L’alleanza PD-5S
è un’illusione,
non una strategia

In questa politica divenuta ultraleggera, in cui le parole appena proclamate sono smentite un attimo dopo, è difficile prevedere evoluzioni lineari e modulare i contorni resistenti nell’arco di una fase. Il M5S, che è diventato il primo non-partito scommettendo sull’arte fascinatoria-manipolatoria della parola, attraversa una fase lunga di caotico rimescolamento interno. Espulsioni, scissioni, proclami e minacce segnano il destino di un regime impazzito fondato sull’inganno della parola.

Confidare su qualche punto fermo, per abbozzare una strategia delle alleanze, rimane un azzardo in assenza di agganci più consistenti. Non perché le alleanze siano diventate un inciampo inessenziale, ma in quanto gli impegni presi non valgono molto, tutto è estremamente fluido. Non avendo una cultura politica resistente, cui riferire le possibili scelte, il M5S sopravvive agli eventi nell’assoluta imprevedibilità dell’approdo dopo le diaspore. I cambiamenti di alleanze, programmi, identità sono stati così fulminei in due anni appena che le illimitate circolazioni delle maschere dell’antipolitica a ridosso di alleanze a geografia variabile non autorizzano a pensare ad acquisizioni definitive e quindi all’adozione di assi di pensiero più saldi.

Nessuno dei soggetti politici peraltro dispone di un pensiero che scavalchi le spicciole manovre congiunturali per andare avanti procedendo a tentoni. Il non-partito di Grillo esprime ai massimi livelli il tempo di una piccola politica ridotta a lodi furbeschi o alchimie strane spacciate per visione strategica. Nel M5S, e anche nel Pd e in Leu, si vive in una nostalgia del tempo perduto e per questo, in maniera alquanto impolitica, senza una valutazione dei processi reali e degli scacchi subiti, si invocano gracili punti di equilibrio, si prenotano i galloni da destinare alle risorse irrinunciabili.

Sfuma la capacità di condizionamento

Intanto, con le scissioni e le epurazioni, l’asse M5S-Pd perde numeri in aula e, soprattutto al senato, sfuma la forza di condizionamento entro il campo assai eterogeneo di governo. L’abortito disegno di un gruppo di consultazione interparlamentare rivela un fastidio, neppure tanto celato, a riconoscere il senso autentico del mandato che il Quirinale ha conferito a Draghi. L’ossessione di costruire nell’immediato una strategica coalizione è un punto di debolezza, non di realismo, che consegna una maggiore capacità di manovra a Salvini, cioè proprio al principale leader schiaffeggiato dal governo di tregua.

Per adesso Salvini ha risposto con prontezza alla minaccia. Poco importa se per calcolo o per convinzione. Distinzioni superflue, in politica. Quel che conta è che ha percepito, magari confusamente o per puro fiuto, che con l’operazione Draghi il principale indiziato a essere sterilizzato, almeno in prospettiva, è proprio il capitano. Nel Pd non si è verificato un altrettanto tempestivo mutamento di rotta e con il primato dell’alleanza ad ogni costo si intende forzare situazioni che per evolvere positivamente richiedono tempo. Sono le circostanze a suggerire le alleanze tra forze che intrecciano battaglie condivise per risolvere condizioni problematiche e non sono le prove di alleanza a prescindere di per sé a smuovere i rapporti, ad accelerare sbocchi politici auspicabili.

In tempi di politica ultraleggera, l’opzione prioritaria dovrebbe essere quella di riacquistare un minimo di pesantezza, di ridisegnare le tappe per ritrovare una qualche capacità di insediamento organizzativo, di riscrivere le forme di un briciolo di cultura politica riconoscibile. La nostalgia per un minimo di politica strutturata dovrebbe avere la precedenza rispetto a mitologiche alleanze coltivate sulla base di un evanescente rimpianto di esperienze fallite e del traino immaginario di capi di sicuro dimenticabili.