Le ruspe di Salvini
al Baobab: è guerra
a migranti e poveri

Alla fine la ruspa l’ha avuta vinta. Certo, dall’altra parte non c’erano potenti, né ricchi, né mafiosi. Così è stato facile, dopo aver recintato piazzale Maslax – il parcheggio dietro la stazione Tiburtina di Roma che ha accolto negli ultimi mesi Baobab e il suo campo di senza casa – per la polizia bloccare il cancello, portare via chi dormiva nelle tendine a igloo per trasferirli in questura, e portar via tendoni e le spartane strutture del campeggio. Alternative? Nessuno lo dice, ma probabilmente finiranno sotto i ponti.


Che lo sgombero fosse nell’aria si sapeva. Da giorni Baobab – che ha affisso sui cancello l’invito: “Entrate, sarà un bagno di umanità”, esplicito riferimento a Casa Pound che aveva minacciato un bagno di sangue – invitata a “colazioni solidali” e autogestite i fiancheggiatori di quel movimento. I maestri della scuola da campo, gli avvocati di strada, i medici, i cuochi che si organizzano per fornire due pasti al giorni, i semplici donatori. E questo pomeriggio Baobab avrebbe partecipato all’incontro a Roma3 contro il decreto Salvini, “Spegniamo la miccia”.
Nemmeno quel posto sperduto, nascosto agli occhi degli intolleranti del quartiere, in una zona desolata, ha preservato chi ha deciso di restare umano e offrire tende e sicurezza a migranti transitanti o già sgomberati e a homeless italiani, ha preservato il Baobab. Per Nicola Lagioia Baobab era un antidoto al razzismo. Ma c’è chi lo rigetta. Salvini, pugno di ferro, rivendica sgombero e ruspe.

Questo sgombero è una vendetta, con tutta evidenza. Anche dal Baobab era partita l’organizzazione della manifestazione di sabato scorso, quel lungo corteo di centomila persone che hanno gridato, ballato e marciato contro il decreto salvini. Che rende difficili documenti e residenza, e dunque taglia assistenza a persone povere e inasprisce contro di loro la repressione poliziesca, daspo e taser inclusi. Che aiuta la mafia, mettendo all’asta i beni sequestrati consentendo ai prestanome di concorrere. Una vendetta cattiva ma, attenzione, il piatto è ancora caldo.


“Non è un posto dignitoso, questo. E un campo informale. Ma almeno qui potevamo dare aiuto a gente privata di diritti” dice uno dei rappresentanti del Baobab. Vero, non c’è acqua né luce, ma è comunque un posto sicuro, dove si può dormire e mangiare, ci si può cambiare. Si trova un rifugio. Non sono criminali, ma esclusi dall’accoglienza per problemi burocratici o spesso per violazione di diritti. Ora saranno abbandonati per strada, magari in balia della criminalità italiana. Ma è sicurezza questa?
Formato da moltissimi volontari romani – nessuno prende un soldo, molti ne danno – Baobab Experience nasce da uno sgombero. Anzi, da una ridda di sgomberi. Una decina? Una ventina? Inutile contare. Sta di fatto che è necessario – in una città capitale che non vuole o non sa farlo – offrire a chi non ce l’ha un tetto, per quanto precario e in tenda. E assistenza medica, e informazioni, e una mano da stringere. Non sono buonisti, sono buoni. E cercano di restare umani, di rispondere all’intolleranza dei cattivi, o alla loro indifferenza. Le tante teste del Baobab, come l’idra, rinasceranno.