La “Waterloo” della dignità
non basta un decreto

Mettetevi nei panni di una ragazza o di un ragazzo (o magari, come capita spesso, di persone che hanno raggiunto ormai i 40-50 anni) tutti costretti a vivere con contratti a termine. Ovvero contratti ballerini. Capita a costoro di guardare la Tv, di leggere pareri su Facebook o sui giornali. Vengono così a sapere che c’è un decreto legge che dovrebbe risolvere addirittura i problemi della loro “dignità “. Cosicché c’è da una parte chi annuncia l’avvenuta “Waterloo del precariato”, ovvero la definitiva sconfitta della loro instabile condizione umana. Come se, all’improvviso, i loro contratti ballerini fossero stati magicamente tramutati in contratti stabili. Mentre da un’altra parte, altrettanto colpo di scena, si annuncia perfidamente che ottomila di loro resteranno appiedati. Senza più nemmeno quella avvilente speranza di un soccorso momentaneo. 
Uno spettacolo indecoroso, oggetto di altisonanti dibattiti televisivi. Nessuno però si sofferma a raccontare la vera dignità ferita di quei detentori di contratti a termine. Una miriade di persone che, tanto per fare un esempio, sia con la “causale” (la motivazione per cui vengono assunti), o senza la “causale”, non possono metter su famiglia, avere figli, costruire un futuro, magari avere un giorno una pensione consistente.
A loro questo dibattito può apparire davvero paradossale. Magari qualcuno si chiederà: davvero il grande albergo della costa romagnola mi metterà fra le 8 mila vittime, insieme ad altri compagni? E come potrà continuare a gestire l’impresa con la manodopera dimezzata? Oppure la rimpiazzerà peggiorando la nostra condizione, proponendo quei voucher che si vogliono reintrodurre con lo stesso decreto?
Ciò che colpisce nella ferrea logica di molti commentatori è l’equazione tra possibile introduzione di norme restrittive (il periodo assegnato ai contratti ballerini, le motivazioni per cui si adottano visto che spesso sono riservati a mansioni “stabili” e non passeggere) e la cancellazione di ben 8 mila posti di lavoro. Non è la prima volta che si esalta questa logica. C’è stato un tempo in cui un governatore della Banca d’Italia, Guido Carli, teorizzava la doverosa fine di “lacci e lacciuoli” riferiti a norme sul lavoro. Era una voglia di dare la piena “libertà” agli imprenditori togliendo diritti e quindi libertà ai “dipendenti “. Infatti gran parte di quei lacci e lacciuoli sono stati poi tolti, lo Statuto dei lavoratori è stato rivisitato. Il bilancio finale lo vediamo ora esaminando la decadenza del sistema produttivo-occupazionale. Non è stata una ricetta foriera di grandi risultati. 
È del resto la stessa logica che ispira oggi coloro che reclamano, altro esempio, una correzione della recente legge sugli appalti. Anche qui tale intervento è dettato da un’ansia di libertà. La gran libertà di poter disporre come si vuole delle persone non importa se queste non possono convolare a giuste nozze, avere un credito dalle banche, fare figli, godere non della felicità ma di un po’ di serenità. Non credo che così si aiuti un’economia che avrebbe bisogno innanzitutto di rianimare gli investimenti pubblici. I contratti ballerini sono il supporto di imprese ballerine, fragili. Le imprese più forti e capaci di navigare in mercati sempre più difficili, sono quelle che puntano sulla formazione continua e aggiornata dei lavoratori non trattati come merce da sfruttare per periodi brevi e poi si vedrà. Imprese che magari puntano sulla rivoluzione tecnologica e sulla necessaria partecipazione attiva di operai e tecnici. Non tanto per trovare una poltroncina per un loro rappresentante nel consiglio di amministrazione, ma per assegnare loro un ruolo attivo, da protagonisti, nel processo produttivo. La “dignità” si conquista così e non basta assegnare quel nome a un decreto.