L’Africa e i suoi sogni. In nome di Sankara. Parla la sorella Blandine

“Per ottenere un cambiamento radicale bisogna avere il coraggio d’inventare l’avvenire”. La frase è di Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso ucciso il 15 ottobre 1987 dal suo braccio destro Blaise Compaoré, poi diventato dittatore e abbattuto trent’anni dopo da una rivolta popolare. Del sogno, della politica messa in campo da Sankara, e del riscatto possibile dell’Africa, si è parlato giorni fa a Roma, a Casale Garibaldi. Insieme alla sorella di Thomas, Blandine. Un dibattito – organizzato da Nodo Sankara, centro di prevenzione psicosociale a Casale Garibaldi – fitto di testimonianze e preceduto da “Faden Kele, guerra fratricida” di Abou Touré, una suggestiva performance accompagnata dalla musica e dal canto di Anatole.

Il paese degli uomini  integri

Blandine Sankara
Blandine Sankara. Foto di Ella Baffoni

Un tempo il Burkina si chiamava Alto Volta. Il tentativo radicale di decolonizzazione è cominciato da lì, dal nome: Burkina Faso vuol dire “paese degli uomini integri”. E gli uomini integri hanno cominciato allora a prendere il loro destino nelle loro mani. Nei villaggi e nelle città, nelle scuole e nei quartieri – racconta Blandine Sankara – si discuteva cosa fare, di cosa ci fosse bisogno. Facendo attenzione a non fare debiti, che il debito avrebbe gravato sulle spalle dei figli e dei nipoti. Contro la deforestazione e la siccità, si piantarono alberi: per la nascita di un bambino, per un matrimonio, per un funerale…

 

I progetti del Burkina di Thomas

Molte donne erano ministri nel governo Sankara, “Non possiamo liberarci senza la liberazione delle donne, diceva Thomas: e allora, racconta Blandine, “furono sperimentate le giornate degli uomini al mercato, che facevano la spesa e cucinavano ogni giorno, così da capire davvero la fatica e il costo del lavoro domestico.

Il Burkina è produttore di cotone, che veniva tutto esportato: invece grazie alle cooperative di tessitrici abbiamo cominciato a lavorarlo qui, invitando le persone a usare i nostri tessuti, e così è aumentato il benessere. Ogni persona aveva diritto a due pasti al giorno e a 5 litri di acqua potabile. Sono state costruite scuole e la ferrovia del Sahel, sono state distribuite le terre ai contadini. Il colonialismo ci aveva tolto fiducia e fierezza, così abbiamo alzato la testa”.

La rivolta del 2014

Abu Touré e Anatole
Abu Touré e Anatole. Foto di Ella Baffoni

In questi anni molti di quei progetti sono stati abbattuti, l’analfabetismo è altissimo, l’80% di chi vive nelle zone tribali, se prima partecipava al rinnovamento, ora è tornato spettatore. La rivoluzione, dice Blandine, “è stata cancellata a livello politico, non sociale. Lì i semi che avevamo gettato hanno germinato, da lì viene la rivolta del 2014. Nonostante la repressione capillare, la gente si ricorda e agisce: magliette, slogan, immagini, Thomas Sankara era ancora vivo nella rivolta. E poi si è riuscito a mandare via Monsanto, il progetto malaria con ogm ancora non sperimentate è ancora in stand by”.
Certo, c’è la destabilizzazione prodotta dagli attacchi jihadisti, sempre più fitti. E forse non è un caso il fatto che il Sahel abbia un sottosuolo ricco di minerali appetibili, ormai nelle mni di multinazionali. Forse non è un caso che Compaoré dalla Costa d’Avorio voglia far sentire la sua mano. Più probabile siano entrambi i fattori: in più, i gruppi jihadisti si sono unificati e hanno fatto 50 attacchi, in maggioranza al nord, verso il Mali”. Una bella ipoteca sulle elezioni previste nel 2020. Ma intanto non c’è un’alternativa politica chiara.

I grandi leader africani

abu touré e anatoleSankara, Lumumba, Sékou Touré, Kwame Nkrumah: grandi leader africani accomunati dalla volontà di decolonizzare l’Africa, ma soprattutto la cultura africana.
Anche in Togo il primo presidente è stato assassinato, racconta Koffi, proprio dentro l’ambasciata Usa: “In Togo non c’è sviluppo, non c’è lavoro né scuole. Il nepotismo è altissimo. La povertà è estrema, si muore perché non si può comprare una medicina che costa 50 centesimi. Per questo le famiglie spingono i giovani a andar via”. Altro che aiutarli a casa loro – dice Christian Carmosino, regista che ha filmato la rivolta del 2014 – ritiriamo da lì le aziende europee che sfruttano e fanno affari poco puliti: l’economia è in mano agli stranieri, solo 1% dei profitti delle miniere d’oro resta in Burkina, il 99% va all’estero.
Non è l’unico paese africano in queste condizioni. Lo spiega Abu, il protagonista della perfomance sui bambini soldato: “In Africa si pensa che in Europa ci sia l’Eldorado. E in qualche modo è vero. I miei giocattoli, da bambino, erano le bottiglie vuote che trovavo in strada, che facevano suoni singolari. Nei paesi dei bianchi le bottiglie sono piene, invece. L’immigrazione non si fermerà con i porti chiusi, l’Eldorado è un sogno potente. Anche se poi, anche qui si dorme per terra. Anche qui c’è chi non ha che una capanna, anche qui si ha fame. E si può morire ammazzati”.

Il colonialismo dentro di noi

blandine sankara e luciano rondine di nodo sankara
Blandine Sankara e Luciano Rondine di Nodo Sankara

Anche qui ci sono gli stereotipi del colonialismo, riflette Monica, operatrice sociale – ogni luogo di assistenza è connotato dal colonialismo. Dobbiamo imparare a riconoscerlo dentro di noi”. Già, perché, dice Luciano, coordinatore di Nodo Sankara, “il sistema di accoglienza vede solo persone che hanno bisogno di assistenza. Non la loro spinta desiderante, non la forza del loro sogno. Sono corpi che devono mostrare le loro ferite, anime che devono mostrare la loro sofferenza: senza, non esistono. Ecco perché ci riguarda la decolonizzazione. Dovrebbe suggerirci di guardare e avere relazione con l’altro non solo come portatore di bisogni, ma anche di sogni”.
E’ importante conoscere gente di paesi diversi, soprattutto quando vengono qui, e vivono accanto a noi, portando culture ricche e vitali. Quando si pensa all’Africa, si ha l’immagine pauperista dei bambini affamati, delle sofferenze. Ma l’Africa è tanto altro: saperi, fede, passioni, vivacità che la repressione e le difficoltà non somo riuscite finora a spegnere. Analizziamo i protagonisti del colonialismo e i danni che hanno provocato, certo; “poi però, invece di accusarci reciprocamente – conclude Blandine Sankara – impariamo a lavorare insieme per rompere i pregiudizi e il portato del colonialismo. Noi africani abbiamo certo la nostra parte di responsabilità, come voi europei. Se pensiamo che un altro mondo sia possibile, dobbiamo impegnarci a costruirlo insieme, ognuno dov’è”. E, appunto, avere il coraggio di inventare l’avvenire.