La torre di Antonio
nella valle della vita

Un caso, deflagrante, ha spalancato le porte di una polemica filosofica intorno alla vita e alla possibile morte di una quercia secolare. Parliamo della Quercia delle Checche, a Pienza, primo monumento verde in Italia, intorno al quale si sta giocando una partita tesa, apparentemente locale, ma più ampia, che non riguarda solo la Matriarca degli alberi, casualmente posizionata in un lembo di terra del Comune di Pienza, ma un’idea dell’abitare stesso in un territorio come la Val d’Orcia – parco naturale, artistico e culturale – riconosciuta nel 2004 Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Perché “eccezionale esempio del ridisegno del paesaggio nel Rinascimento, che illustra gli ideali di buon governo nei secoli XIV e XV della città-stato italiana e la ricerca estetica che ne ha guidato la concezione. La Val d’Orcia documenta il paesaggio dell’Italia comunale celebrato dai pittori della scuola senese, che ha profondamente influenzato lo sviluppo del pensiero paesistico”.

In sintesi, la politica istituzionale ha un’idea gestionale-amministrativa di un albero, con i tempi e l’attenzione corrispondente a questo principio. I cittadini, uniti in un cartello di comitati che si chiama SOS Quercia delle Checche, hanno una visione culturale profondamente diversa di quello che viene considerato un simbolo della Val d’Orcia, con le radici immerse nella terra da oltre 350 anni e con l’ombra che ha ospitato feste per la fine della trebbiatura, danze di matrimonio, lotte dei contadini e incontri segreti dei partigiani durante la Resistenza. Da una parte l’idea che debba essere solo la politica, con i suoi tempi, i suoi riti e le sue improvvisazioni, a gestire il territorio (e tutto il resto è ambientalismo intellettuale…). Dall’altra i cittadini attivisti che ritengono che il paesaggio abbia senso, bellezza e verità solo se è legato ai progetti di vita e di arte. E che non è accettabile che le comunità locali vengano relegate a terziario turistico, in una visione piatta e spettacolarizzata, in cui silenziosamente vivere nell’autentico falso da rivendere ai visitatori.

Interessante conflitto culturale. Ma che cos’è il conflitto in tempi di disimpegno e torpore civili? Non occorre aver paura delle parole. Il conflitto dialetticamente e culturalmente è utile, necessario, è il momento alto in cui il confronto tra posizioni totalmente diverse può esercitarsi per il bene di tutti. Senza conflitto prevarrà la rassegnazione e il consenso. Per questo è necessario agire nel conflitto. Così, partendo dal conflitto dialettico sulla Quercia delle Checche ferita e non curata (del quale abbiamo parlato ampiamente su Strisciarossa), i cittadini attivissimi hanno fatto un passo in più fondando Opera Val d’Orcia. Non solo una nuova associazione, ma un progetto di costruzione sul territorio di un agire culturale che coniughi tradizione e contemporaneità. Un operare con le radici nella terra fertile della storia e i piedi poggiati in quello spazio dell’abitare consapevole toccato dalla vicinanza dell’essenza delle cose. Quindi per sua natura innovativo, sperimentale. Il nome Opera racconta questa vocazione. Perché sta per Opera d’arte, per Opera della natura, Opera del lavoro, di quel lavoro millenario che ha disegnato il paesaggio e l’abitare di queste magnifiche terre. I contadini chiamavano opera o opra un servizio fatto per altri.

Così l’associazione culturale aperta e senza fini di lucro, attenta al territorio e alle dinamiche culturali, antropologiche ed educative desidera essere luogo di proposizione e progettualità anche nella direzione di buone pratiche e sostenibilità, immaginando che nelle piccole realtà si possa intervenire per sostenere la crescita di cittadini migliori e più consapevoli. D’altra parte il paesaggio che osserviamo camminando è meraviglioso, ondulato, libera lo sguardo e dopo lo sguardo il pensiero. Tanto che viene da riflettere, uscendo dalla pittura della scuola senese, che siamo qui e ora in questo spazio grazie a un’idea culturale remota, e grazie soprattutto all’esperienza delle generazioni che si sono succedute e che hanno costruito, da quel territorio, la propria identità di comunità. Paesaggio come fatto culturale. Perché luogo della vita, del lavoro, della cura e dell’attenzione, di centinaia e centinaia di anni, di uomini e donne, come forma assoluta di generosità nei confronti del futuro. Citando Marc Augè: “I paesaggi sono fatti culturali, poiché sempre abitati, percepiti e trasformati dall’azione e dalla presenza umana, e dunque doppiamente diversi e significativi in funzione della loro situazione geografica e delle società umane che li hanno plasmati”. Ha detto qualche giorno fa Antonio Chiantese, forestale che dalla torre di Montepulciano controlla la valle: questo paesaggio porta i segni della fatica e del dolore, del lavoro di uomini e donne che si sono spaccati la schiena per strappare qualcosa da queste terre secche, le hanno dissodate e rese fertili, e con quei sassi, tanti sassi, hanno costruito le loro case…

Emozionante, uomo dei boschi – così si definisce – valdorciano d’adozione per scelta di vita e tra i fondatori di Opera Val d’Orcia. E ci rammenta che è necessario un nuovo patto sociale proprio in questi territori segnati dalla storia che mostrano bellezza e fragilità. Un patto in cui serva coerenza politica, cultura, creatività e una visione illuminata, meno localistica, innovativa di una magnifica terra. In Val d’Orcia, possiamo dire che il sano conflitto è all’opera. Per evitare la cartolina, con spettacolarizzazione e disneyficazione del territorio, per non ammalarsi di “amnesie di paesaggio” (quando i cittadini per indifferenza delegano e non si accorgono del mutare del territorio sotto i loro occhi), per dare un senso all’agire civile e culturale nella contemporaneità.