La vergogna dell’approdo negato ai naufraghi respinti in mare

Peggiorano le condizioni del mare e si fanno più drammatiche le condizioni dei 49 naufraghi salvati a Natale nel Mediterraneo ai quali viene negato un porto dove sbarcare. Una vergogna per l’Europa. Cinque Paesi dell’Unione hanno detto un netto no all’accoglienza dei profughi, tra i quali donne e bambini, che sono stati tratti in salvo dall’unica flotta volontaria della salvezza rimasta attiva, dopo una campagna di criminalizzazione e di calunnie che ha spazzato via quel poco di umanità di cui sono titolari alcuni giusti, loro sì europei veri, che stanno riscattando il cinismo dei nostri governi e l’indifferenza generale. Solo ora, dopo 12 giorni di navigazione, Malta ha concesso l’ingresso nelle sue acque territoriali: i migranti non potranno sbarcare, ma almeno le navi potranno ripararsi dal mare grosso, rifornirsi di carburante e cibo e acqua.  Mentre, in questo periodo di retorica festiva, le cancelleria europee se ne infischiano di sessanta poveracci in pericolo (ci sono anche i membri dell’equipaggio) varrà la pena di ricordare chi sono questi samaritani, gli unici ad essersi chinati sulla sofferenza di essere umani del tutto impotenti.

Michael Buschheuer è un imprenditore di successo a Ratisbona, in Baviera, impegnato nell’azienda di famiglia. E’ sposato con Hannelore, hanno due bambini. Ha fondato nel 2015 la Sea-eye, un’organizzazione non governativa che, con due imbarcazioni, la “Professor Penk- Sea Eye” e la “Sea-Watch 3”, ha salvato 23.000 migranti dall’annegamento.  Klaus Vogel, di una solida famiglia di Amburgo, fa il capitano di lungo corso sulle navi mercantili, è sposato, ha due figli ormai grandi. Nel febbraio del 2018 è stato insignito della più alta onorificenza della città di Parigi, il Grand Vermeil, con una motivazione che lo definisce “un eroe comune, il cui impegno ha permesso di salvare oltre 26.000 migranti nel Mediterraneo”. Ha fondato SOS Méditerranée e la nave Aquarius ha accolto a bordo, ad oggi, 29.000 persone allo stremo. Medici senza Frontiere, partner di SOS Méditerranée, ha prestato i primi soccorsi sull’imbarcazione.  Regina Egle Liotta Catrambone, calabrese, con il marito statunitense Christopher Paul Catrombone, imprenditori con base a Malta, hanno fondato il MOAS, stazione di aiuto in mare per i migranti. La loro nave Phoenix utilizza anche i droni per capire meglio la posizione di chi segnala un pericolo di vita imminente. Circa 30.000 i naufraghi sottratti alla morte dalla Phoenix. Sono dei Paesi Bassi, britanniche e ancora tedesche le altre organizzazioni di salvataggio, come la Mission Lifeline o la Jugend Rettet. Tranne Sea-Eye, tutte le ONG hanno dovuto fermarsi: la pressione di una campagna diffamatoria che li ha ritratti come trafficanti, il sequestro dell’imbarcazione o la privazione del vessillo, le inchieste penali per aver preso a bordo persone che sui gommoni non erano forse in pericolo di vita, hanno costretto i volontari a rinunciare, per il momento. Restava solo la piccola flotta di Michael Buschheuer, con le sue due vecchie ma sicure imbarcazioni rimesse in buono stato con un lungo lavoro, perché rispondessero a tutte le norme di ricerca e salvataggio.

Anche questa esperienza sembra esaurirsi di fronte all’ostilità dei governi europei. Continua la ricerca, sempre più lunga e complicata, di porti sicuri che possano accogliere i naufraghi. I 49 migranti e i 22 membri dell’equipaggio delle due imbarcazioni della Sea Eye ne sanno qualcosa. I due gruppi di profughi, a distanza di pochi giorni, sono stati soccorsi attorno a Natale, ma senza ricevere l’assegnazione di uno scalo. “Eppure, per ottime ragioni – ha detto Jan Ribbek, capo-missione della nave di salvataggio Professor Albrecht Penk –  la legislazione marittima internazionale afferma chiaramente che le persone recuperate da un naufragio devono trascorrere in mare il tempo minimo necessario. Accade invece il contrario, con lunghe attese”. Si è espresso anche Philipp Hahn, capomissione della gemella Sea Watch 3:” E’ con odiosa mancanza di scrupoli che nessun Paese europeo si prende la responsabilità. Nella sola Germania – continua – 30 città hanno già accettato di accogliere queste persone. La permanenza in mare è quindi la confessione di un fallimento per ciascun membro dell’Unione europea e per il ministro degli Interni tedesco”. Tra le offerte, quelle di tre città-land federali: Berlino, Amburgo e Brema. Tutto bloccato a livello governativo.

Pur ringraziando a Strasburgo i gruppi parlamentari socialisti e democratici per averli nominati come candidati al premio Sacharov per la libertà di pensiero, le organizzazioni umanitarie hanno preferito indicare le priorità per l’immigrazione e per fermare gli annegamenti. Il documento della flotta della salvezza ricorda ai Paesi membri le conseguenze mortali delle loro politiche. Le associazioni non governative condannano il meccanismo dei respingimenti per procura, che permette ai libici di intercettare i gommoni. In questo modo si deportano migliaia di persone in una detenzione arbitraria, illimitata e illegale, con abusi e atrocità da anni documentate. La seconda richiesta della flotta dei volontari è che l’Europa organizzi un vero sistema di ricerca e salvataggio per garantire che i sopravvissuti siano sbarcati al più presto in un porto sicuro senza che poi vi sia un rimpallo di responsabilità su chi deve accoglierli. “E’ utile sostenere – scrivono le ONG del mare –  anche con servizi, strutture, finanziamenti, le amministrazioni locali, le comunità più piccole e gli stati federali, Regioni o Province che si offrono di accogliere le persone salvate in mare”.

L’ultimo punto chiede la fine della criminalizzazione e della diffamazione contro le flotte civili e volontarie di salvataggio. Il continuo attacco ha portato, soprattutto negli ultimi due anni, a bloccare molte imbarcazioni e a tante tragedie evitabili. “Un’Europa liberale e progressista è in gioco: chiunque di voi metta la gestione degli immigrati al di sopra del rispetto dei loro diritti umani mette in pericolo le stesse fondamenta europee”.