L'”Alba” racconta il viaggio Cgil in Urss
alla ricerca dei prigionieri italiani

Il primo numero de «L’Alba», giornale dei prigionieri di guerra italiani nell’Unione sovietica, compare il 10 febbraio 1943, sotto la direzione di Rita Montagnana (‘Marisa’).

Il giornale esce ogni 7-10 giorni e raggiunge in breve una tiratura di 7.000 copie, per un totale complessivo di 144 numeri, l’ultimo dei quali pubblicato il 15 maggio 1946.

Dopo i primi quattro numeri è diretto da Edoardo D’Onofrio fino all’agosto del 1944, poi da Luigi Amadesi e Paolo Robotti; del comitato di redazione fanno parte Vincenzo Bianco e Nicolaj Terescenko.

Probabilmente a causa della cronica mancanza di carta, il giornale è composto fin dalla nascita da sole quattro pagine: la prima generalmente dedicata alle operazioni sul fronte russo-tedesco, la seconda contenente articoli di elogio e apologia del sistema sovietico, della sua organizzazione sociale e politica, delle realizzazioni dell’industria e dell’agricoltura, la terza composta da articoli e scritti degli internati stessi sulla condizione di vita nei campi (Dall’ottobre 1944 alla primavera 1945 il giornale pubblica – in 27 puntate – il diario personale di Fidia Gambetti, scrittore, giornalista e poeta già fascista, diventato comunista nei campi di prigionia in Russia. Al rientro in Italia Gambetti si iscriverà al Pci, divenendo redattore de «l’Unità», condirettore di «Vie Nuove», redattore capo di «Paese Sera». Il diario pubblicato su «L’Alba» darà origine ad un libro pubblicato nel 1948 dalla Milano Sera editrice con il titolo “I morti e i vivi dell’Armir”, pp. 238. Nuova edizione Roma, Editori Riuniti, 1953, pp. 277). La quarta e ultima pagina dedicata alle “Notizie da tutto il mondo”.

Anche all’interno della pubblicazione, l’estate del 1945 è caratterizzata dalla visita in Urss di una delegazione della Cgil, ancora e fino al 1948 unitaria, (la seconda ed ultima delegazione unitaria della Cgil in Urss sarà ospitata due anni più tardi, nel 1947. L’Archivio storico Cgil nazionale conserva l’audio inedito ed originale degli interventi , 17 lacche in alluminio, di Italo Viglianesi, Clemente Maglietta, Teresa Noce, Luciano Ferrari Bravo, Renato Bitossi e Antonio Negro) su invito di alcuni sindacalisti sovietici che precedentemente erano stati in Italia.

Su incarico di Togliatti – e con un preciso accordo col Governo italiano – la delegazione si occupa anche della questione dei prigionieri italiani.

Una delegazione della Cgil parte per l’Urss, titolerà il n. 28 del 14 luglio 1945: “Il primo ministro Parri – annuncia il giornale – ha ricevuto i membri della delegazione sindacale che si recherà in Unione sovietica entro il mese corrente. La delegazione è composta dal segretario generale della Cgil G. Di Vittorio, dal segretario della Federazione dell’industria chimica Cuzzaniti, dal rappresentante del sindacato dei ferrovieri Borghese, dal segretario della Camera del lavoro di Milano Morelli, dal segretario della Federazione genovese dei metallurgici Pizzorno, dal membro della C. e. della camera del lavoro di Milano Santi e dal membro della Commissione consultiva femminile presso la Cgil, Adele Bei”.

La delegazione italiana atterra all’aeroporto di Mosca il 1° agosto (nella riunione del Comitato direttivo confederale del 25 luglio 1945 Di Vittorio chiede al Comitato direttivo di dare mandato ai delegati di redigere sul posto, dopo aver visitato l’Urss, il messaggio di saluto). «L’Alba» del 18 agosto (a. III, n. 33) pubblica – a firma G. Longo – una lunga intervista a Giuseppe Di Vittorio, il quale “si presta di buona grazia, anzi, siccome parla a nome di tutta la Cgil, invita Morelli per la corrente democristiana della Cgil e Borghesi per quella socialista”.

Nella intervista ufficiale non c’è alcun riferimento alla problematica dei prigionieri, ma il tema è fortemente sentito e presente.

Il problema maggiore è quello di dare notizie a casa ed avere notizie da casa, per rassicurare i familiari da un lato, i prigionieri dall’altro.

Si legge nella Rubrica “Piccola posta”: “Peri – Tua madre ti invia i suoi saluti da Roma e chiede notizie”; “Generale Ugo Buoncompagni – La sua signora ha personalmente pregato Adele Bei di trasmetterle i suoi saluti e assicurarla che a casa stanno tutti bene”; “Ammiraglio Emilio Brenta – La sua signora, Teodora Brenta, manda saluti”.

Nei giorni precedenti alla partenza per l’Unione sovietica, decine e decine di parenti dei dispersi – saputo del viaggio – scrivono alla Cgil per avere notizie.

Le lettere sono gelosamente custodite nei bianchi armadi dell’Archivio nazionale della Confederazione, che conserva anche, oltre che la corrispondenza con il Ministero dell’interno ed i disegni e le fotografie sulla vita nei campi di prigionia e sulla disfatta dell’Armir, gli elenchi manoscritti e dattiloscritti dei prigionieri dei campi 58/4 e 58/6 (le visite riportarono notizie di svariate centinaia di italiani dei quali non si avevano tracce e da questo punto di vista gli elenchi conservati costituiscono un documento fondamentale).

Lo stesso fascicolo contiene l’interessante nota senza data a firma Robotti indirizzata a Giuseppe Di Vittorio dal cognato di Palmiro Togliatti (Paolo Robotti e Togliatti avevano sposato due sorelle Elena e Rita Montagnana):

“Caro Di Vittorio – si legge nella nota di trasmissione – colgo l’occasione per mandarti alcuni disegni riproducenti scene vere della disfatta dell’Armir viste dagli autori dei disegni stessi. Credo che potranno completare gli scritti già mandati nel caso decidiate di fare una pubblicazione completa”.

“Ti avverto – aggiunge Robotti – che aspetto sempre il tuo ‘richiamo d’urgenza’… perché penso sempre, come quando ti parlai, che potrei fare molto di più in Italia, in qualsiasi campo, che qui. Ad ogni modo mi affido alla volontà dei… santi che, come tutti sanno, stanno a Roma”.

Robotti rientrerà definitivamente in Italia nel gennaio 1947 ricoprendo vari incarichi nel Pci. Dopo la morte del cognato Togliatti (1964), si dedicherà più alla scrittura che all’attività politica, pubblicato vari articoli su «l’Unità» e «Rinascita» e scrivendo tre libri, in gran parte autobiografici: La prova (1965, sull’esperienza in Unione sovietica), Il gigante ha cinquant’anni (1973, sulla storia dell’Urss) e Scelto dalla vita (1980).

Il fondo Paolo Robotti è stato interamente versato alla Fondazione Istituto Gramsci nel 1996.