La verità sulla scelta di Noa;
l’eutanasia non c’entra proprio nulla

La ragazza olandese di 17 anni al centro di articoli spesso poco accurati, morta alcuni giorni fa, non è stata sottoposta a eutanasia tramite la somministrazione attiva o passiva di medicinali. Ristabiliamo la verità. Dopo molte valutazioni e tre anni di richieste, ha usato il proprio diritto legale di smettere di nutrirsi e di bere. Genitori e medici, questa volta, a differenza di quanto accaduto con numerosi trattamenti, alimentazioni forzate e ricoveri obbligatori disposti in passato, terapia elettroconvulsiva, contenzione, non l’hanno sottoposta ad altre costrizioni. La giovane, all’età di undici anni, e successivamente a quella di quattordici, aveva subito molestie e stupro. Da allora soffriva di una severa forma di stress post-traumatico, depressione con numerosi tentativi di suicidio, automutilazioni, problemi di personalità, panico e altre gravi patologie.

la verità sulla scelta di noaLa versione dei giornali olandesi

I media olandesi, molto indipendenti sui temi sociali e politici, ma garantisti sul tema della privacy, hanno tenuto un registro veritiero, essenziale, protettivo nei confronti della giovane, della sua famiglia e degli stessi lettori, pur senza omettere nessuna delle informazioni necessarie a comprendere l’accaduto.

La ragazza aveva scritto su Instagram un breve messaggio di congedo dicendo fra l’altro: “mi trovo in sala da pranzo, in un letto da ospedale…Dopo molte conversazioni e controlli è stato deciso che sarò liberata poiché la mia sofferenza è insopportabile…Finora non ho vissuto, sono sopravvissuta, e neppure questo. Sono ben accudita, ricevo sollievo dal dolore e sono tutto il giorno con la mia famiglia. L’amore in questi casi è lasciare andare. Questo verrà pubblicato dopo la mia morte, così tutto sarà chiaro”.

L’anno scorso aveva scritto un’autobiografia, intitolata “Vincere o imparare”, con la prefazione di uno dei medici che la seguivano, Roland Verdouw. Lo specialista sottolineava come vi fosse meno comprensione e accettazione per un’intollerabile sofferenza psichica tra i giovani rispetto a intollerabili sofferenze fisiche, come un cancro, ad esempio. Resta insomma un retaggio che porta a giudicare il malato mentale e ad abbassare la soglia dell’ascolto soprattutto se si tratta di un minorenne, presumendo ciò che sia meglio, senza badare troppo alla voce dei ragazzi.

Verdouw sostiene anche come sia in vigore “un’assistenza affidata al codice postale”: in alcune aree del Paese (e non solo nei Paesi Bassi, che hanno un altissimo standard medico) la presa in carico del giovane paziente psichiatrico è veloce, in altre invece è più lenta.

 

La scelta dell’alimentazione forzata

La ragazza non aveva avuto neppure in questo molta fortuna e aveva dovuto attendere mesi prima di accedere a una struttura appropriata, tirando intanto avanti con un’alimentazione forzata con accesso. Negli ultimi due anni un’intera équipe la seguiva e si era cercato di aprire una conversazione nazionale sulla sofferenza mentale tra i giovani. In una tavola rotonda al Rijnstate Hospital di Arnhem bioeticisti, pediatri, psichiatri, terapisti specializzati in traumi mentali, la stessa ragazza e i suoi genitori avevano guidato una discussione molto partecipata.

Il quesito posto al seminario di studi era il seguente: “Cosa succede adesso? N. vuole avere accesso al processo di cure palliative in quanto i trattamenti non hanno più senso. Ha ripetutamente reso noto questo desiderio. Dice di voler morire in modo umano. Ha già tentato più volte di suicidarsi”. È un enorme quesito morale e filosofico e spiace che, con poca umiltà, in alcuni Paesi stranieri si siano levate tante irriflessive voci pro e contro il rispetto della volontà del paziente.

la verità sulla scelta di noaAnche sulla legislazione dei Paesi Bassi sul fine vita e sulle dichiarazioni universale ed europea dei diritti della persona purtroppo non si sono controllati fatti e dati. La brillante collega Naomi O’Leary ha scritto: “La ragazza di 17 anni vittima di stupro non ha subito eutanasia. Mi sono bastati dieci minuti per controllare con il giornalista che aveva scritto la storia originale in olandese”. Dieci minuti di sforzo cui i lettori hanno diritto.

Chi alimenta la confusione

Alimentare la confusione è un atto antisociale. La frase “decisioni mediche sul fine vita” è un nome collettivo per deliberazioni e atti che conducono alla morte del paziente. Vi sono tuttavia connotazioni legali ed etiche assai diverse in questo spettro di azioni: l’eutanasia, il suicidio medico assistito (PAS), la sospensione o la fine del trattamento (non-treatment), o il rifiuto del trattamento.

Sarà a tutti evidente come, dal punto di vista morale e, per chi è credente, dal punto di vista teologico, alcuni comportamenti medici, come il non accanimento terapeutico, siano diversi rispetto ad altre procedure. Anche la terapia del dolore o la sedazione profonda per pazienti che sono ridotti a un grumo di dolore ricadono in una categoria diversa da altre. La legislazione internazionale ed europea ha sempre cercato e sta continuamente cercando di bilanciare due diritti universali e per legge non disponibili, intangibili dallo Stato democratico: la vita e la libertà della persona.

 

Le regole sul fine vita dei Paesi Bassi

I Paesi Bassi sono stati i primi ad adottare e consolidare regole sull’ammissibilità legale di decisioni sul fine vita in campo medico. Dall’aprile del 2002 è in vigore la legge sull’eutanasia. Tuttavia, essa resta un crimine in base agli articoli 293 e 294 del codice penale olandese. Se questo atto è commesso da un medico che ha soddisfatto una lunga serie di requisiti, ed è poi segnalato alle autorità giudiziarie, il medico non sarà perseguito.

La lista delle condizioni è lunga: il medico deve essere convinto che la richiesta del paziente sia volontaria e ben ponderata, che la sofferenza della persona sia intollerabile, deve aver infornato ampiamente il paziente sulle sue condizioni e sulla prognosi, deve aver a lungo discusso con il paziente e arrivare alla conclusione che non vi siano alternative ragionevoli, deve aver consultato almeno un altro medico con nessun legame al caso che deve valutare e scrivere una relazione sul paziente.

Questi requisiti valgono anche per un minore di dodici anni o più, se capace, e solo col consenso dei genitori. Quando il minore ha più di sedici anni i genitori devono comunque essere coinvolti. La legge sul diritto al fine vita assistito non si applica in nessun caso per i neonati con una disabilità, anche gravissima.

Un tema eticamente rilevante e fonte di tanta sofferenza non merita propaganda né calcoli politici. Chi turba le persone speculando sul tema offende la vita e la morte.