Conflitti scatenati regolarmente nel corso dei secoli e con diverse categorie di nemici, come la Yersinia pestis (colpevole della Peste Nera nel XV secolo), o il Paramyxovirus, agente del morbillo, meglio noto in passato come Peste Bovina, comparso con l’allevamento intensivo del bestiame e responsabile fino a pochi decenni fa di milioni di morti ogni anno fra i bambini del terzo mondo.

Le due novità: globalizzazione e consapevolezza

covid-19E’ evidente come la globalizzazione intesa in senso fisico, il movimento di masse di esseri umani a una velocità corrispondente a circa i due terzi del muro del suono, abbia facilitato la tracimazione del Covid-19 da una metropoli del nord della Cina a tutto il resto del mondo, nessun continente escluso, Antartide a parte. E’ un fenomeno mai affrontato finora, la prima grande novità di questa epidemia. La seconda, ancora più decisiva per l’esito dello scontro, risiede nella consapevolezza del problema.

A differenza del passato, una consistente porzione dell’umanità ha oggi accesso a immagini, statistiche, grafici di diffusione, grafici di mortalità, indici di contagiosità e, soprattutto, apocalittici commenti e previsioni di esperti (pochi) e venditori di fumo (tanti). Tutto questo introduce una nuova, imprevedibile e temibile variabile nel complesso “sistema pandemia”: la reazione di ciascuno di noi. Lo dimostra l’essere passati, nello spazio di due giorni e due conferenze stampa del Premier Conte, da un fine settimana di baldoria primaverile degna di racconti prenaufragici alla Titanic o di pompeiana memoria, al vuoto cosmico di un cattivo romanzo di fantascienza anni ‘50. Se non altro, qualcuno dirà, la gente si è resa conto del pericolo, e questo è un bene, siamo d’accordo.

Ora il genere umano cambi il rapporto con il pianeta

covid-19Rimane adesso da stabilire se questa immensa messe d’informazioni, immagini, video (seri o divertenti), commenti (sensati o sparati a vanvera) riuscirà a farci capire che bisogna cambiarlo davvero, questa volta, il nostro rapporto malato col pianeta che ci ospita, ammesso che ne usciremo abbastanza in gamba da potercelo permettere.

Se non ce ne accorgiamo in questi giorni, che non siamo e mai saremo la specie dominante dell’universo, soprattutto che non può esistere, per definizione, una specie dominante, tutte queste morti e questi dolori saranno sprecati, un ticket pagato all’ennesimo passaggio d’era, qualcosa di simile alle inutili vittime della grande guerra o del secondo conflitto mondiale. Sta provando a insegnarcelo un corpuscolo grande cento milionesimi di millimetro, che sopravvive sulla terra dal periodo cambriano, come dire da oltre cinquecento milioni di anni, qualcosa più di noi umani. Se non succederà neppure adesso, che nessuno si alzi a dire io non lo sapevo, io non l’avevo capito.