2013, la strage
dei migranti

Chissà, quattro anni dopo, come sarebbero state le vite di quei bambini, di quelle donne, di quegli uomini che nel 2013 morirono  a qualche decina di metri da Lampedusa, la terra promessa, lì dove finisce l’Europa (o comincia) e dove poteva iniziare una vita diversa. Finì a poche decine di metri da quello scoglio piatto in mezzo al mare che per loro, come per tanti altri prima e dopo, rappresentava la porta verso la dignità che si credeva finalmente raggiunta.  Mentre un destino infame li aveva già condannati  a una tragica fine.

I bambini sarebbero andati a scuola? Le donne non avrebbero avuto più paura? Gli uomini avrebbero trovato un lavoro? O anche no.  Sarebbero riusciti a raggiungere i parenti che dal nord Europa raccontavano di avere trovato finalmente un futuro o sarebbero finiti nel numero troppo grande di chi si è perso  lungo un’Europa  lunga e ostile, di chi è stato respinto e si trova ogni giorno a fare i conti con altri gorghi?

3 ottobre 2013, un giovedì. Delle 368 vittime di quel naufragio, che resta  il più tragico anche se in tre anni  i morti nel Mediterraneo sono stati più di quindicimila, possiamo dunque solo immaginare il destino. E  abbiamo l’obbligo di ricordarli  in questa Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione approvata dal Parlamento, e  giunta alla seconda celebrazione.

I corpi furono recuperati con fatica dalla pancia di un barcone che aveva attraversato quel mare che molti non avevano mai visto fino ad allora. Molti furono trovati abbracciati. Altri morirono guardando la terra. Più di un centinaio furono salvati dai  lampedusani  e dalla guardia costiera. E raccontarono il loro dramma.

Sono passati quattro anni.  Fechi  raccontò di un destino che per le donne è ancora più crudele.  Il  lungo calvario nel deserto del  Sahara,  nelle mani di aguzzini somali e sudanesi che “le donne se le scambiano come bambole. Le scelgono, le prendono, fanno loro cose terribili. Abbiamo perso l’anima mentre attraversavamo il  deserto”. Molte sono morte in mare.

Zerit, che nel naufragio perse il fratello, a cui non riuscì a dare l’ultimo saluto perché al funerale non fu prevista la sua presenza.  Nei giorni del dolore non nascose la rabbia verso quel mare che gli aveva tolto due volte la sua famiglia. “Andrò dovunque ma in questa terra non resterò”.

“A bordo c’erano circa 500 persone tra cui una ventina di bambini” ha raccontato ai magistrati Argai, un giovane eritreo che con la sua testimonianza ha contribuito all’individuazione e alla messa sotto accusa degli scafisti. “Abbiamo viaggiato ammassati in pochi metri, senza un posto per i bisogni.  Abbiamo viaggiato per ventiquattro ore e siamo arrivati in vista di Lampedusa.  Il peschereccio ha cominciato ad imbarcare acqua e  il capitano ha incendiato una coperta per segnalare a terra e ad altre barche la nostra presenza.  Per schivare le fiamme ci siamo spostati tutti da un lato e la barca si è rovesciata”. Chi non era in coperta non ha avuto scampo. Ha abbracciato chi gli stava vicino e si è affidato al mare.

Tra chi ha compiuto un tragitto diverso c’è Mussie, che molti anni fa è arrivato in Italia dall’Eritrea “per provare a vedere com’è il destino degli uomini liberi”. Apprezza l’omaggio ai morti ma vorrebbe “più diritti per i vivi.  L’Occidente non può scrivere trattati e poi trovare i metodi per aggirarli”.

E ci sono  i bambini, i ragazzi. Sono “minori non accompagnati” . Se ne sono trovati tanti in fondo al mare. “Nel primo sacco che ho aperto quella notte”  racconta Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa, protagonista del film “Fuocoammare” il film di Gianfranco Rosi premiato a Berlino con l’Orso d’oro, e che da anni accoglie i migranti, “c’era proprio un bambino”.  Di essi, se si salvano,  spesso non si conosce il destino.  Altri  riescono  ad integrarsi nel tessuto sociale grazie alle organizzazioni umanitarie. Yusuf, ragazzo venuto dal Libano, ha chiaro il suo obbiettivo per il futuro: “Voglio solo diventare un essere umano”. Così non  è stato nei primi anni della sua vita. Così è ancora per tanti.

A Lampedusa, a quattro anni di distanza, ci sono le istituzioni. Il presidente del Senato Pietro Grasso e la ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli. Anche il ministro dell’Interno, Marco Minniti e la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi, in rappresentanza  di un Paese che il dramma dell’immigrazione lo deve affrontare tutti i giorni, porta di un’Europa che spesso preferisce girare lo sguardo da un’altra parte o sceglie di costruire muri.  Ci saranno tanti giovani, studenti  italiani e non solo che hanno partecipato alle giornate di studio che si sono svolte sull’isola. Con loro ci saranno anche le migranti e i migranti sopravvissuti al naufragio.  In un abbraccio di solidarietà che solo può far sperare in un  futuro migliore.