La democrazia illiberale di Orbán: la UE tace

Un nuovo fantasma si aggira per l’Europa. Si chiama democrazia illiberale e se qualcuno pensa che si tratti di un ossimoro probabilmente ha ragione sul piano della logica ma non su quello dell’analisi dei fatti politici: basta guardare alle molte cose che stanno succedendo dagli Urali ai confini del Brennero (e si sa che qui da noi c’è chi è al lavoro perché non si fermino là). L’ultimo atto è la vittoria di Viktor Orbán, che rischia di consegnare all’autocrate ungherese la possibilità di riformare la Costituzione del suo paese dando all’esecutivo, e a lui stesso, gli strumenti di un potere senza bilanciamenti e senza controlli, accompagnato dal dichiarato proposito di eliminare l’opposizione “con la politica e con la legge”, cancellando così i princìpi affermati in tre secoli buoni di civiltà europea.

È proprio da qui che dovrebbe partire ogni riflessione su quel che sta avvenendo in Ungheria, e che non è dissimile da ciò che è accaduto o sta accadendo in Polonia, in Cechia e, fuori dall’Unione, in Ucraina, in Bielorussia, nella Russia di Putin e quello che comincia ad accadere nell’Austria della piccola coalizione che ha portato al governo l’estrema destra della FPÖ insieme con i democristiani del giovane rampante Sebastian Kurz. La vittoria di Orbán era prevedibile e prevista. Resta solo da vedere se al 48% di voti raccolti dal suo partito Fidesz corrisponderà la maggioranza dei due terzi che gli permetterebbe di attuare la sua riforma liberticida, che peraltro ha già cominciato mettendo sotto controllo la Banca Centrale e i vertici della magistratura e limitando gravemente la libertà di stampa. Ciò che era purtroppo altrettanto previsto ma che non è assolutamente scontato è il modo in cui hanno reagito le istituzioni di Bruxelles e il partito di maggioranza relativo nel parlamento europeo, il PPE.

Diciamolo con chiarezza: è uno scandalo. La portavoce del presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, mentre il suo capo telefonava al vincitore delle elezioni per congratularsi, ha timidamente ricordato che “i valori su cui si basa l’Unione europea valgono per tutti” e questa pleonastica banalità è stata tutto quello che Bruxelles ha avuto da dire davanti alla conferma per la quarta volta al potere di un uomo che quei valori li ha disconosciuti tutti, e se ne vanta anche. A cominciare dal rispetto dei diritti umani degli esuli che hanno avuto la sventura di trovarsi ad avere a che fare con le autorità del suo paese per continuare con il rispetto della libertà di stampa, dell’autonomia della magistratura, dell’indipendenza delle autorità monetarie. E della parità di fronte alla legge di tutte le religioni, che non pare essere propriamente un principio nel paese che vuole chiudere le frontiere a tutti i musulmani e il cui capo politico si autodefinisce il defensor fidei contro gli infedeli, il supremo garante della cattolicità dell’Ungheria.

Il problema che a Bruxelles e nelle capitali ci si dovrebbe, finalmente, porre è che per esercitare in questo modo il suo potere Orbán continua a ricevere miliardi e miliardi di euro di fondi europei, quelli che servirebbero a creare in tutto il territorio dell’Unione condizioni di benessere, di solidarietà sociale e di progresso nei diritti civili. Secondo tutti gli economisti, anche quelli ungheresi non esplicitamente asserviti al potere del momento, è proprio quel flusso di denaro, proveniente dalle tasche di tutti i contribuenti europei, che ha consentito al governo di Orbán di attuare la flat tax che ha favorito solo le imprese e i più ricchi, determinando un’incerta ripresa nei grandi centri urbani e una feroce diseguaglianza con condizioni di miseria ed esclusione nei centri più piccoli e nelle zone rurali. Un fenomeno che dovrebbe utilmente essere studiato dalle destre che vorrebbero la stessa cosa in Italia.

Ma se la Commissione UE tace o balbetta, il PPE, il partito europeo cui Fidesz aderisce, invece parla. Lo ha fatto il suo capogruppo, il tedesco Manfred Weber, il quale non ha avuto proprio il minimo dubbio sull’opportunità di congratularsi con gli ungheresi di Fidesz che “sono parte essenziale nel gruppo popolare”. E certo: degli uomini di Orbán i conservatori europei hanno avuto bisogno finora per garantire la propria maggioranza e ne hanno bisogno più che mai in vista delle elezioni dell’anno prossimo. Quando è in gioco il potere si ingoiano tutti i rospi, anche la democrazia illiberale. L’Europa dovrebbe essere un’altra cosa.