Land grabbing
la nuova spartizione
delle terre africane

Perché intere comunità scappano dalle proprie terre, laddove sono nate, hanno fatto nascere i loro figli, hanno seppellito i loro cari? Le ragioni, ne abbiamo già parlato, sono molteplici e tutte distruttive a tal punto da rendere i luoghi natii delle trappole di morte. L’accaparramento delle terre è una di queste ragioni. Il termine inglese, land grabbing è meno dirompente ma, il senso è lo stesso: un fenomeno economico impetuoso che ha dato vita a un flusso di investimenti e di capitali, soprattutto provenienti da paesi sviluppati o emergenti, finalizzato all’accaparramento di terreni agricoli nelle regioni del sud del mondo con la conseguenza di affamare e deportare intere comunità.

E’ solo nel settembre 2016 che il land grabbing viene inserito tra i reati ambientali più gravi secondo la Corte Penale Internazionale dell’Aia. Per questo la Corte decide di riservarsi di dire la propria “caso per caso” e di vigilare affinché le conseguenze di questa pratica non vadano a intaccare diritti umani inviolabili, sanciti dalla comunità internazionale. Dal 2008, cioè dallo scoppio della crisi finanziaria mondiale, il fenomeno del land grabbing è cresciuto del 1000%. L’obiettivo è l’acquisizione massiccia, soprattutto in Africa, Asia e America Latina, di terreni per lo sviluppo di monocolture. Investitori provenienti da altri Stati, consigli di amministrazione di grandi aziende o privati si accaparrano di larghe porzioni di terre considerate “inutilizzabili”, acquistandole da governi compiacenti, senza il consenso delle comunità che ci abitano o che le utilizzano per coltivare e produrre il loro cibo. Per certi versi una nuova forma di colonialismo. Comunque, uno scandalo che spinge alla fame milioni di contadini del Sud del mondo. Ancora peggio di così, è che molti di questi terreni sottratti con le promesse di risarcimenti mai arrivati, vengono lasciati inattivi. Terreni che prima davano cibo e rifugio a molti, sono recintati e rimangono inutilizzati.

Risalire alle responsabilità di questo scandalo ci rimanda alla Banca Mondiale, paradossalmente nata per distribuire aiuti economici agli Stati in difficoltà, e alle sue politiche del libero scambio, adottate dal 2008, che hanno tolto qualsiasi limite all’acquisto di terre appartenenti ai Paesi del Sud del mondo. Lo scopo dell’istituto di Washington, negli Stati Uniti, era stimolare il settore agricolo nei paesi emergenti o in via di sviluppo attraverso l’afflusso di capitali stranieri e dimezzare il numero di persone che soffrivano la fame, entro il 2015, in linea con quanto previsto dagli Obiettivi di sviluppo del Millennio stabiliti dalle Nazioni Unite. Da quel momento è cominciata una corsa sfrenata all’acquisto di terre a basso costo che ha portato alla cessione da parte dei governi di milioni di ettari pur di far fronte alla grave crisi economica e alimentare degli ultimi anni. Una corsa che ricorda il periodo coloniale e la spartizione dell’Africa, in termini di terre e risorse naturali, avvenuta per mano degli stati europei a partire dalla fine del Diciannovesimo secolo. “The new scramble for Africa”, la nuova spartizione dell’Africa l’ha definita il Global Justice Now, l’organizzazione britannica che si batte per i diritti di giustizia sociale, dove, al posto degli stati colonizzatori, ci sono imprese multinazionali che mirano a prendere il controllo dei mercati alimentari. L’organizzazione non governativa Grain che supporta i piccoli coltivatori e i movimenti locali che si battono per la difesa dei terreni ha pubblicato una lista dei paesi africani che tra il 2006 e il 2012 hanno maggiormente subito il fenomeno del land grabbing. Su tutti, Liberia, Guinea, Ghana, Congo, Sierra Leone, Nigeria, Senegal con porzioni di terreno ceduti che vanno da 500mila fino a circa 1,7 milioni di ettari (Liberia). Le lotte dei contadini, in queste terre depredate, non sono mancate ma, nella maggior parte dei casi represse violentemente dagli stessi governi nazionali, spaventati dall’idea di perdere i guadagni acquisiti dalle vendite dei terreni.

Il Madagascar, che ospita una ricchissima biodiversità e specie viventi che non si trovano in nessun’altra parte del mondo, data la sua posizione isolata è stato aggredito pesantemente dal land grabbing per far spazio a un’agricoltura intensiva che ne ha modificato profondamente il territorio. Due casi su tutti: la Daewoo Logistics Corporation nel 2008 e la Tozzi Green (italiana) nel 2012. Quando la Daewoo, società sudcoreana, nel 2008 decide di accaparrarsi 1,3 milioni di ettari di terre per produrre grano e olio di palma, si diffonde un forte malcontento nella popolazione che genera la caduta del governo malgascio di Marc Ravalomanana. Al potere sale il sindaco della capitale del Madagascar, Andry Rajoelina, il quale annulla l’accordo con la Daewoo. E questo atto, secondo alcuni studiosi di land grabbing, ha fatto venir meno molti progetti di investitori stranieri. Non così per la coltivazione di jatropha, che gli stessi abitanti del villaggio di Ambararatabe, nella municipalità di Satrokala, abitata dall’etnia Bara che vive grazie alla pastorizia e all’allevamento di zebù, non conoscono. Eppure è proprio la coltivazione di questa pianta il motivo dell’accaparramento di terre compiuto da parte di un’altra società, questa volta italiana, che si chiama Tozzi Green, sussidiaria del comparto rinnovabili della Tozzi Holding Group. Il contratto viene firmato nel 2012 e prevede l’affitto per 30 anni di 6.558 ettari. L’obiettivo finale è arrivare a 100mila ettari entro il 2019. La jatropha viene usata per produrre biocarburanti destinati ad alimentare centrali a biomasse. Le coltivazioni di queste piantine, sparse su un’area troppo vasta per permettere agli zebù di muoversi come facevano prima, creano dei problemi agli allevatori che sono anche costretti a pagare multe salatissime se le mandrie sconfinano in quei campi. Interi villaggi vengono ridotti in povertà. Solo oggi la situazione, in quel Paese, sembra essersi stabilizzata. I “signori del cibo” continuano ad investire, ma le superfici concesse sono minori rispetto al 2008, anno in cui le cifre sfioravano dai 60 ai 300 milioni di ettari, e la popolazione è sempre più attenta all’imposizione di un modello di produzione agricola diverso da quello familiare che esiste da secoli in quei luoghi.

Anche alcune organizzazioni internazionali si sono impegnate a contrastare il ripetersi di violazioni. La FAO, già nel 2012, pubblicava un documento che indicava l’obbligo al rispetto dei diritti umani fondamentali, alla tutela dell’ambiente e alla protezione delle popolazioni indigene. Ma è solo con il pronunciamento della Corte Penale Internazionale dell’Aia che si comincia ad agire contro il land grabbing come una delle cause colpevoli di affamare e deportare, ovvero costringere all’abbandono delle loro terre, migliaia di contadini e intere comunità in tutto il mondo. Migranti di serie B, vittime di guerre senza armi e senza ferite evidenti sulla propria pelle, ma guerre violente e aggressive allo stesso modo. Stranieri di serie B, rispetto ai più titolati rifugiati richiedenti asilo. Poveri di serie B come sono gli ultimi, nel mondo dei ricchi.