La verità è che vogliono
l’impunità
per l’autoriciclaggio

Il vice presidente del Consiglio, Ministro dello Sviluppo Economico, Ministro del Lavoro, Capo politico del Movimento 5 Stelle, On. Luigi Di Maio ha usato la tribuna di Porta a Porta e la squisita ospitalità del “dott.” Bruno Vespa per cercare di uscire dalla trappola nella quale si era cacciato da solo: la decretata irrilevanza penale per condotte che normalmente integrano reati fiscali e reati connessi di riciclaggio e autoriciclaggio.

Il reato di autoriciclaggio, tra l’altro, fu inserito dal centrosinistra nella scorsa Legislatura e fu una novità salutata con soddisfazione da tutti i soggetti che hanno a cuore il contrasto alla corruzione in questo Paese: finalmente dal gennaio 2015 si può colpire la condotta di chi faccia fruttare nell’economia legale i proventi della sua propria attività criminale, commettendo con ciò un secondo delitto, specifico e non assorbibile nel disvalore del reato presupposto, quello di avvelenare l’economia legale appunto a discapito di tutti gli operatori onesti che non possono e soprattutto non vogliono beneficiare di denaro frutto di attività illecite. Facemmo una cosa giusta insomma.

Ma torniamo al decreto fiscale e alla presunta “manina”. In giro circola un fiume di denaro frutto di attività economica legale, che viene sottratto al fisco e portato all’estero, da dove poi in mille modi creativi torna nella disponibilità di chi se lo è guadagnato. C’è anche un fiume di denaro che invece è frutto di attività illegale. La politica può decidere che sia di interesse generale aprire una saracinesca attraverso la quale almeno il primo fiume possa tornare in Italia: è denaro figlio quanto meno di reati fiscali e che se è stato impiegato in attività economiche, porta con sé lo stigma dei reati di riciclaggio e autoriciclaggio, dunque la politica deve decidere anche quanto “costi” al proprietario di quel denaro riportarlo in Italia, ma generalmente se questa è la decisione assunta, sarà logico introdurre la non punibilità penale delle condotte che sono state poste in essere attorno a quel denaro. E’ discutibile come ogni scelta politica, ma tant’è: lo facemmo anche noi nella passata Legislatura proprio con il provvedimento che introduceva finalmente il reato di autoriciclaggio, ma a condizioni significativamente diverse da quelle attuali.

Ecco perché è incredibile la scusa della “manina” di Di Maio: è più verosimile che l’introduzione del meccanismo della emersione di capitali illegalmente portati all’estero fosse nell’accordo con la Lega, in cambio chissà di che cos’altro e che qualcosa nel negoziato continuo tra Lega e 5 Stelle sia andato storto, convincendo Di Maio a tirare il freno di emergenza, correndo a Porta a Porta.

C’è in vero un segnale di compiacenza gravissimo verso le mafie che Salvini e Di Maio hanno già dato purtroppo, ma sta nel Decreto Sicurezza e consiste nella possibilità, mai vista prima nel nostro ordinamento, di vendere all’asta ai privati i beni immobili confiscati alla mafia.
Questo segnale, unitamente alla mancata costituzione della Commissione parlamentare anti mafia, rende ancor più necessario tenere alto il livello di attenzione e di reazione.