Così la sinistra
è condannata
all’estinzione

Ha qualcosa di surreale l’esultanza del Pd che brinda e spaccia come un trionfo epocale l’aver rinunciato alla figura di un suo vice premier. Dopo aver già ceduto su ogni cosa in maniera vistosa e unilaterale, i negoziatori del Nazareno pur di andare al governo hanno reso un innocuo fiato vocale le richieste di discontinuità (impossibili da realizzare con una operazione di semplice trasformismo parlamentare).

La scelta cui Zingaretti è stato indotto, dal governismo senza princìpi delle sue truppe ma anche dalle premure dei colli più alti, si annuncia come una alleanza subalterna che potrebbe essere pagata con elevati, e alla fine insostenibili, costi.

In politica vale sempre una precauzione suggerita da Nietzsche. “Finché si sta facendo un’esperienza, bisogna abbandonarsi all’esperienza e chiudere gli occhi, cioè non voler fare già in essa l’osservatore”. E quindi occorre assaporare la distanza che separa da un evento troppo recente per coglierne meglio i diversi aspetti altrimenti sfocati. Nondimeno, cercando di non incorrere in una indigestione per azzardare un giudizio avanzato sfidando l’intempestiva contrazione dell’esperienza disponibile, il politico deve pur anticipare, acciuffare il senso dell’accadere e la ricaduta delle scelte.

L’impatto asimmetrico

Rispetto alle semplici impressioni non ancora mature, il sondaggio pubblicato dal Corriere offre qualcosa di più consistente su cui riflettere, con numeri che suggeriscono l’indicazione di tendenze su cui poggiare una prima valutazione della direzione presa con la formazione del nuovo governo. La rinuncia di Zingaretti a proporsi come argine di una sinistra larga al populismo delle due destre non riveste solo un aspetto tattico, cui si può sempre rimediare.

Si tratta di una opzione strategica, quindi dall’impatto di più lunga durata e destinata a sprigionare effetti generali sul sistema e forse con minime possibilità di correzione, alla luce anche dei rapporti di forza parlamentari e al già nitido gusto che si intravvede nei grillini di giocare a esibire loro la maschera truce di Salvini infierendo su un Pd e una Leu (che spinge a ottenere qualche posto nella spartizione delle spoglie dopo essere stata esclusa dalle scelte programmatiche e politiche), privi di coerenza d’analisi, e già satolli per la ricompensa di qualche ministero.

Il sondaggio di Pagnoncelli dice che il soccorso offerto dal Pd a Conte si configura come un passaggio politico dall’impatto asimmetrico. Un non-partito che versava all’angolo e appariva morente trova risorse inaspettate per riprendersi occupando di nuovo una ormai svanita posizione centrale, e un partito che era in parziale ma visibile ripresa perché premiato (anche immeritatamente alla luce dei processi) come forza di opposizione alla svolta reazionaria dei gialloverdi, mette a repentaglio la propria tenuta per inseguire una volontà di governo che sigilla come incontrovertibile proprio l’assunto identitario grillino secondo cui destra e sinistra sono irrilevanti.

Sostituendo Salvini nel ruolo di partner del M5S, il Pd non solo condona generosamente gli atti del governo “salvo intese” macchiati dalla più smaccata vergogna legislativa sui migranti ma conferisce il trionfo definitivo all’ideologia grillina per cui le opzioni ideali sono del tutto evanescenti per poter distinguere tra destra e sinistra.

Sconfitta strategica del Pd

Con richieste di discontinuità mai accettate, e riconoscendo la legittimità di un non partito a base proprietaria e quindi ab origine estraneo ad ogni logica costituzionale, il Pd ha regalato alla creatura morente della Casaleggio ben 7 punti percentuali. Con oltre il 24 per cento delle preferenze, i grillini staccano nettamente il Pd che diventa il terzo partito e interrompe bruscamente il recupero avviato con le europee.

Quella di Zingaretti pare una sconfitta strategica che recide l’ipotesi di un campo largo del centro-sinistra (che anche alle europee si avvicinava al 30 per cento) in grado di combattere a viso aperto con i populisti illiberali per estendere il consenso dopo il fallimento della coalizione gialloverde.

Il governismo accontenta gli appetiti del cerchio ristretto del Pd (la coalizione dominante che si spartisce le più alte responsabilità di governo) ma non aiuta la ricostruzione di un sistema politico attorno all’asse programmatico ritrovato destra-sinistra. Il caminetto che domina il Pd, e che ruota da un segretario all’altro sempre attorno alle stesse personalità che si propongono in ruoli intercambiabili, ambisce solo al presidio della postazione di governo, e questa dimensione di potere per il potere è indifferente che si conquisti con un grande consenso elettorale o dopo una sonora sconfitta alle urne.

Governismo dal fiato corto

La pax piddina poggia sulla comune accettazione della risorsa governo come unica preoccupazione e quindi postula senza trauma alcuno la convivenza pacifica con l’eventualità che il Nazareno si stabilizzi come una forza di media grandezza, collocata attorno al 15 per cento dei voti ma in grado di entrare nel gioco delle alleanze quando nessuna maggioranza chiara esce dalle urne.

Con la metà dei seggi rispetto al M5S e con la percentuale modesta del 15 per cento come futura prospettiva, il cerchio ristretto del Pd (e anche di Leu) opera come nucleo dirigente destinato alla stanza dei bottoni per poter così ricompensare le aree di fedeltà con il sottogoverno, le nomine, le consulenze, le risorse per l’editoria. Che sfumi l’ipotesi sistemica di una alternativa della sinistra larga, che aveva premiato Zingaretti, non costituisce preoccupazione alcuna per i Franceschini, Del Rio etc. che non hanno progetti politici diversi da quelli che riguardano la loro immediata spendibilità nei dicasteri.

Al cerchio ristretto di influenza, che guarda solo al governo, si è aggiunto il sottobosco più ampio delle cariche elettive locali, disperate dinanzi alla prospettiva immediata di perdere le regioni rosse e quindi aggrappate al sogno di una intesa con il M5S per affrontare con più speranze di sopravvivenza le prossime consultazioni.

Il soccorso in bianco offerto dal ceto politico del Pd e di Leu ai grillini spegne definitivamente l’ipotesi di un campo autonomo di sinistra e condanna il Pd al ruolo di formazione di piccola-media grandezza che dipende dalle parabole della Casaleggio.

L’estinzione della sinistra

Peraltro anche l’azienda proprietaria del non-partito vive un atteggiamento ambivalente. Da una parte sorride per la morte scampata grazie all’insipienza dei politici di professione che accettano di essere trattati come figure fantozziane. Dall’altra però teme gli effetti della tambureggiante campagna mediatica che, a partire dal Manifesto per arrivare al Corriere, costruisce l’immagine surreale di un Conte che oltre all’abbondante dose di lacca avrebbe anche qualcosa che somiglia a un cervello politico nella testa. Se l’avvocato del popolo si convince che il sostegno di tutti i grandi poteri del mondo sia un credibile attestato di autorevolezza, la sua obbedienza agli ordini della micro-azienda Casaleggio potrebbe diventare problematica.

Sempre Nietzsche, nella stessa pagina, stabiliva che la differenza tra il grande politico e il fanatico sta nella capacità di calcolo che al grande politico permette di “vedere molte cose, soppesarle” e al fanatico di “vedere una sola cosa trovando in essa l’unico motivo di agire”. Il fanatico guarda solo all’effetto della crociata contro Salvini e gode dell’usura del capitano nero per fortuna allontanato dal Viminale. Il grande politico percepisce che, al di là del destino del capitano nero, altre cose sono rilevanti, e cioè che la formazione del governo di legislatura alle dipendenze della nullità chiamata avvocato del popolo condanna la sinistra all’estinzione.

La distanza tra le parole di Zingaretti e i suoi atti concreti è un colpo micidiale all’idea stessa di politica e decreta che al populismo, che oggi si salda con le astuzie delle oligarchie tecno-liberiste europee, non esiste alternativa culturale e sociale.