L’alleanza tra scienza e umanesimo
ricetta di democrazia

«Scienza e umanesimo, un’alleanza?». È il titolo del convegno organizzato in Senato da Sergio Zavoli, presidente della Commissione per la Biblioteca e l’Archivio Storico di questo ramo del Parlamento. Il convegno si tiene oggi e domani (27 e 28 novembre) a Roma. E vi partecipano studiosi di svariate discipline, per affrontare un tema antico eppure più che mai attuale.

Verrebbe da dire: perché quel punto interrogativo? Scienza e umanesimo vanno a braccetto, almeno da quando la matematica e la filosofia naturale furono riscoperte dagli umanisti che resero viva la cultura di Firenze del Quattrocento. E a chi, come Charles Percy Snow, sul finire degli anni ’50 del secolo scorso, diceva che, purtroppo, le due culture, quella scientifica e quella umanistica, si andavano separando, Primo Levi – eletto a più grande scrittore di scienza di ogni tempo dalla inglese Royal Institution – risponde: «Sovente ho messo piede sui ponti che uniscono (o dovrebbero unire) la cultura scientifica con quella letteraria scavalcando un crepaccio che mi è sempre sembrato assurdo». E poi aggiunge: questa separazione tra cultura scientifica e cultura umanistica, se c’è, è «una schisi innaturale, non necessaria, nociva, frutto di lontani tabù e della controriforma, quando non risalga addirittura a una interpretazione meschina del divieto biblico di mangiare un certo frutto. Non la conoscevano Empedocle, Dante, Leonardo, Galileo, Cartesio, Goethe, Einstein, né gli anonimi costruttori delle cattedrali gotiche, né Michelangelo; né la conoscono i buoni artigiani d’oggi, né i fisici esitanti sull’orlo dell’inconoscibile».

Allo stesso modo Italo Calvino sostiene che la letteratura italiana raggiunge il suo apice quando si rende disponibile a un ménage a trois con la filosofia e la scienza. E poi aggiunge: «L’atteggiamento scientifico e quello poetico coincidono: entrambi sono atteggiamenti insieme di ricerca e di progettazione, di scoperta e d’invenzione».

Calvino non solo contesta l’idea della separazione tra le due culture, data per consumata da C. P. Snow, ma propone addirittura una sostanziale alleanza tra scienza, arte e filosofia. Un’alleanza necessaria per uscire dal labirinto della incomprensibilità del mondo.

Perché questa proposta è più che mai attuale?

Be’, intanto perché il labirinto della incomprensibilità del mondo sta diventando più aggrovigliato che mai. E poi perché siamo entrati nella «società della conoscenza». Significa, a essere molto rozzi, che una parte rilevante e ormai maggioritaria dei beni e dei servizi che produciamo hanno un valore aggiunto (nel sensi economico del termine) che è costituito dalla conoscenza.

La scienza, sosteneva Luciano Gallino, costituisce l’intero apparato deambulatorio di questa nuova era dell’economia e della società dell’uomo. Una gamba, infatti, è produzione incessante di nuova conoscenza. L’altra è costituita dalle applicazioni tecnologiche «senza fine crescenti» che direttamente discendono dalla produzione di nuova conoscenza.

Bene, la scienza (ci ha sbarcato) nel nuovo mondo. La società e l’economia della conoscenza hanno generato, a grana grossa, tre effetti: a ) una crescita diffusa dell’economia. Mai il mondo è stato così ricco; b) una disuguaglianza enorme: mai sulla Terra c’è stata tanta disuguaglianza; c) una coscienza enorme: mai abbiamo avuto maggiore coscienza dei limiti dello sviluppo, anzi della crescita.

Nessun trionfalismo, naturalmente. Molte – troppe – sono, come sostiene da tempo Joseph Stiglitz (In un mondo imperfetto, 2001), le promesse infrante della globalizzazione, compresa la globalizzazione della conoscenza. Troppo spesso la scienza e la tecnologia vengono usate come nuovi fattori di esclusione sociale. Troppo spesso la conoscenza immateriale è usata come motore della crescita ad alto impatto ambientale (non sostenibile). Mentre dovrebbe essere il principale fattore di inclusione sociale e di sviluppo sostenibile.

La sfida che abbiamo di fronte è, dunque, costruire una società democratica della conoscenza. Il che significa che la scienza non deve essere a vantaggio di questo o di quello, ma come diceva Francis Bacon già nel Seicento, a vantaggio dell’intera umanità.

Ora facciamo una deviazione verso la Danimarca, nella cittadina di Aarhus. Lì il 28 giugno 1998 viene proposta dalle Nazioni Unite una Convenzione in materia ambientale che riassume bene il concetto di rapporti nuovi tra specialisti e cittadini. La Convenzione, ratificata anche dall’Italia, riguarda «l’accesso alla informazione e alla partecipazione pubblica nel decision-making» oltre che «l’accesso alla giustizia». Il succo della Convenzione è che i cittadini hanno diritto ad avere piena informazione perché hanno diritto a compartecipare alle scelte. In questo caso ambientale.

Ma possiamo generalizzare i principi della “convenzione Aarhus” a ogni dimensione che coinvolge la scienza. Perché la domanda di compartecipazione riguarda l’intera società della conoscenza. Si è giustamente parlato di una nuova domanda di diritti di cittadinanza, i diritti di cittadinanza scientifica.

Ecco, una società democratica della conoscenza deve soddisfare queste nuove domande di cittadinanza scientifica, che sono di diverso tipo: culturali (accesso alla conoscenza), sociali (la conoscenza deve essere a beneficio di tutti), politici (contribuire alla formulazione di leggi per aumentare le opportunità e minimizzare i rischi associati alla produzione di nuove conoscenze), economici (sviluppo di un’economia della conoscenza dal basso), ecologici (usare la conoscenza per vivere in un ambiente migliore).

Ciò significa che nella moderna società della conoscenza i cittadini non esperti compartecipano alle scelte rilevanti delle comunità scientifiche.

Nella società democratica della conoscenza (nella società della compartecipazione) matura, capace di evitare i venti della demagogia, diventa necessaria una cultura scientifica diffusa.

Ecco, dunque, che serve un’alleanza più stretta tra scienza e umanesimo. Per cercare di dimostrarlo diamo la parola a Dante, noto non a caso per essere il “poeta della scienza”, avendo riassunto nella sua Commedia tutte le conoscenze di filosofia naturale del tempo.

Ebbene Dante nel Convivio pone la basi della democrazia della conoscenza e della comunicazione in una società democratica della conoscenza. In breve: sostiene la filosofia – anzi, la Filosofia – è «l’amoroso uso di sapienza». È quell’insieme razionale di dimostrazioni scientifiche intorno agli avvenimenti del mondo naturale e di intuizione delle cose divine attraverso cui l’uomo gode di «quel piacere altissimo di beatitudine, lo quale è massimo bene in Paradiso». La beatitudine altro non è che il benessere interiore. E la filosofia è sia il mezzo per raggiungere la beatitudine che una componente delle beatitudine stessa.

«La scienza – sostiene – è ultima perfezione de la nostra anima, ne la quale sta la nostra ultima felicitade». Dunque: « beati quelli pochi che seggiono a quella mensa dove lo pane de li angeli si manuca! e miseri quelli che con le pecore hanno comune cibo!». Beati quelli che hanno accesso alla conoscenza.

Purtroppo, sostiene Dante, non tutti possono sedersi «a quella mensa dove lo pane de li angeli si manuca!». Ci sono due tipi che non lo fanno. Gli ignavi, quelli che potrebbero e non se ne curano. E per loro c’è poco da fare. Ma poi ci sono i poveri, coloro che per motivi sociali ed economici, pur volendo non riescono a sedersi al prezioso tavolo.

A queste persone, che non riescono a fare ricerca (come diciamo con termini moderni) pur volendo, possono e devono essere d’aiuto i comunicatori. Sono loro che devono portare a tutti le briciole che cadono dal tavolo dove lo pane de li angeli si manuca. E qual è il migliore canale per assolvere a questo compito democratico? Be’, dice Dante: è la poesia.

Dante dunque prefigura un’alleanza tra scienza e umanesimo per costruire insieme una società democratica della conoscenza. Ebbene, quella sua felicissima intuizione è oggi più che mai attuale.