La sporca dozzina uccide l’Amazzonia
Gli scienziati hanno un’idea per salvarla

Sei mesi fa, poco prima che il Covid ci colpisse, venne consegnata al mondo un’inascoltata lezione magistrale tenuta da seicento indigeni della foresta amazzonica, in rappresentanza di quarantacinque popoli che la abitano. Discussero per tre giorni a Piaraçu, un villaggio che si trova in Brasile, nella giurisdizione della Terra Indígena Capoto Jarina.

Il motivo per cui ne parliamo oggi è che in queste settimane, nella foresta, il progetto politico del governo del presidente Jair Bolsonaro, leader del partito populista di destra alleanza per il Brasile, sta provocando una resa dei conti finale, definita da scienziati e abitanti “genocidio, etnocidio ed ecocidio”. Il manifesto di Piaraçu, approvato al termine del congresso, suggeriva di essere concreti. “Vogliamo che la foresta viva per sempre non perché la foresta è bella, ma perché tutti gli esseri che la abitano sono parte di noi e corrono nel nostro sangue”. Questo sangue irrora tutti gli esseri e tutto il pianeta, sotto forma di ossigeno, pioggia, regolazione dei cicli del carbonio e dell’acqua. Più che ai polmoni della terra, l’Amazzonia è un organo vitale della biosfera paragonabile al cuore, sia per la sua funzione ecologica, sia per i simboli e i miti che ne fanno una realtà immutabile per l’umanità. Esiste da cinquantacinque milioni di anni. È la principale pompa biotica della Terra, che versa più del 20 per cento dell’acqua dolce totale attraverso il suo ciclo idrogeologico.

I discorsi antiambientalisti di Bolsonaro non sono solo parole: gli incendi del 2019, per violenza ed estensione, non hanno precedenti. Il governo ha concesso sempre più spazio alle industrie estrattive e a coltivazioni estensive di soia e canna da zucchero, promuovendo anche grandi allevamenti di bestiame. Un processo di distruzione che viene da lontano, dalla colonizzazione portoghese fino all’asse con le grandi compagnie degli Stati Uniti. L’organizzazione non governativa Amazon Watch scrive: “la sporca dozzina di grandi compagnie che guidano la deforestazione devono agire per fermare gli incendi, condividere la responsabilità e diventare parte della soluzione”. L’organizzazione quindi elenca nomi e ruoli di finanziarie, banche, industrie e distributori che traggono beneficio dal saccheggio e dalla persecuzione degli abitanti, fino alla loro eliminazione fisica.

Non solo Bolsonaro

Non è corretto addossare la situazione solo a Bolsonaro, che arriva buon ultimo, vantandosi di mettere fine alla lagna ambientalista per modernizzare il Paese. I fatti raccontano una distruzione lunga e costante: cinquecento anni fa c’erano nove milioni di nativi amazzonici, oggi sono rimasti in duecentocinquantamila nei nove Stati in cui si estende la foresta: Brasile (60 per cento del territorio), Perù (13 per cento) Colombia (10 per cento e per il resto in Venezuela, Ecuador, Bolivia, Guyana, Suriname e Guiana Francese. Nelle foreste pluviali si trovano i due terzi di tutte le specie animali e vegetali viventi. Vi sono milioni di piante, insetti e microrganismi tuttora sconosciuti: ogni tre giorni i ricercatori ne classificano almeno uno di nuovo. Sono immensi orti botanici naturali, una miniera di sostanze medicamentose solo in minima parte note alla farmacopea, che ricava da qui i componenti dei principi attivi di molti antinfiammatori o anestetici.

Nell’ultimo secolo la temperatura media nella foresta amazzonica è aumentata di un grado e mezzo. La stagione secca si è allungata da quattro a cinque mesi. Severe siccità si sono susseguite in alcune zone dal 2005. Questo ha portato a mutazioni nella vegetazione, ad esempio i legumi tropicali Inga stanno morendo. È stato tagliato negli ultimi anni il 15 per cento degli alberi, addirittura il diciannove in Brasile. Qui la deforestazione ha toccato il picco l’anno scorso, con il 30 per cento in meno del “sangue” amazzonico di cui la Terra ha bisogno. Diecimila chilometri quadrati in meno. Mutilazioni a spina di pesce, lungo le nuove strade che servono le industrie estrattive e l’agricoltura o la zootecnia intensive. Tra il 2004 e il 2018 c’era stato un miglioramento, il tasso di deforestazione in Brasile si era ridotto del 72%. Poi è arrivato Bolsonaro. Il nuovo presidente, secondo gli indigeni e l’opposizione, ha messo in vendita il Paese. Il solo sottosuolo ha notevoli quantità di oro e filoni ricchi di ferro, rame, bauxite. Inutile dire che la terra in sé e il legno sono gli altri beni che fanno gola alle compagnie. L’estrazione e le altre attività industriali o agronomiche su larga scala non compenserebbero comunque il danno per il pianeta.

La ricerca di soluzioni

Sono molti i donatori nel mondo, fondazioni, industrie con una forte etica d’impresa, privati che a volte restano anonimi, che comprano pezzi di foresta col vincolo perpetuo dell’indisponibilità a qualunque forma di sfruttamento, per mantenere in Amazzonia un permanente carattere di foresta primaria, intatta e nella sua condizione originaria. Questa foresta non è stata e non dovrà mai essere, nelle intenzioni dei donatori, toccata dalle attività umane.

Per offrire soluzioni scientifiche ed economiche che rendano la distruzione della foresta poco conveniente per tutti i gruppi di interesse oggi in gioco, è stato creato, il Gruppo scientifico per l’Amazzonia (The Science Panel for the Amazon). Carlos Nobre, climatologo all’università di San Paolo e Thomas Lovejoy della Mason University in Virginia, assieme ai loro colleghi, stanno offrendo molte alternative. Prima di tutto meccanismi internazionali di compensazioni che superino i vantaggi della cancellazione del cuore del pianeta. Ad esempio, sono da poco già in vigore i debt-for-nature swaps. Quando un Paese deve soldi a un altro Paese quasi tutta la somma viene condonata in cambio della garanzia della conservazione della foresta, ovviamente con una supervisione internazionale. È una buona soluzione per i cittadini, anche se è noto che i grandi gruppi privati, la famosa “sporca dozzina” elencata dalla ONG, ha esercita pressioni, con argomenti tangibili e convincenti, sui leader politici perché non accettino lo swap, lo scambio. Gli scienziati forestali hanno poi messo a punto un programma basato sul disboscamento e reimpianto, in pratica il taglio selettivo di alberi maturi, piantando al posto di ciascun esemplare un altro albero più giovane, che avrà più spazio e più luce per crescere garantendo lunga vita alla foresta. Questa sostituzione pianificata e controllata offrirà anche discrete quantità di legno pregiato, prima di tutti agli abitanti dell’Amazzonia, poi ai migliori offrenti. Queste e tante altre soluzioni, dall’ecoturismo a nuove attività locali a basso impatto, potrebbero scoraggiare l’ingordigia delle multinazionali e dare un contributo economico che resterebbe nei Paesi che donano al mondo tutti i vantaggi delle foreste.

Il grido dei popoli nativi

 

I popoli nativi chiedono che siano fermate le intimidazioni e le aggressioni, peraltro regolarmente impunite, contro gli abitanti. Il manifesto di Piaraçu chiede maggiore autonomia per i popoli amazzonici in campo sanitario, educativo, amministrativo. Lo Stato brasiliano riconosce, in base alla costituzione federale del 1888, i diritti degli indigeni. “Chiediamo che qualunque progetto o decisione possa avere un impatto o minacciare i nostri territori e stili di vita – afferma il manifesto – siano sottoposti a una nostra preventiva, libera e informata approvazione”. Questo non è mai accaduto e il manifesto disconosce il ruolo dei pochi indigeni scelti perché docili avversari nei direttivi di enti e commissioni. I popoli amazzonici chiedono che l’educazione superiore avvenga in scuole locali e che l’accesso alle università nei grandi centri urbani per i giovani indigeni sia fortemente sostenuto dal governo. “Questo livello di educazione – spiegano i nativi- è fondamentale per continuare la lotta in modo qualificato, con una seria preparazione nella scienza del territorio”.

Una mobilitazione che, quando l’ondata di Covid cesserà, prevede grandi manifestazioni. Il loro leader, squalificato e insultato dal presidente, è Chief Raoni, da sempre a favore di una lotta non violenta e che stringa alleanze col mondo della cultura e della scienza. È candidato al Nobel. “Chiediamo- scrivono infine i popoli amazzonici – che sia garantita l’integrità morale e fisica delle nostre comunità e dei nostri capi, assieme alla punizione prevista dalla legge per chi sta uccidendo i nostri parenti. Noi non difendiamo solo l’ambiente: noi stessi siamo Natura”.