Giorgio forever, contro il silenzio
sulla Taranto che muore di Ilva

Bisogna andarci al rione Tamburi di Taranto, parlare con chi vi abita ed è costretto in certi giorni a tenere chiuse le finestre, anche se è estate e si muore di caldo. E poi è costretto anche a ripulire terrazze, balconi, ogni piccolo anfratto dove si insinua la polvere. E a vedere il sole e le stelle coperte di una nuvola densa, che non è però presagio di tempesta, o forse sì.

Chi è nato a Taranto prima degli anni ’60 se lo ricorda bene quel quartiere pieno di ulivi e pini. Vi si portavano i bambini affetti da malattie respiratorie tanto l’aria era salubre.

Poi venne l’Ilva

Poi venne l’Ilva, il sogno di un sud industrializzato, la fine dell’emigrazione, la ripresa, il pareggio dei conti con certa storia postunitaria. Ma qui, come a Bagnoli, l’impianto pretese il posto il più bello, la vicinanza al mare, poco importava se queste due città fossero state lo splendore della Magna Grecia, se i resti di quei secoli erano ancora lì, in superficie, se quelle acque avevano trasportato ben altre merci e ben altri uomini. L’antica colonia spartana venne espugnata, il cavallo di Troia era l’industria e il relativo benessere, il capitale aveva fatto il resto, con il suo antico ricatto del lavoro.

Questa è solo la cornice, quella che tutti conoscono, l’aspetto pubblico della questione. Poi ci sono le persone in carne e ossa, le loro quotidianità, le loro vicissitudini; ogni abitante di Taranto, da un certo punto in poi, ha dovuto imparare a convivere e relazionarsi con l’Ilva, e dalle circostanze e modalità di questa relazione sono nate le singole e differenti storie. L’operaio, il cassintegrato, il dirigente, il politico, l’ambientalista, il malato, il medico…

Morire bambini

Giorgio Di Ponzio aveva solo 15 anni quando è morto. Il sarcoma ai tessuti molli difficilmente perdona, soprattutto se la diagnosi arriva troppo tardi, e in più sei un bambino e i protocolli chemioterapici sono tarati su adulti. Secondo di tre figli maschi, viveva a Taranto, anche se negli ultimi anni faceva la spola tra il policlinico di Bari e l’Istituto Tumori di Milano.

Giorgio Di Ponzio

“Questo male – dice la mamma Carla – arriva a modificare il Dna, rendendo le terapie inutili”. La donna parla come se fosse un medico, perché in quei mesi terribili studiava, si informava, cercava persino le medicine. E in quel periodo rafforzò pure la sua convinzione che a causare la malattia del figlio fosse stata la diossina. Nessuno gliel’ha tolto più dalla testa, anche perché il suo caso contribuì purtroppo a ingrossare l’elenco dei malati e dei morti di cancro, molti dei quali giovani vittime.

“Questa nostra esperienza – afferma Carla – ci ha fatto scoprire che nella zona in cui viviamo ci sono diverse inadempienze. Ci siamo convinti, quindi, che bisognava agire, dovevamo farlo per evitare altro dolore, per gli altri non potevamo stare in silenzio”.

Con il marito Angelo hanno raccolto le forze rimaste e hanno creato un’Associazione, la Giorgio forever, in uno stabile dato in comodato d’uso da un papà che in soli tre giorni ha perso un bambino di leucemia. Punto di riferimento per altri genitori e realtà associative, gente comune, il suo obiettivo è quello di dare vita a una Fondazione, che si occupi di ricerca oncologica pediatrica.

Un gesto nobile, d’altronde “in quei reparti si diventa mamma di tutti i bambini”, confessa Carla. E quanti bambini sono mancati all’appello ogni volta che vi ritornava col proprio… Oggi, nella sola Taranto si stanno curando più di 60 minori e molti altri hanno raggiunto ospedali in diverse regioni d’Italia. Oltre ai tumori, ci si ammala comunemente di asma, malattie cardiocircolatorie, endometriosi. E’ un’emergenza locale e nazionale.

Il Piano Taranto

Lo sa bene chi ha stilato e sottoscritto il Piano Taranto, linee d’indirizzo per la riconversione ecologica, sociale ed economica della città. Il documento prevede naturalmente la chiusura immediata dell’Ilva e la successiva bonifica del territorio a opera degli stessi lavoratori.

Servirebbero circa 4 miliardi di euro, da utilizzare in un arco di tempo che può andare dai 5 ai 10 anni, necessari a smantellare la fabbrica, salvando quelle parti che possono essere inserite in un museo dell’archeologia industriale, a salvare il salario dei lavoratori e alla loro riqualificazione e formazione. Il Piano stima ricadute pari a 2 miliardi e il risanamento garantisce occupazione all’intero territorio, non solo a Taranto.

Il documento è stato sottoscritto da alcune sigle: Acli Taranto, Associazione comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti, Associazione giustizia per Taranto, Associazione Taranto respira, Comitato Legamjonici, Collettivo Morricella, Comitato Niobe, FlmUniti Cub sindacato di base, Gruppo Tamburi combattenti, Isde medici per l’ambiente Massafra, Movimento TuttaMiaLaCittà, singole e singoli cittadini, la stessa Giorgio Forever. “E’ l’unica soluzione che tiene davvero in considerazione ambiente, salute e lavoro. – ne è convinta Carla – D’altronde, quanto si spende nella sanità in Italia per far fronte a patologie causate da inquinamento ambientale?”.

Ancora una volta, purtroppo, le scelte sono politiche. Se si vuole evitare di fare di Taranto una seconda Bagnoli, la strada è indicata: ascoltare chi vive i territori, chi ha provato sulla propria pelle cosa voglia dire vedere morire i propri cari in un luogo ad alta densità di polveri sottili, chi sa mettere da parte il dolore e la rabbia, per trasformarli in impegno, solidarietà, nuovo progetto di vita.