Matteo Salvini
e la tentazione della democrazia illiberale

Aspettavamo ancora che la Questura di Bergamo spiegasse in base a quale legge dello Stato aveva fatto rimuovere uno striscione dalla facciata d’una casa quando una dirigente scolastica di Palermo è stata sospesa dal servizio per non aver “vigilato” su un filmato dei suoi studenti in cui si faceva un paragone tra le leggi razziali del 1938 e il decreto sicurezza del 2019. Gli episodi di repressione della libertà d’espressione si stanno moltiplicando in tutta Italia. Persone che dissentono, in modo pacifico, vengono allontanate dalle piazze dove si tengono comizi; cartelli e manifesti dai contenuti assolutamente leciti vengono sequestrati, spesso con immotivata violenza; agenti di polizia e carabinieri procedono a identificazioni e in qualche caso al fermo di persone con metodi diciamo così molto spicci. Abbiamo visto due ragazzi picchiati da energumeni senza divisa ma con in tasca un tesserino – ci dicono – del ministero dell’Interno perché innalzavano un cartello con la scritta evangelica “Ama il prossimo tuo”, evidentemente eversiva in un contesto in cui l’amore è considerato un vizio da buonisti. Una signora è stata fermata, identificata e maltrattata perché aveva fischiato, pur se, anche a cercarlo bene, un reato di fischio nei codici non c’è.

Inutile continuare. Che ci siano, sempre più frequenti da parte delle forze dell’ordine e specialmente in occasione di manifestazioni con la presenza del vicepremier nonché ministro dell’Interno Matteo Salvini, violazioni dell’articolo 21 della nostra Costituzione (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”) è plateale. E va detto anche che nessuno si preoccupa più di tanto di nasconderlo. Neppure lui, il ministro. Lo abbiamo visto, in diretta tv, apostrofare (“Che cazzo ci state a fare?!?”) i funzionari di polizia che non riuscivano ad impedire che il pubblico ostile rumoreggiasse. Come se fosse il suo servizio d’ordine personale.

Allora una domanda si impone. A che cosa stiamo assistendo? Siamo di fronte a “normali” intemperanze di chi, magari in condizioni di tensione, travalica il limite dei propri doveri e dei propri poteri? Magari sentendosi in sintonia con l’imprinting securitario di un ministro che ama vestirsi (letteralmente) con i loro stessi panni e accettando l’assunto intrinsecamente eversivo che sia lui il capo della polizia, che l’Etat c’est moi? Oppure c’è dell’altro?

foto da Twitter

L’impressione, inquietante, è che ci sia dell’altro. Che, cioè, le violazioni dell’articolo 21 della Costituzione derivino da una concezione del potere e dei rapporti tra lo Stato e i cittadini in cui la libertà di espressione non sia un valore assoluto e quindi un diritto che non può essere limitato se non dai confini indicati dalla stessa Costituzione (che non configuri reati o oscenità, che non sia lesiva della dignità delle persone). Una concezione del potere in cui l’autorità conferita a chi governa dal “popolo” sia prevalente sui valori e sulle norme, e quindi anche sui diritti. Considerate quante volte Salvini e i suoi emuli rivolgono alle persone che interpretano le funzioni di vigilanza e di controllo democratico, magistrati, Banca d’Italia, “burocrati di Bruxelles”, giornalisti, l’invito “a farsi eleggere” se vogliono sindacare il comportamento del governo. È un modo per significare che l’unico potere legittimo – in definitiva l’unico potere – è quello che deriva dall’investitura elettorale (che poi questa sia reale, avvenuta nelle urne, oppure si collochi nell’etere dei sondaggi d’opinione è, dal punto di vista dell’uomo, del tutto irrilevante).

Si tratta di una concezione che ha un suo posto nella storia e nella geografia. Fu – nella storia – il fondamento dei regimi autoritari del Novecento, in cui il potere del Capo consisteva nell’identificazione con il Popolo, sancita, se necessario, da plebisciti che esprimevano una legittimità superiore alla legalità, secondo la distinzione introdotta dal filosofo del diritto tedesco Carl Schmitt, considerato, pour cause, il giurista del nazismo. Ma ha – nella geografia europea – una reificazione attualissima nella teorizzazione politica nella “democrazia illiberale” praticata nell’Ungheria di Viktor Orbán e nella Polonia di Jarosław Kaczyński. In nome del potere conferito dal popolo i due leader del gruppo di Visegrád stanno sistematicamente smontando l’apparato delle regole costituzionali e i cardini della separazione dei poteri: l’autonomia della Corte costituzionale, dei magistrati, della Banca centrale, delle autorità di controllo sui conti e di vigilanza contro la corruzione. Poiché il popolo ha voluto me, io posso fare quello che voglio. Anche – sia detto per inciso – fare in modo che sia molto difficile che le elezioni le possa vincere un altro.

foto da Twitter

Per quanto riguarda la libertà di espressione, basta vedere le leggi sui media che sono state introdotte nei due paesi. In Ungheria i giornali sono sottomessi a una Authority di nomina governativa incaricata di sanzionare la diffusione di notizie e commenti “lesivi dell’interesse nazionale” e non possono dedicare alla “cronaca nera” (nella quale rientrano i numerosi casi di corruzione che riguardano l’entourage di Orbán) più del 20% del loro spazio. In Polonia è stata proibita la concessione di pubblicità ai giornali non governativi e la tv di stato è rigidamente sottoposta al governo. In tutti e due i paesi, e in misura minore anche in Cechia, anch’essa nel gruppo di Visegrád, si va perdendo la distinzione tra stato e governo e gli organizzatori delle coraggiose manifestazioni in difesa dei diritti civili che pure ogni tanto si tengono a Varsavia, a Budapest e a Praga rischiano incriminazioni e arresti non meno dei dissidenti nella Russia di Putin.

L’Italia ha un tessuto democratico e delle tradizioni civili che rendono davvero difficile una deriva di questo tipo. Le reazioni popolari, fino alla “manifestazione degli striscioni alla finestra” di questi giorni ne sono una prova confortante. Ma che i leader della Lega (e in forme meno esplicite anche quelli dei cinquestelle) guardino in quella direzione è indubbio e Salvini non perde occasione per celebrare la sua amicizia con Orbán e Kaczyński.

Ecco perché appare futile e un po’ fuorviante il dibattito se sia giusto o no definire questa deriva “fascista”. Il fascismo ha una sua precisa connotazione storica ed è lontanissimo dalle cose italiane di oggi. Quello che si nasconde dietro agli attentati alla libertà d’espressione è il disegno, assolutamente “moderno”, di limitare libertà e diritti degli italiani. A questo dobbiamo stare molto attenti.