L’ambiente assente
nei programmi

Forse la garanzia dell’eterna giovinezza, incarnata, ma anche esibita spudoratamente da Berlusconi, che intende arrivare a quella fetta di popolazione che non vuole invecchiare, è l’offerta più autentica che questa campagna elettorale stia esprimendo. Forse è anche la più innocua, perché per il resto dei programmi elettorali dei partiti e movimenti che si presentano alle elezioni politiche del 4 marzo prossimo, si spazia tra pulizia etnica da un lato e robotizzazione spinta del lavoro  dall’altro, in un tripudio di disumanizzazione.

Basta andare a spulciare i programmi con cui i partiti politici vogliono convincere un elettorato piegato dalla difficoltà di vivere, che ci si rende conto di come questo stesso elettorato sia stato spezzettato, fatto a fette da un sistema statistico molto sofisticato e colpito con gli ammiccamenti più “appropriati”. Si potrebbe obiettare che la storia delle elezioni politiche ha sempre visto i partiti strizzare l’occhio al sentiment del proprio corpo elettorale, ma oggi, diversamente dal passato, c’è uno sforzo a chi la spara più grossa, a chi riesce a emergere, non importa come, dall’anonimato, e conquistare più like sulle piazze virtuali. E non importa cosa promette! Non ci sono parole per la crisi che tutti stiamo attraversando, non ci sono ricette per tentare di uscirne e nemmeno segnali di comprensione del grave punto in cui siamo arrivati. E quel popolo, che in ogni modo e con ogni mezzo urla il suo disagio e il suo allarme, viene spogliato di ogni possibilità di partecipazione, da una pessima legge elettorale. Un fortissimo accentramento limita l’attivismo delle comunità locali e rende i cittadini dei numeri da utilizzare nella lotta all’ultimo voto.

Prendiamo per esempio la questione ambientale. Tutti i “barometri”, non ultimo quello europeo, segnalano che i cittadini, soprattutto i più giovani, ritengono fondamentale la tutela dell’ambiente (94% – Eurobarometro 2017) e chiedono politiche verdi. Una consapevolezza che cresce sempre più, ma che non riesce ad entrare in nessuna agenda elettorale e non riesce a scalfire la pervicace inconsistenza e debolezza della proposta dei partiti. Partiamo dal presupposto che per alcuni gruppi politici la questione ambientale è un inciampo culturale e sociale che disturba la piena affermazione di un progetto liberista predatorio e spavaldamente aggressivo per il territorio e per le persone.

È caso del partito di Berlusconi, il cui sogno, esplicitato ufficialmente nei giorni scorsi, è il condono generalizzato di tutti gli scempi ambientali che hanno infragilito e distrutto vaste aree del nostro paese, e nel cui programma, la proposta che più si avvicina ad una parvenza di tematica ambientale è l’animalismo della Brambilla! Ma la situazione diventa grave quando andiamo a leggere la proposta programmatica di partiti, come quello Democratico, che annoverano, nelle proprie fila, importanti personalità dell’ambientalismo, salvo farle fuori alla prima elezione utile, e che elenca, tra i tanti punti (100 ne ha presentati Renzi), alcuni dedicati alle questioni ambientali ed energetiche, a ben guardare, visibilmente incoerenti.

Mi dispiace affermare questo, pensando alle tante compagne e compagni che  coraggiosamente resistono in quel Partito, ma è un fatto, che è incoerente scrivere nel programma  di come si voglia perseguire il progetto di consumo zero del suolo quando non si è riusciti in cinque anni di governo ad approvarne la legge. Ed è un fatto che la Strategia energetica nazionale proposta dal Pd, rinnovabile e radicalmente decarbonizzata,  a cui è dedicata una parte principale del programma, cozza palesemente con le scelte energetiche dello stesso governo targato Pd, che ha venduto l’Ilva di Taranto, all’unico Gruppo imprenditoriale che ha portato in dote un Piano industriale e ambientale mai così lontano da quella decarbonizzazione (nemmeno citata per sbaglio) e uscita dalle fonti fossili, che rappresentano il cuore del programma ambientale del Partito Democratico. Ed è un fatto che se da una parte si teorizza la demonizzazione del petrolio, dall’altra si cavilla sulle trivellazioni mettendo chiodi e spuntando le armi sulla strada dei movimenti no –triv.

Anche il Movimento 5 Stelle cita, tra i primi punti del suo programma elettorale, la questione energetica e l’uscita dalle fonti fossili. Ed anzi, se ne vuole intestare la primazia. Ma è una cambiale in bianco. Perché non sappiamo oggi se questo progetto avrà le gambe per camminare. E nemmeno possiamo avere riscontri con il passato. Sappiamo soltanto, alla luce delle prime esperienze locali, che non conviene promettere la luna se poi non si riesce a raggiungerla! Basterebbe volare un po’ più basso e non aumentare le fila di chi le spara più grosse.

Un gruppo politico che ha scelto di fare della questione ambientale palesemente una bandiera, affidando simbolicamente ma anche concretamente un ruolo di primo piano e un posto nel futuro Parlamento ad una importante personalità femminile del mondo ambientalista, è Liberi e Uguali, che mette in primo piano nella propria proposta programmatica, tutti i punti critici del nostro sistema urbano e naturale e cerca di darne soluzioni sulla base dell’esperienza dei territori, laddove non ci sono numeri e grafici, ma corpi di donne, uomini, bambini e anziani con i loro diritti di vita e di benessere.

Perché è nei territori che fiorisce l’Italia migliore, quella pratica di comunità e di solidarietà che, grazie alla caparbietà di cittadini consapevoli e (pochi) decisori virtuosi e lungimiranti, ha generato importanti passi avanti nel settore industriale strategico e nell’uso delle risorse come fattore di qualità ambientale e di competitività economica. Basterebbe iniziare a valorizzare alcuni processi che si stanno consolidando prepotentemente, ma a macchia di leopardo, come il rafforzamento dei sistemi città, per mettere in pratica un modello virtuoso di programma elettorale possibile e sostenibile. Un modello che metta in primo piano le realtà in controtendenza, in cui si sta giocando oggi, la parte più importante della sfida ambientale. Le green city vanno premiate,  incrementate e studiate, soprattutto perché rappresentano quel percorso di riconversione e rigenerazione il cui approdo è un’elevata qualità ambientale, l’uso efficiente delle risorse naturali e in generale un benessere diffuso e nuove opportunità di sviluppo e di occupazione. Un occhio di riguardo dovrebbe avere, inoltre,  il nostro patrimonio naturale e culturale, settore strategico per la nostra economia e la via principale per rendere migliore il nostro futuro. E poi ….investire “pesantemente” sulle tecnologie verdi che oggi rappresentando un punto fisso nell’economia italiana ma che hanno bisogno di trovare uno spazio adeguato e consono nelle agende dei governanti.

Dal  Rapporto 2016 della Fondazione Symbola e di Unioncamere emergono dati molto interessanti. I green jobs rappresentano quasi  3 milioni di lavoratori della filiera della sostenibilità e dell’economia circolare. “Una scommessa che nel nostro Paese è stata colta da oltre 385 mila imprese dell’industria e dei servizi che hanno investito negli ultimi cinque anni in tecnologie e prodotti green. In pratica un’azienda su quattro sta puntando sull’ecoefficienza dei processi produttivi, circa il 26,5% del totale. E la percentuale sale al 33% se prendiamo in esame solo il settore manifatturiero”. Cosa vuol dire questo? Che investire nell’ambiente fa bene all’ambiente ma anche all’economia. Ed ha riflessi positivi sul lavoro e sull’occupazione. Fino al 2016 erano 3 milioni  i posti di lavoro collegati alla filiera green tech  “che contribuiscono a un valore aggiunto pari a 190 miliardi di euro” e, la cui domanda continua a crescere.  Purtroppo però questi dati incoraggianti non scalfiscono la pervicace inconsistenza e debolezza su queste tematiche, delle agende dei partiti, che invece ignorano o, quando va meglio, sottovalutano tematiche come quelle ambientali ed energetiche sulle quali la conoscenza è un gap, l’ignoranza è un sistema.

 

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