L’America delle armi
e tutte le fake news

Lunedì mattina molti americani hanno appreso dai social la notizia della strage di Las Vegas e anche che il killer era un liberal che odiava Trump e che era un fan del sinistrorso MoveOn.org. E che inoltre – secondo l’Fbi – era legato allo Stato islamico, notizia che, si diceva in rete, come le precedenti sarebbe stata fatta sparire ad arte dai media mainstream.

Una raffica di informazioni stupefacenti. Peccato che fosse falsa. E che viaggiasse nell’immaginario collettivo grazie al motore di Google e Facebook, pescata automaticamente e finita nelle top story, direttamente da 4Chan e Alt-Right News, siti dell’ultradestra Usa impegnati nottetempo a trovare il modo di far ricadere l’orrore della carneficina su un fronte diverso da quello del facile accesso alle armi. Altra fonte privilegiata usata per contaminare l’opinione pubblica via Facebook è stata l’agenzia Sputnik, controllata da Mosca e già finita nel mirino per le interferenze nella campagna presidenziale: da qua sarebbe partita la notizia di un legame accertato tra il killer e Daesh.

Così per ore l’America social – cioè due americani su tre – hanno avuto una lettura dei fatti completamente inventata. Quando le fake sono state rimosse la maggior parte dei loro lettori aveva già digerito la colazione e scambiato opinioni con tre quarti del Paese su quanto avvenuto.

Come è stato possibile? Google e Facebook danno tutta la colpa agli algoritmi, che setacciano la rete e tirano le somme. Macchine, non uomini, sistemi che “stiamo lavorando per migliorare”, come spiegano i rispettivi uffici stampa.

Il punto è che non si tratta di un incidente isolato. A saper muovere le leve giuste – e l’elezione di Trump prova che è un obiettivo accessibile – si può portare in primo piano qualunque baggianata, come – per dire – quella della rete di pedofili che faceva capo a Hillary Clinton e aveva la sua base in una pizzeria del North Carolina: una fake che non si è tradotta in tragedia per puro caso, quando un uomo ha cercato di fare giustizia da sé aprendo il fuoco nel locale, dopo essersi intossicato su Facebook e Twitter.

I manipolatori sanno come ottimizzare parole chiave che sollecitano la sensibilità dell’algoritmo e fanno conquistare dignità di notizie a pure mistificazioni. Così pure, finiscono per far affiancare sui social siti notoriamente tossici come 4Chan e Sputnik all’informazione di canali del calibro di Cnn e Nbc, come è avvenuto lunedì scorso riguardo alla strage di Las Vegas: appiattiti allo stesso rango, come se si trattasse di sistemi di informazione comparabili e di pari credibilità, un universo dove vero e falso hanno lo stesso peso specifico.

Che siano gli algoritmi a regolare il traffico più che una giustificazione è piuttosto questione che dovrebbe far rizzare le antenne. Una volta il ruolo di moderatori era affidato alla mano umana, ma tanto Google che Facebook hanno scelto una strada diversa. In parte per i costi, ma anche per una dichiarata neutralità nella circolazione di notizie, o presunte tali. Facebook, messa sul banco degli imputati dopo l’elezione di Trump, ha assoldato fact checker, controllori di fatti, per esaminare le storie più controverse, ma il ricorso all’Ap e a Snopes ha sollevato le critiche di attivisti di destra che hanno contestato la censura come orientata a sinistra. E Zuckerberg ci tiene a mostrare la sua creatura come un terreno neutro.

Non è la prima volta che si costruiscono mistificazioni, tanto meno sulle stragi Usa. Persino la tragedia nella scuola elementare Sandy Hook nel Connecticut – 28 morti, quasi tutti bambini – avvenuta nel dicembre 2012, quando Obama in lacrime invocò una legge sul controllo delle armi, sulla rete è diventata una messinscena, puro teatro con attori pagati per intaccare il privilegio costituzionale ad impugnare una pistola o, a seconda degli Stati, anche un’arma da guerra.

Quella del controllo sulle armi è questione datata negli Stati Uniti e certo Trump non appare l’uomo giusto per risolverla dopo aver promesso in campagna elettorale una piena libertà ai pistoleros. Non sarà la peggiore strage Usa dall’11 settembre a fargli cambiare idea, se come sta facendo in queste ore si limita ad attribuirla alla follia (senza capire che il mix letale di fragilità umane e armi facili è parte del problema). Ma non è questo il solo dossier che l’America deve aprire mentre conta i suoi morti.

Il passo falso sul killer di Las Vegas è la ciliegina su una torta di accuse che dall’elezione di Trump chiama in causa Google, Twitter e Facebook come veicoli di disinformazione sistematica, avvelenatori dei pozzi dove si abbevera l’opinione pubblica. Lunedì scorso Facebook ha dovuto consegnare al Congresso 3000 spot acquistati sulle sue pagine da organismi variamente associati al governo russo, nell’ambito dell’inchiesta sulle interferenze di Mosca nel processo elettorale. Per la società una fonte di introiti, che difficilmente si potrà definire neutra, sia per la provenienza da uno Stato straniero sia per la penetranza dei messaggi che colpivano esclusivamente la candidata democratica.

Gli algoritmi non possono essere più lo schermo ad un problema enorme per la democrazia, non solo in Usa. “Facebook e Google hanno speso miliardi di dollari per sviluppare i loro sistemi di realtà virtuale – scrive il New York Times -. Possono risparmiare un miliardo o due per proteggere la realtà vera”.