Storia di Lucia, donna bracciante
che ha vinto contro i caporali

«Non mi hanno comandato mio padre e mio marito, non lo farà sicuramente un caporale». Lucia Pompigna lo dice con fierezza, perché proprio non riesce a sopportare l’umiliazione di essere vessata, ancor più sul lavoro. Fa la bracciante da oltre trent’anni e la sua è una storia di riscatto e di speranza, che dimostra come dal caporalato ci si possa liberare.

A dire il vero, ha iniziato a lavorare come ragioniera molto giovane, un’esperienza di tre anni, che l’ha segnata molto. Il suo ruolo le consentiva di avere contatti con enti, aziende private e pubbliche: ebbe modo, così, di conoscere un sistema che non immaginava esistesse, fatto di intrighi, ricatti piccoli e grandi, opacità più e meno evidenti. Decise, quindi, di licenziarsi, e anche farlo non fu facile. Intanto si era sposata e aveva avuto il primo dei suoi tre figli: «Abituata com’ero alla mia indipendenza economica, fu naturale per me cercare lavoro una volta più libera», racconta Lucia. «Avrei potuto trasferirmi in estate a casa di mia madre, lei avrebbe badato al bambino e io avrei potuto lavorare nei campi per una cinquantina di giornate. Così feci e in questo modo conobbi direttamente, per la prima volta, il mondo del caporalato».

Essere una donna bracciante significa svegliarsi intorno alle tre del mattino, attendere chi viene a prenderti, macinare chilometri per raggiungere l’azienda, lavorare dalle sette alle dieci ore o più, mangiare direttamente nei campi qualcosa di frugale portato da casa e rientrare distrutta. Poi, si aspetta la telefonata del caporale, che ti chiama per dirti dove e per quanti giorni potrai lavorare da domani. A Lucia, sin da subito, questo sistema le era piaciuto ancora meno di quello d’ufficio. Era entrata, quindi, nella Flai Cgil e già a partire dal secondo anno contribuì alla nascita di un movimento di aziende del Metapontino e del Tarantino, che intendevano scrollarsi di dosso i caporali. «Ma, nel giro di alcuni anni», ci spiega, «cambiarono i caporali e anche i rappresentanti sindacali: la collaborazione tra sindacato e aziende non sarebbe più continuata. Così i caporali ripresero in mano la situazione. I trasporti provinciali vennero nuovamente sostituiti dai loro pulmini, diventati nel frattempo pullman, perché la mano d’opera cresceva. E, contemporaneamente, riprendevano gli incendi, gli attacchi alle Camere del Lavoro o alle stesse aziende agricole». Le donne braccianti ritornarono nei campi per 20-25 euro al giorno a raccogliere soprattutto uva. A piegare la schiena costrette dal bisogno, perché sole, spesso vedove, perché mogli di un disoccupato. L’anello più debole della catena, insieme ai braccianti immigrati, due di quelle categorie di emarginati su cui il filosofo Marcuse riponeva speranza per la creazione di una società più giusta, perché forze antisistema, perché non integrate, appunto.

Lucia era quasi sempre sola nelle sue battaglie. Le altre donne sembravano assuefatte, chiaramente sotto ricatto, non credevano di poter cambiare nulla, se non tutte quante insieme. Lei sapeva bene che l’unanimità è un’utopia e la vittoria niente affatto scontata. Il sistema del caporalato, infatti, si modifica, si evolve, cambia faccia e appare sempre più presentabile, oltre che accettabile: «All’inizio, il caporale era chi possedeva un pulmino e trasportava i lavoratori, tra cui anche membri della sua stessa famiglia. Poi, dopo aver capito il grosso giro di affari, ha acquistato un pullman, iniziando a trasportare anche immigrati. Infine, sono nate le cosiddette “aziende senza terra“, che gestiscono la manodopera per conto dei produttori, trovando il personale, occupandosi delle assunzioni, della busta paga, e così via. A questo livello di evoluzione, il mancato o superficiale controllo da parte degli istituti previdenziali ha consentito dichiarazioni mendaci, giornate cancellate e altre ingiustizie pagate solo ed esclusivamente dalle braccianti, le quali, quando venivano interpellate nel caso di denunce, rispondevano: non riesco a ricordare che strada abbiamo fatto o dove è salita la mia campagna, dormivo, cercando di recuperare un po’ del sonno perso per la levataccia. Ed era, purtroppo, la verità».

Lucia era sempre più consapevole del fatto che il lavoro, quando non giustamente retribuito, assuma le sembianze dello sfruttamento e del ricatto. «Non dimenticherò quella volta in cui una madre stava per assistere alla morte della figlia», racconta. «La giovane donna, entrata in un magazzino dove si incassettavano ciliegie, ebbe una grave crisi respiratoria, dovuta probabilmente alla vicinanza a dell’acqua con il cloro, e svenne. Dopo di lei, tutte quante noi iniziammo a tossire, a sentirci pizzicare la gola. Finalmente, il caporale si decise a chiamare il 118, mentre lui e la caposquadra declinavano vigliaccamente le proprie responsabilità, diventando mansueti e invitandoci a ritornare a casa, se avessimo voluto. Ecco, lì provai una profonda amarezza, non è bello vedere donne che sfruttano altre donne». Lucia è una donna tosta, ma di ben altra pasta. Ha continuato indefessa, tra i “ma chi te lo fa fare”, arrivando a Roma quel 1 agosto 2016, il giorno in cui venne approvato in Senato il disegno di legge di contrasto al caporalato, voluto dal ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina. Un giorno per lei doppiamente importante: il compleanno del figlio e una prima, grande, vittoria.

Ha poi conosciuto l’esperienza di Nocap, un’associazione internazionale che si batte contro lo sfruttamento del lavoro e a favore di contratti legali e umani, e il suo leader, il camerunense Yvan Sagnet. Ha deciso così di dare ancora una volta il suo contributo, promettendo a se stessa che, se avesse fallito, avrebbe chiuso con il lavoro bracciantile, basta pulmini senza freni e assicurazione, basta 100 chilometri all’andata e altrettanti al ritorno. Ma non ha fallito: con Nocap è nato un progetto, Iamme, che coinvolge questa volta anche i produttori. Perché, come già Marx aveva intuito e ampiamente dimostrato, se aumentano le spese per le aziende, queste possono essere in parte ammortizzate con lo sfruttamento dei lavoratori, sottopagandoli e facendoli lavorare oltre l’orario sindacale. Grazie a Nocap, invece, Lucia Pompigno e una cinquantina di donne braccianti come lei hanno trovato finalmente un lavoro dignitoso con Aba Bio Mediterranea, un’organizzazione di piccoli produttori, che fa grande distribuzione, ma di biologico controllato, riuscendo quindi a rientrare nelle spese.

Adesso può alzarsi a un orario decente, viaggiare su pulmini confortevoli, lavorare sei ore e mezzo, guadagnare il giusto. Lucia – che per questa sua battaglia è diventata un simbolo sui social del PD – ai figli che amorevolmente la prendono in giro, risponde con orgoglio di donna, madre, lavoratrice che, nonostante i sacrifici e i bocconi amari, “ha piegato la sua schiena per lavorare, ma mai di fronte allo sfruttatore di turno”.