La verità è che in Italia
la sinistra è scomparsa

La vittoria di Lega e M5s, culminata con l’ingresso nella stanza dei bottoni, dovrebbe indurre a evitare immediate e semplicistiche assimilazioni agli altri contesti europei e a concentrare maggiormente l’attenzione sul caso italiano. Per esempio, non è esatto dire da noi quel che è stato detto per altri paesi, come Germania, Francia, Spagna e Grecia, ossia che i partiti cosiddetti populisti acquistano terreno ai danni di quelli tradizionali. La situazione italiana è molto diversa. Da noi, infatti, i partiti tradizionali sono scomparsi da un pezzo e anzi uno dei partner dell’attuale governo, la Lega, è il partito più vecchio presente in parlamento.

Quel che caratterizza la situazione italiana è un altro elemento, probabilmente più grave: la scomparsa della sinistra. Mentre negli altri contesti, infatti, la sinistra è riuscita a trovare nuove forme di espressione, o a reggere con difficoltà ma senza scomparire, tant’è che si trova al governo in tre dei quattro casi citati (Germania, Grecia e da ultimo Spagna) e in uno, la Francia, al suo posto non c’è la destra ma un partito eurocratico, da noi lo svuotamento della sinistra è andato a riempire attori di destra.

Come ciò sia potuto accadere è la prima domanda da porsi e alla quale non si può rispondere con esaustività. Il secolo in corso era iniziato nel segno della destra, con la vittoria di Silvio Berlusconi nel 2001, ma la sinistra italiana, nelle sue varie declinazioni, mostrò subito grande vitalità, soprattutto nella società. Si pensi all’antagonismo dei movimenti contro la globalizzazione, a quello dei ceti medi riflessivi (i girotondi), alla oceanica manifestazione contro l’abolizione dell’articolo 18 indetta dalla Cgil di Sergio Cofferati, fino alle enormi mobilitazioni contro la guerra in Iraq.

Questa grande vitalità sociale della sinistra, che veniva dal basso, era incentrata, generalizzando, su alcuni punti: difesa del lavoro, critica al neoliberismo, collocazione europea dell’Italia (con Germania e Francia contro il Regno Unito di Blair) per una strategia internazionale che evitasse la guerra, una maggiore regolamentazione del mercato, soprattutto in quei settori, come i media, maggiormente coinvolti nel processo democratico.

Grazie a questo forte attivismo, a partire dal 2002 la sinistra iniziò una forte rimonta che la vide vincere tutte le elezioni successive e che culminò con la grande vittoria alle regionali del 2005. Nel volgere di poco tempo, però, ci fu un mutamento drastico. Il centrosinistra, unito sotto le bandiere dell’Unione, pareggiò le politiche del 2006 (vittoria solo alla Camera) e, complice forse l’ostinazione di Romano Prodi di ritenersi eletto dagli italiani, diede vita a un governo debole e litigioso che durò un anno e mezzo.

In questo periodo esplode la polemica contro la “casta”, titolo di un fortunato best seller del 2007 di due firme del Corriere della Sera, subito acquisito dai professionisti dell’antipolitica che nell’autunno di quell’anno realizzavano il primo “Vaffa day”, amplificato da alcuni megafoni mediatici (tornava allora in tv Michele Santoro e portava con sé Marco Travaglio).

Il 2007 è un anno chiave per capire i mutamenti più recenti anche perché è allora che nasce il Partito Democratico. Salutato con toni trionfalistici, a distanza di poco più di dieci anni si può affermare, al di là degli scopi annunciati, che esso è finito per avere una sola funzione: ridimensionare il ruolo della sinistra e dare del partito un’immagine neo-moderata e a tratti neo-populista.

Come prima conseguenza della nascita del Pd, dopo pochi mesi cadde Prodi e si sfaldò l’Unione (in virtù della decisione di “correre da soli”). Poi vinse Berlusconi nel 2008 senza Casini, ovvero senza nessuna forza politica ancorata in qualche modo a quello che un tempo si chiamava l’arco costituzionale, e la sinistra cosiddetta radicale non riuscì a entrare in parlamento. Infine, dopo il fallimentare e contradditorio tentativo di Bersani, si arrivò a Renzi, che ha ha portato alle estreme conseguenze il lavoro di ridimensionamento della sinistra e delle sue idee (gli attacchi a Landini, la ridicolizzazione della Camusso accusata di inserire i gettoni nell’I-phone, l’accusa di fare i gufi rivolta a chiunque a sinistra osasse criticare le sue scelte) attraverso un programma di riduzione dei diritti dei lavoratori e di manomissione della Costituzione.

In tutto questo frangente, il Pd ha spostato i propri riferimenti sociali e culturali, rinunciato al conflitto, narcotizzato il fare opposizione, declassato la mobilitazione sociale ai soli gazebo. Tutte scelte che hanno accresciuto il distacco dalla società e spinto migliaia di persone a optare, per speranza o per protesta, verso il M5s e, in misura minore per la Lega, non reputando utili o credibili altre ipotesi come Leu o Pap.

Piaccia o non piaccia, i due partiti populisti sono stati gli unici in grado di incarnare un’alternativa. Che poi essa sia reazionaria è un altro discorso che rende più drammatico il presente. Però, una costatazione che funge da premessa per sviluppi futuri va fatta decisamente: non è vero, come dicono i grillini, che non ci sono più destra e sinistra. È vero, almeno per l’Italia, un’altra cosa: allo stato attuale non c’è più la sinistra.