La trovata trinitaria
di Franceschini

Hanno fatto “violenza” alle istituzioni, imponendo con il voto di fiducia una legge elettorale del tutto irrazionale, e ora, intuendo che si sono autoindotti al suicidio politico, se ne escono con trovate assurde. In un’intervista al “Corriere” il ministro Franceschini propone di stipulare una triplice alleanza (Pd, sinistra e centristi: ma in origine quello di Alfano non si chiamava nuovo centro destra?) con tre candidati alla guida all’esecutivo.

La formula trinitaria rivela una incredibile approssimazione politica e culturale. Invece di riflettere sulla sconfitta, e di proporre al leader della (auto) rottamazione di farsi finalmente da parte per cercare una disperata soluzione al declino inevitabile, Franceschini suggerisce una trovata furbesca: stipulare una alleanza del tutto insincera per sommare forze che si combattono e però, fingendo solo per un po’ di stare insieme, potrebbero racimolare qualche seggio in più nei collegi.

Una coalizione con tre capi, argomenta il ministro, consente di sommare i voti e però l’accordo siglato segreto prevede di conservare “un sistema di competizione interna”, di continuare ad essere “litigiosi”, di “sfidarsi”. Emerge con queste metafore la pochezza di una classe politica che ha varato una legge elettorale che regala la vittoria alla destra di Salvini e Meloni e ora cerca di eluderne i ritrovati distorsivi con infingimenti da quattro soldi.

La repubblica attraversa una crisi profonda e non si può certo sperare di governarla coltivando la concezione della politica come pura arte per il potere suggerita da Franceschini. Proporre alleanze nelle quali ognuno segue un suo percorso politico e combatte quello dell’altro avrebbe un esito fallimentare tra gli elettori. Il solo fatto di avanzare una tale messa in scena accentua le enormi responsabilità di un ceto politico che per un (errato) calcolo di potenza ha scritto una legge elettorale con profili di incostituzionalità, ha introdotto nell’ordinamento gravi precedenti, ha coinvolto i custodi della repubblica in forzature pasticciate.

A sinistra del Pd, dal difficile voto siciliano viene comunque un incoraggiamento a lavorare ancora per ricostruire una soggettività nuova. Le condizioni non sono favorevoli, i rischi di fallimento dell’impresa non vanno nascosti. E però non ci sono alternative alla difficile e incerta lotta per ritrovare lo spazio ideale e sociale della sinistra. Questa battaglia esige l’avvio di un processo all’insegna di una radicale coerenza. Gramsci diceva che un soggetto che nasce non si deve porre il problema del “successo immediato”.

Sarebbe una pura riedizione di un cartello elettorale, cioè la riproposizione di cose già viste e non più mobilitanti. La convergenza di molteplici forze in una lista unitaria della sinistra non deve essere il punto di approdo, richiesto dalle soglie di sbarramento, ma un momento di partenza per riannodare, con risorse di cultura e organizzazione, i fili di una soggettività capace di interpretare una riconoscibile funzione positiva nella risposta alla crisi della democrazia repubblicana