La svolta europeista
di Jeremy Corbyn
a un mese dalla Brexit

A meno di 31 giorni dalla data attualmente prevista per la Brexit, Jeremy Corbyn ha impresso una svolta europeista al Partito Laburista, dichiarando ’il suo sostegno a un emendamento in votazione nei prossimi giorni a favore di un nuovo referendum che contrapponga l’accordo negoziato dalla May alla possibilità di rimanere nell’Unione Europea.

Parole nette volte a riscaldare un elettorato laburista sempre più convinto che sia necessario fermare l’uscita dalla UE condotta dal governo conservatore di Theresa May, dilaniato dalle divisioni tra i ministri euroscettici che spingono per una linea dura con la UE e quelli moderati che vogliono invece disinnescare il pericolo di uscita senza accordo.

Già, perché la strategia della Prima Ministra rimane quella di rimandare fino all’ultimo minuto utile ogni decisione significativa per costringere il Parlamento ad approvare un accordo molto simile a quello già bocciato a Gennaio (con la più grave sconfitta mai subita da un governo britannico nella storia del Parlamento: 202-432!) utilizzando cinicamente la minaccia dell’uscita senza accordo che avverrebbe alla scadenza del 29 marzo 2019.

Jeremy Corbyn

Una proposta oggettivamente insostenibile non soltanto per i danni economici, con gli ovvi contraccolpi per la reintroduzione repentina dei dazi sulle merci alla dogana, ma anche per le conseguenze politiche che ne seguirebbero: andrebbero contemporaneamente rinegoziati gli accordi di pace in Nord Irlanda, ridefiniti i rapporti politici tra Inghilterra, Irlanda e Scozia e quelli commerciali con mezzo mondo a partire dagli Stati Uniti di Trump, ben contento di liberare dei vincoli sociali e ambientali europei le grandi corporations americane operative in Gran Bretagna.

Con i tabloid filo-Brexit pronti a dare la colpa alla UE o all’opposizione laburista di qualunque problema, una Brexit senza accordo creerebbe le condizioni perfette per un’ulteriore svolta a destra del Paese. Per questo, Corbyn ha sempre alzato la voce nell’opporsi a questa prospettiva apocalittica, in sintonia con la maggioranza del Parlamento che si è espresso in tal senso con un voto su un emendamento presentato da una deputata conservatrice.

La partita però è molto complessa perchè non basta votare contro il no deal per impedirlo. La May ha fissato per legge la data di uscita che può essere prorogata soltanto con l’unanimità del consiglio Europeo, ovvero con il consenso del governo britannico. E nemmeno il Parlamento pare essere convinto dell’estensione (opzione sostenuta da chi scrive) se una prima versione di un emendamento della deputata laburista Yvette Cooper che chiedeva al governo di estendere la scadenza fino a dicembre è stata respinta per una manciata di voti, seppure col sostegno di Corbyn.

Infatti, a dispetto delle apparenze, Corbyn ha sostenuto in Parlamento tutte “le opzioni sul tavolo” contro la Brexit della May: dal suo piano alternativo per una soft brexit all’estensione dell’articolo 50 alla proposta di un nuovo referendum che era già esplicita nella mozione approvata alla conferenza Labour di Settembre. Il suo annuncio dunque evolve ma non stravolge la linea del partito ma, soprattutto sul piano retorico, segna una maggiore determinazione di Corbyn a fermare il treno della Brexit, come gli viene chiesto sia dalla destra che dalla sinistra del partito. Un nuovo referendum rimane però molto improbabile perchè non riscuote significativo consenso tra i deputati conservatori e registra una significativa opposizione anche tra i laburisti, divisi più per linee geografiche che ideologiche (a dispetto della marginale scissione di una manciata di deputati centristi).

Ed è proprio sulla tempistica dei voti parlamentari che si svolge una partita a scacchi tra il deputato di Islington e la prima ministra conservatrice. Corbyn infatti nel suo annuncio non ha chiarito la formulazione dell’emendamento a favore del secondo referendum, ma ha specificato che lo presenterà dopo avere rirproposto al Parlamento il suo piano di soft Brexit. Di fatto, riproponendo la stessa strategia dell’emendamento bocciato a Gennaio: un sostegno al referendum utile tatticamente a ridare fiato al proprio elettorato e a mettere all’angolo il governo, ma non necessariamente l’emendamento killer che ne provocherà la caduta.

D’altronde Corbyn, in parlamento dal 1983, conosce bene i regolamenti di Westminster e sa che i deputati laburisti eletti nei collegi delle Midlands e del Nord dove il Leave ha vinto con percentuali stratosferiche sono fermamente contrari a un secondo referendum e preferiscono scaricare sul governo la responsabilità di un’estensione che tutti sanno essere necessaria ma che nessuno si vuole prendere la responsabilità di chiedere, col rischio concreto di un no deal “accidentale”.

D’altronde anche un nuovo referendum richiederebbe ormai un’estensione significativa dell’articolo 50 se si pensa che l’iter parlamentare che ha portato al referendum del Giugno 2016 è durato diversi mesi e davvero non si capisce come si possa svolgere un referendum prima delle elezioni europee del Maggio prossimo, alle quali i cittadini britannici avrebbero a quel punto il diritto di partecipare. Come se non bastasse la prospettiva sempre più realistica di una caduta del governo a ridosso del 29 Marzo alimenta la possibilità di una general election, subito prima, subito dopo, o addirittura contemporaneamente alle elezioni europee e/o a un nuovo referendum.

Si prospetta dunque un mese incandescente di una crisi istituzionale mai vista nella storia del Regno Unito, frutto delle divisioni del fronte del leave interno al Partito Conservatore e di una Brexit che sembra sempre di più una roulette russa.