L’addio a Germana
“quintessenza” Pci

Ci sono notizie che oltre al dispiacere, al dolore, ti riportano di colpo nel passato, passato molto lontano a dire il vero. Parliamo del 1976. Era maggio ed io ero un giovane avventizio nel reparto fattorini del’Unità, quella vera, quella che era un giornale di informazione e formazione, un giornale difficile ma che forniva strumenti e conoscenze per combattere il nemico con le stesse armi. E dentro l’Unità di gente che era in grado di dare, di elargire conoscenze ce  era molta e non erano solo i giornalisti. C’erano anche altre persone che venivano dall’esperienza della guerra e del dopo guerra, il personale poligrafico e amministrativo, ancora nel 1976, era composto da compagni la cui validità morale e politica non era da meno dei titolati giornalisti. Per me, giovane studente, entrare a l’Unità era stato un colpo di fortuna insperato e trovarmi a lavorare con questi compagni, perché questo si era allora, significava molto.

Germana Germani

Come fattorino avevo rapporti principalmente con la segreteria di redazione, centro nevralgico di un giornale dell’epoca del piombo e dei primi anni della rivoluzione tecnologica. Poi fu tutta un’altra storia. Insomma, la segreteria di quell’epoca era composta solo da donne, e che donne. Tra di loro c’era Germana Germani, donna forte, preparata e seria, ma se me la figuro con gli occhi dei ricordi la vedo sempre sorridente. Per alcuni versi per me diventò mitica dopo che seppi, e lessi perché mi piaceva approfondire, che aveva avuto “l’onore” di essere indicata da un settimanale di destra, Candido o il Borghese, come esempio di donna da cui guardarsi perché era la quint’essenza della donna comunista. Insomma gli riconoscevano quello che i colleghi di lavoro già sapevano. Avrei potuto essere più preciso sul giornale che la citò se ancora ci fosse on line l’Archivio de l’Unità. Ma oltre a mettere sulla strada gli ultimi giornalisti e poligrafici hanno anche voluto privarci di una parte della nostra memoria.

Aveva un bel carattere Germana, non era tenera ma sapeva tendere la mano, non lesinava consigli e sapeva distinguere la “qualità” degli errori. Forse ricordo male, ma entrai in segreteria di redazione proprio quando, in seguito ad una delle tante ristrutturazioni, una intera generazione andò in pensione. Ebbe per me parole di incoraggiamento. Rimase al giornale con altri compiti, si occupava dei rapporti con lo studio legale che difendeva i giornalisti dalle varie denunce. Un incarico delicato che lei portò avanti con la consueta professionalità.

Alla scrivania dell’Unità

Non saprei dire quando andò via definitivamente perché Germana era una parte de l’Unità e comunque, bene o male,  era con noi, non aveva troncato mai in modo netto e traumatico i rapporti. Anni dopo venne a lavorare al giornale sua figlia Eloisa, che è stata una cara compagna di lavoro finché non sono andato in pensione, che ci teneva aggiornati sulla vita e sulle condizioni di salute della mamma. Germana ha combattuto a lungo contro i mali che l’affliggevano e ha combattuto con tenacia e con fermezza come sempre perché era, e nella nostra memoria resterà tale, una donna che non indietreggiava davanti a nulla.