Landini: “Renzi
ha scelto il mercato”

Incontro Maurizio Landini nel suo nuovo ufficio in Cgil. Spicca, tra gli arredi, un manifesto con un giovanissimo Luciano Lama accanto a un giovanissimo Enrico Berlinguer. Il neo-segretario confederale spiega le ragioni del ritorno in piazza della Cgil il prossimo due dicembre. Per cambiare legge Fornero e Jobs Act. Sostiene che il governo ha disatteso gli impegni assunti. E il sindacato, se si piega, rischia di deludere un’altra volta non solo i propri iscritti, ma il mondo del lavoro. I rapporti con le sinistre, l’antidoto alle rotture dell’unità con Cisl e Uil. Il lascito di Bruno Trentin.

 

Quale è stata l’ultima manifestazione della Cgil?

 

Il manifesto con Luciano Lama e Enrico Berlinguer dietro la scrivania di Landini

C’era stato uno sciopero generale indetto da Cgil e Uil nel dicembre del 2014 contro la legge di stabilità voluta dal governo presieduto allora da Matteo Renzi. Era anche un rifiuto del Jobs Act, nonché per la revisione della legge Fornero. Una legge che ha lasciato ancora oggi delle ferite aperte. Non sono certo pochi i lavoratori che ci imputano di non aver fatto il nostro mestiere di sindacato.

Sarà dunque, il due dicembre, anche una manifestazione per cambiare il Jobs Act?

Oggi si comincia a sentire gli effetti di quella scelta non solo sui nuovi assunti. La precarietà non diminuisce, mentre aumentano i licenziamenti e si sono ridotti gli ammortizzatori sociali. Oggi le imprese più che ricorrere agli ammortizzatori licenziano. Una delle ragioni che ha portato al blocco totale dell’ILVA nasce dal fatto che si voleva che i lavoratori fossero considerati come nuovi assunti, ovverosia a non avere più, come dice il Jobs Act, la tutela dell’articolo 18.

Perché in questo 2017 non parlate di sciopero? Forse perché manca una mobilitazione dal basso come succedeva in altre stagioni?

Io so che in questi giorni in diverse aziende metalmeccaniche e non solo, stanno facendo assemblee, approvano richieste di mobilitazione. Sono segnali diffusi che dicono dell’apertura di un processo. Noi abbiamo un messaggio chiaro: la legge Fornero va cambiata radicalmente, qualsiasi governo ci sia.

Molti commentatori chiedono: non temete di favorire così un probabile governo di Salvini-Berlusconi, con le sue scelte di politica sociale?

Un sindacato non deve guardare se abbia difronte un governo di destra o di sinistra. A parte il fatto che in questi anni i governi che si chiamano di sinistra hanno cancellato lo Statuto dei diritti dei lavoratori. Quindi i lavoratori non hanno colto particolari differenze sulle questioni sociali. Non è un caso che oggi quasi la metà degli italiani non vota più.

Lo stesso governo Gentiloni non può definirsi di sinistra?

L’attuale riforma delle pensioni cancella una prospettiva per i giovani e non affronta minimamente il livello di ingiustizia che c’è su questa materia. Così sul lavoro di cura che riguarda le donne quando si parla di maternità, ma poi può riguardare tranquillamente anche gli uomini. E sei di fronte alla completa cancellazione – perché la strada è questa – anche delle pensioni di anzianità.

Però il governo Gentiloni ha abbandonato la strada di Renzi. Ovvero quella che considerava il sindacato un ente inutile…

Siamo alla forma. Perché se tu mi chiami e poi le cose non me le dai che cosa cambia? Io guardo alle richieste che il sindacato unito aveva fatto e all’impegno che c’era in precedenza. La famosa fase due nasce dal verbale di riunione fatto un anno e mezzo fa. Certo, ci fu una rivalutazione delle pensioni anche per i pensionati e il riconoscimento della quattordicesima. Poi si introdusse l’Ape, con la proposta assurda ai lavoratori di aprire un mutuo per poter andare in pensione. Il dato importante sta però nel fatto che in quel verbale si diceva di andare a un confronto per una modifica sostanziale della riforma Fornero. Siamo, invece, alla presenza di briciole e non è cambiato l’impianto strutturale di quella riforma.

C’è però chi dice: se cambiate la Fornero l’Inps va verso il crack…

E’ un’altra bugia. Bisognerebbe avviare finalmente una separazione tra previdenza e assistenza. Ciò che è assistenza non può essere, come avviene oggi, pagato dai lavoratori per il sistema pensionistico. Poi bisognerebbe sapere che qualunque sistema di stato sociale che vuole stare in piedi dovrebbe puntare alla massima occupazione possibile. Con rapporti di lavoro non simili a quelli in auge ora e che sono sottopagati, senza diritti e senza contributi. Infine bisognerebbe vedere dove sono i buchi. Se noi andiamo e vedere i conti ci accorgiamo che il fondo pensioni dei lavoratori precari e dei lavoratori dipendenti privati, per ragioni diverse, sono in attivo. Inoltre si potrebbe pensare a contributi di solidarietà per le pensioni più alte.

C’è stato però un Landini che ha creduto a Renzi?

Certo. Ero segretario della Fiom. Scrivemmo una lettera, quando divenne prima segretario poi presidente del Consiglio. Gli dicemmo: poiché sostieni di voler cambiare il Paese, cambialo insieme al mondo del lavoro. E avanzammo una serie di proposte. Dopodiché lui ha scelto Marchionne, ha scelto il mercato, ha accettato i vincoli europei, ha scelto il Jobs Act. Oggi non è più presidente del Consiglio perché quando ha voluto fare una verifica su di sé, la maggioranza del Paese gli ha detto di non essere d’accordo.

C’è una domanda che insegue Landini e riguarda il suo impegno in politica. Io ricordo che lo scomparso segretario della Fiom Claudio Sabatini si impegnò a suo tempo per un “partito del lavoro”. E’ un sogno che persiste?

Non c’è dubbio che ci sarebbe bisogno di una rappresentanza politica del lavoro. Uno dei motivi della crisi della politica nasce dal fatto che non c’è più una forza politica che assuma questa rappresentanza come punto di riferimento per la trasformazione del Paese. Io credo che oggi 20 milioni di lavoratori dipendenti più tanti lavoratori autonomi, per la condizione che vivono, non siano rappresentati.

Spetta al sindacato favorire questo compito?

Io non penso a una scelta laburista inglese. Penso che il sindacato debba continuare ad essere un soggetto che ha una sua autonomia e un sua indipendenza dalla politica, dai partiti, oltre che dai governi e dalle imprese perché costruisce un proprio progetto sociale di trasformazione. Ho sempre pensato al sindacato come un soggetto politico perché non si limita a contrattare la condizione in fabbrica ma ha un progetto di trasformazione sociale in cui il lavoro e le persone che lavorano diventano soggetti attivi.

E che contributo può dare la Cgil in questa fase di dibattito interno anche a sinistra?

Può contribuire a ricostruire una cultura dei diritti, una cultura del lavoro che è sparita. Nel 1970 tutte le forze politiche dell’arco costituzionale, non solo quelle di sinistra, votarono lo statuto dei diritti dei lavoratori. Oggi il Parlamento tutela l’imprenditore che licenzia dando un po’ di soldi al lavoratore. E’ un bel cambiamento culturale.

E che cosa chiedi ai vari raggruppamenti di sinistra e a quelli che vorrebbero una coalizione unitaria col Pd? E’ possibile una mediazione per battere le destre varie?

Che cosa vuol dire battere le destre? Per far che cosa? Il punto vero riguarda le politiche che si fanno. Dire “sono di sinistra” o “battere le destre” per la maggioranza degli italiani non vuol dire più nulla. Siamo in una fase in cui le parole debbano tornare ad avere un significato. E il significato sono gli atti concreti delle cose che fai. Dovrebbe far riflettere il fatto che gran parte di quelli che non vanno a votare vivono nei quartieri poveri, che nei luoghi di lavoro senti di molti che non vanno a votare oppure votano per Grillo o per Salvini. C’è un vuoto di rappresentanza politica. C’è la necessità di mettere assieme non solo un po’ di forze alla sinistra del Pd. Sento la necessità, come semplice cittadino, di far nascere qualcosa di nuovo in grado di avere un progetto, un programma di cose concrete da fare e che vadano incontro ai problemi di chi lavora.

Non sei preoccupato del fatto che oggi i rapporti unitari con Cisl e Uil subiscono un colpo?

Io non sono certo contento della divisione sindacale. E’ chiaro però che se prima si fanno le piattaforme unitarie e poi non si mantengono fino in fondo, esiste un problema. Sarebbero necessarie delle regole. Sarebbe necessario aprire una discussione su come costruire un’unità sindacale vera. Siamo in una fase in cui stanno aumentando le sigle sindacali, mentre stanno calando i numeri di quelli che sono iscritti al sindacato. E’ un processo che porta a una polverizzazione e al corporativismo.

Hai parlato, in un’altra intervista, di una Cgil che deve cambiar pelle. Ricorrendo alla rottamazione o alle primarie anche nel sindacato?

La rottamazione dovrebbe far riflettere chi l’ha proposta in altra sede. Il risultato finale è che torna Berlusconi. Non ha aiutato molto. E’ servita a dividere il suo campo. Se il partito che tu rappresenti si divide e si frantuma, una qualche responsabilità ce l’hai. Non penso nemmeno alle primarie modello Pd perché trovo assurdo che votino quelli che non sono iscritti. Il problema per il sindacato è come aumentare la partecipazione degli iscritti. Non è sufficiente chiamarli per il congresso ogni tre o quattro anni.

Sono usciti molti commenti ai Diari di Bruno Trentin, un documento spesso sconvolgente. Parla anche al sindacato di oggi?

Mi ha colpito innanzitutto questa sua capacità di non smettere mai di studiare, di cercare delle vie d’uscita per il lavoro, per la persona. Con la ricerca di limiti ed errori non solo del sindacato, ma anche della cosiddetta sinistra storica, della cultura comunista, socialista, socialdemocratica. E ho letto – cosa che non sapevo – che aveva proposto, quando nacquero i Ds, dopo lo scioglimento del Pci, di dar vita a un “partito del lavoro”. Emerge anche in quelle pagine, certo, la solitudine del segretario generale dell’organizzazione. Trovo però che la parte più importante di quei diari stia non tanto nei pettegolezzi, nei giudizi su questo o quel dirigente, quanto nella tenacia nel provare, facendo i conti con i cambiamenti, a ritrovare un filo d’azione, per rimettere al centro l’emancipazione delle persone. Credo che una delle ragioni della crisi della sinistra e del sindacato in questi anni sia da ritrovare nella scarsa capacità di autonomia e di analisi. E’ passata l’idea del pensiero unico, con l’obiettivo di ridurre il danno non di trasformare la società. Credo che Trentin, come testimoniano i Diari, non abbia mai pensato che bastasse accompagnare un processo di adattamento.