Antisemitismo nel partito, dal Labour scuse ufficiali

Keir Starmer

Ieri mattina il leader di uno dei maggiori sindacati britannici, Unite, storico grande donatore del Labour Party fin dagli anni Settanta, ha annunciato un taglio delle sovvenzioni. Len McCluskey, a nome della forte organizzazione di lavoratori, si è detto indignato per una decisione presa dal successore di Jeremy Corbyn alla guida della sinistra.
Il nuovo segretario del Labour, Sir Keir Starmer, giurista educato a Oxford, capo dell’Ufficio per la pubblica accusa della Corona (Crown Prosecution Service) prima di essere eletto alla Camera dei Comuni, vuole dare un taglio netto all’antisemitismo di numerosi dirigenti del partito. Starmer ha annunciato che chiederà ufficialmente scusa, a nome di tutti i laburisti, ai sette whistleblowers, i funzionari che hanno reso pubbliche circostanze gravi e imbarazzanti, che lascerebbero poco spazio all’idea che l’accusa di avere in odio gli ebrei sia un’esagerazione. Il partito, ha aggiunto Sir Starmer, indennizzerà completamente chi ha perso il lavoro ed è stato umiliato per cercare di difendere l’onore del movimento laburista, combattendo l’antisemitismo.

Il sindacalista Len McCluskey, molto vicino all’ex leader Corbyn, ha dichiarato all’Observer che “gli indennizzi costituiscono un abuso, uno spreco dei soldi degli iscritti al sindacato. State pur certi – ha aggiunto – che chiederemo conto di questi soldi e rivedremo le nostre decisioni e la nostra politica sulle donazioni al partito.” Dall’inizio del 2019 Unite ha dato sette milioni di sterline al Labour. L’organizzazione guidata da Len McCluskey ha un fondo economico che è il più grande rispetto a tutti gli altri sindacati europei.

La causa persa con la BBC

Come si è arrivati a questo punto? Un sentimento antisemita, o risentimento, iniziato almeno dieci anni fa, utilizzando in modo malizioso e strumentale la questione palestinese. Che questa non c’entri un bel nulla lo dimostra il fatto che la maggior parte dei laburisti di fede o estrazione ebraica, sia nei sondaggi, sia nelle dichiarazioni pubbliche di tanti esponenti, sono sostenitori di una pace che passi per un pieno riconoscimento dei diritti del popolo palestinese.

Jeremy Corbyn

Il gruppo di funzionari, ebrei e non, epurati e sottoposti a continue pressioni, è difeso dal noto avvocato Mark Lewis, specialista in diritto dell’informazione. I whistleblowers compariranno come parte offesa di fronte alla EHRC, la Commissione per l’uguaglianza e i diritti umani, un’istanza legale pubblica sostenuta per legge dal governo in carica e anche di fronte a un tribunale ordinario. Il quesito legale sollevato dalla EHRC, già prima delle elezioni politiche, è il seguente: “Il partito Laburista è istituzionalmente razzista?”.

Il labour ha già perso un contenzioso aperto contro la BBC. Per la serie “Panorama”, il primo canale dell’emittente pubblica britannica aveva messo in onda il documentario intitolato “Il partito laburista è antisemita?”. Gli autori avevano intervistato numerosi dirigenti, spesso membri della commissione di inchiesta interna su questo tema, costretti a licenziarsi e oggetto di continue offese o minacce. Epurati da Corbyn o dai suoi fedelissimi, hanno avuto piena ragione dall’Old Bailey, che ha ritenuto il reportage equilibrato e completo.

Le accuse degli avversari interni di Corbyn

Fino al 2015 non si parla di antisemitismo nel Partito Laburista, spiega il dirigente Mike Creighton, anche se questo non significa che il Labour ne sia esente. “A un certo punto – spiega – entrano membri con una particolare visione del mondo, furono loro a rendere aperto e aggressivo l’antisemitismo”. Gli avversari interni di Corbyn, tuttavia, lo hanno sempre accusato di sostenere la causa palestinese con un “blind eye”, con un occhio cieco ad altre forme di odio o razzismo, in particolare contro gli ebrei. Si succedono le commissioni d’inchiesta interne, un carosello di dimissioni o allontanamenti dei membri che non si allineano alla politica del presidente di turno, nominato da Corbyn e dal resto del comitato direttivo. Kat Buckingham racconta quanto l’ambiente fosse ostile ai commissari inclini a pensare come nel partito stesse sempre prendendo sempre più piede l’antisemitismo. “Per noi l’ambiente era soffocante, una guerra civile interna”.

La deputata Louise Ellman, della circoscrizione Liverpool Riverside, diventa un obiettivo dell’odio, riceve minacce, si fa il vuoto politico attorno a lei. Ben Westerman era l’unico ebreo nella commissione del 2015. “Negli incontri di partito i compagni mi chiedevano di dov’ero. Domandavo cosa intendessero e mi rispondevano se per caso non venissi da Israele. Tutti mi dicevano che ero in combutta col governo israeliano”.

Le dimissioni forzate

Via questa commissione, sotto un’altra, stavolta presieduta da Jennie Formby, sindacalista e deputata. Aumentano le pressioni su chi chiede un’onesta ammissione da parte dei dirigenti, che avrebbero dovuto, secondo i “ribelli”anti-Corbyn, individuare e sanzionare gli antisemiti. Formby minaccia chi sostiene questo e smette di usare la posta elettronica del partito, utilizzando invece una mail personale. Scrive a Corbyn (il messaggio è in seguito filtrato) di comunicare con lei solo attraverso questo indirizzo, in violazione delle regole. Continuano le dimissioni forzate di chi è critico. Se ne va Buckingham: “mi sentivo impotente e in colpa, avevo fallito”, dirà in seguito.
Un trattamento speciale viene riservato a un’altra voce contro il gruppo dirigente del partito: Louise Withers Green è costretta a firmare un accordo di riservatezza in cui si impegna a non dire mai e per nessuna ragione cosa ha visto e sentito in qualità di funzionaria di partito.

Se ne va anche Sam Matthews, dice di aver pensato a un gesto estremo, tale era la pressione durante le lunghe riunioni. Sam è persuaso che l’antisemitismo rischi di avvelenare il Partito Laburista e tradire i suoi elettori. “Mi è stato chiesto di fare e scegliere cose che mi facevano stare male, mi sentivo in trappola”. Anche lui si dimette e si ritrova senza lavoro.

Nel 2018 Andrew Gwyne lancia un chiaro avvertimento a chi non la pensa come Corbyn in fatto di ebrei e dice in un’intervista pubblica: “Non è benvenuto nel partito, la nostra famiglia, chi ha pensieri aberranti”.

Keir Starmer ha detto che accetterà tutti i verdetti e gli indennizzi disposti. Vuole chiudere con un passato che non deve diventare anche futuro, vuole mettere la parola fine a un clima di ammorbante intimidazione, di cui la minaccia del sindacato Unite è l’ultimo episodio.
E chiarisce, da capo del partito, cosa significa per lui antisemitismo, citando il rabbino Lord Jonathan Sacks: “Antisemitismo significa negare il diritto degli ebrei di esistere come collettività con gli stessi diritti di chiunque altro”.