La stellina di Liliana Segre

Ci sono piccole domande quotidiane che possono fare da detonatore e riproporre, in modo persino più tangibile di tante ricostruzioni storiche, i drammi dell’umanità.

“Nonna mi racconti di quando eri bambina?” è una domanda che, credo, ogni nipotino abbia voglia di fare. E’ una domanda sospinta dalla curiosità di un tempo andato, che può avere i connotati della fiaba. Un mondo antico, come appaiono ai bambini le rughe dei nonni, di vite senza telefonini, computer, dove si mandavano i telegrammi per le cose urgenti. Dove persino la mancanza di soldi o di cibo, può essere addolcita dalla patina del tempo. Ma cosa succede se quella domanda la pone il piccolo nipote di una sopravvissuta ai lager nazisti, di una nonna che ha attraversato l’orrore? Questa nonna si chiama Liliana Segre, la neo nominata senatrice a vita, e il nipotino si chiama Filippo. Sa che la nonna va spesso nelle scuole e allora, anche se è ancora piccolo, vuole sapere anche lui quella storia che Liliana racconta.

Nasce da qui, da questa domanda innocente, il libro per ragazzi, di Liliana Segre e Daniela Palumbo, Fino a quando la mia stella brillerà (Piemme).

La stella è quella che Liliana bambina, rinchiusa nel campo di Auschwitz-Birkenau, ogni sera guarda scrutando il cielo. E ripetendo dentro si sé un piccolo mantra: “Finché io sarò viva, tu, stellina, continuerai a brillare nel cielo. Stai tranquilla, io non morirò. Io sarò sempre con te”.

Bambina superamata e superviziata, a volte anche un po’ pestifera – così si racconta – viveva da piccola nella grande casa di Corso Magenta, a Milano, con i nonni, il papà e una stanza dei giochi tutta per sé. La mamma era morta quando lei aveva appena un anno. Il padre è il grande amore della sua vita bambina che difende da tutte le incursioni di potenziali fidanzate. L’azienda di tessuti è il luogo della continuità della famiglia attraverso le guerre. Susanna, l’amata governante, è la persona che la attende una volta scampata all’orrore di Auschwitz avendo conservato le foto di famiglia e qualche gioiello, convinta che la “bambina” sarebbe tornata.

A otto anni, la strana notizia portata dal papà. “Liliana non puoi più andare a scuola”. Ma a lei la scuola piaceva, c’erano le compagne e la maestra Cesarina. Tutto ciò finisce. Ci sono le leggi razziali e lei è ebrea. Può solo sperare in un’istruzione privata. Le persone salutano sempre di meno, le amiche non si fanno più vedere. Tanti ebrei cominciano a cercare la salvezza fuori dall’Italia ma nonno Pippo non crede che le cose peggioreranno. Poi l’abbandono di Milano, la fuga fallita in Svizzera, il carcere e subito dopo il viaggio dal binario 21 della stazione di Milano verso il campo di concentramento. Liliana aveva 13 anni e ancora non credeva “che potesse esistere un luogo come Auschwitz”.

Il resto del racconto è la storia orribile di annientamento e di resistenza della vita nel campo, settore delle donne di Birkenau. E la marcia verso la morte prima della liberazione il 1 maggio 1945. Una storia tutta da leggere attraverso il racconto di una protagonista “eroica” che ha trasformato la sua vita, quando ha accettato, molti anni dopo, di raccontarsi, in una testimonianza di grandissimo valore. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 2015, è nato dall’incontro con la scrittrice e giornalista Daniela Palumbo che le chiede se ha perdonato. “Perdonare, per me, equivale a dimenticare. Come potrei dimenticare?”, risponde Liliana Segre. Che però è felice di raccontarsi nelle scuole: “Se uno di voi si ricorderà di me quando non ci sarò più, sarò già felice». “Mi basta anche solo un ragazzo, perché a sua volta, seminerà altra memoria”, come una piccola luce, “le candele della memoria” le chiama, brillanti come le stelle che dandole speranza forse l’hanno salvata.