Don Roberto
e la sua colpa
di amare il prossimo

Alla fine è andata così, il solito teatrino della politica, gli odiatori di professione in campo, i leoni da tastiera con la bava alla bocca sui social. L’uccisione di don Roberto Malgesini è stata occasione di sbandierare sentimenti d’odio per alcuni, per altri un dolore vero, tant’è che al suo funerale, a Como, la piazza era ricolma di gente. Chi lo ha conosciuto lo sa: don Roberto non avrebbe apprezzato affatto l’ipocrisia di chi gli rende onore solo perché vittima, e in vita lo ha disprezzato e avversato.

La multa per l’amore

Era stato multato, don Roberto, perché distribuiva cibo a chi non ce l’ha. Come sono state multate molte associazioni che lo fanno e lo continueranno a fare. E certo non era apprezzato il prete dei poveri da chi vede nei senza casa stranieri un fastidio. Lui è andato avanti: anche quando l’assessora ai servizi sociali si è fatta fotografare sotto i portici, mentre strappava via le coperte a chi dormiva in strada. Anche quando i cristiani con rosario al collo varavano e votavano leggi contro la clandestinità, rendendola un delitto penale. Lui della clandestinità se ne infischiava, a lui interessavano le persone messe ai margini da una sistema di leggi ingiuste e crudeli. Aborriva le cancellate, costruiva ponti.

don roberto malgesini
Mentre il governo della discontinuità non riesce nemmeno a modificare i decreti sicurezza – altro che abolirli – le strade si riempiono di persone che non hanno avuto che colpi in faccia, rese artificialmente clandestine e dunque colpevoli. Come il tunisino che ha armato la sua mano contro il don. Decreti di espulsione, fermi, divieti. Sì, aveva rancore, un grande rancore dentro di sé: ma prima delle espulsioni non aveva dato problemi.
Bisognerebbe che qualcuno cominci a studiare l’effetto del rifiuto reiterato sull’animo umano. Non tanto per capire se era matto o no il tunisino Ridha, ma perché l’essere svalutato come scarto è una ferita, per chiunque. Poi, se non si ha accesso ai servizi psichiatrici, le ferite suppurano, si aggravano.

Il grande rimosso della malattia mentale

Sì, i servizi psichiatrici. Quante persone riescono a seguire, a curare, a guarire? Già non bastano per i malati italiani. E solo una piccola parte di stranieri riesce ad accedervi, con i documenti in regola, sicuro. Eppure, spesso, proprio gli stranieri hanno vissuto esperienze traumatiche, dalla tortura per gli oppositori politici ai famigerati carceri libici, ai drammatici viaggi nel deserto e per mare. Aver visto i figli o gli amici morire, senza poter far nulla, è una sofferenza che segna.


La malattia mentale – per italiani e non – è un grande rimosso, e invece c’è, è una sofferenza dura e che fa vergogna. La mano di don Roberto – e dei tanti don Roberto che in Italia si spendono, nonostante le leggi, e gli assessori, e le cancellate, e le multe; e che spesso vengono trasferiti, rimossi, tacitati, sì, anche dalla Chiesa – ha cercato anche quella sofferenza, l’ha accarezzata. Per molti è stato un sollevo, purtroppo non per Ridha.

Ama il prossimo tuo, programma politico

Ma ricordiamolo, don Roberto diceva: ama il prossimo tuo come te stesso. Chi porta in piazza un cartello con queste parole, di questi tempi, rischia il fermo. Lui le praticava. Per chi non è cattolico è un’utopia grande, amare gli altri come se stesso. Gli altri sono diversi, prima vengo io, è il pensiero che va per la maggiore. La politica, quella alta, dovrebbe pensare invece al noi, prima che all’io. A costruire comunità, e occasioni di conoscersi e capirsi, di guarire la sofferenza. A costruire la strada su cui si possa camminare in tanti, a abolire le distanze sociali. Non quelle fisiche del Covid, che ci minaccia tutti – ma quelle sociali sì, che creano differenze e ingiustizie. E favoriscono il clima d’odio.