La speranza di vita
e le discusse pensioni

L’aggancio automatico dell’età pensionabile alla speranza di vita è il meccanismo che più contribuisce a tenere in equilibrio il sistema che eroga la pensione a 15 milioni di anziani. Con l’occhio alle prossime elezioni parte l’attacco a questo sistema. Ma il freno alla spesa previdenziale è d’obbligo perché anche gran parte delle future pensioni per metà saranno coperte dai contributi versati a suo tempo, per metà dallo Stato con le nostre tasse e con i Bot. Se si vuol mandar prima la gente in pensione, lo Stato deve chiedere a noi cittadini quante tasse in più siamo disposti a pagare per questo.

Il voto dei cittadini vicini alla pensione ancora una volta si scontra con i severi e inesorabili numeri del sistema previdenziale. Una struttura gigantesca, l’Inps, che eroga oltre il 91% di tutte le pensioni al 97% di tutti i pensionati. Con i suoi 22 milioni di lavoratori attivi e 15 milioni di pensionati, 37 milioni in tutto, la platea dell’INPS rappresenta praticamente l’intero corpo elettorale. Specialmente alla vigilia della consultazione, si scatena la caccia all’ultimo voto dell’ultimo pensionato o pensionando, scavando alacremente una profonda buca in cui sotterrare i principi della sostenibilità. Seconda solo alla Grecia, l’Italia è un faro nella notte della disinvoltura previdenziale.

L’esempio più fulgido è quello delle baby pensioni del pubblico impiego introdotte nel 1973 dal governo Rumor con l’applauso entusiasta della maggioranza – leggi democristiani – e dell’opposizione – leggi comunisti di lotta e di governo. Fino al suo ridimensionamento del 1992, grazie a questo sistema per vent’anni le donne con figli impiegate negli uffici statali, dopo 14 anni, sei mesi e un giorno di lavoro se ne andavano in pensione e molte ci stanno ancora. Entravano nello Stato a vent’anni, a 34 erano pensionate. La speranza di vita al pensionamento allora poteva essere di 75 anni. Sarebbero state mantenute dallo Stato (da noi tutti) per 40 anni, un periodo quattro volte superiore a quello del loro impiego, con un tasso di rendimento pensionistico stratosferico.

Il tema pensioni è tornato alla ribalta con l’annuncio dell’aumento automatico dell’età pensionabile legata alla speranza di vita. Al centro della questione previdenziale c’è una realtà molto semplice che troppi dimenticano. E’ alla base di tutte le riforma previdenziali. Come quelle correnti, la maggior parte delle pensioni che per un po’ di anni saranno in pagamento verranno calcolate con il sistema retributivo. Fino a quando arriveranno gli ex giovani entrati nel mercato del lavoro nel 1996. Chi è entrato nel 1977 ha il retributivo pieno. Chi è entrato dal 1978, molto retributivo e poco contributivo. E’ ormai acclarato che con il retributivo l’assegno dell’Inps che si riceve, più o meno solo per la metà del suo importo è coperto dai contributi che si sono versati, ed è quindi un debito contabile e attualizzato della cassaforte dell’Inps. Le cifre esatte sono più complicate: valga il concetto. Il resto è pagato dallo Stato con le nostre tasse e con i Bot. E’ spesa pubblica che può mandare in bancarotta uno Stato (non solo per le pensioni) come stava per avvenire da noi nel 1992 e nel 2011. E quindi il freno alle impennate della spesa pensionistica è sacrosanto. Togliere questo freno è criminale.

Mandare prima la gente in pensione significa allentare il freno. E siccome grosso modo mezzo assegno INPS è pagato anche da noi, lo Stato deve chiedere a noi cittadini quante tasse in più siamo disposti a pagare per non ritardare il pensionamento di vecchiaia. E siccome mezzo assegno Inps è pagato anche dai Bot, lo Stato deve chiedere agli operatori economici italiani quanti investimenti pubblici sono disposti a sacrificare per pagare i maggiori interessi sul maggior debito pubblico. Per gli stessi motivi la pensione non può essere usata come ammortizzatore sociale. Invece di mandare le donne in pensione prima per curare gli anziani genitori, si aumentino gli stanziamenti pubblici per l’assistenza domiciliare.

Pensioni e assistenza

La pensione è una prestazione previdenziale a carico della produzione di beni e servizi, ovvero dei contributi delle imprese e dei loro dipendenti. L’ammortizzatore sociale è una prestazione assistenziale a carico dell’intera collettività, ovvero del sistema fiscale. Inoltre la pensione viene erogata per tutta la vita e anche post mortem con la reversibilità. L’ammortizzatore sociale è una prestazione temporanea limitata all’emergenza che si è verificata. Quindi per l’esercito dei cinquantenni che la crisi globale ha espulso dal lavoro senza speranza di trovarne un altro, invece di mandarli in pensione presto occorre un sostegno al reddito molto più adeguato di quello vigente per tutto il tempo che manca alla pensione. Le differenze sono strutturali. Si tratta di considerazioni elementari di cui spesso la politica non tiene conto, rivelando un tasso inquietante di irresponsabilità e incompetenza, e scarica sul sistema previdenziale le crisi congiunturali. Un barlume di speranze viene dall’Ape sociale, Anticipo di pensione volontario, che si sta sperimentando adesso con termine a fine 2018. E’ un ammortizzatore sociale che accompagna fino alla pensione, con una indennità dello Stato di 1.500 euro al mese, i lavoratori con almeno 63 anni di età e in condizione di difficoltà. Si tratta di disoccupati, di lavoratori che assistono familiari con handicap grave, invalidi civili, addetti a mansioni pesanti, alcune non comprese tra i lavori usuranti come gli edili, i ferrovieri e gli insegnanti di scuole materne.

L’alternativa alla speranza di vita

Nel regime contributivo che sta lentamente entrando nel sistema, l’istituto dell’età pensionabile è superato da una griglia di opzioni agganciata alla speranza di vita per cui la pensione aumenta con la scelta di lasciare il lavoro più tardi, riconoscendo un rateo della pensione più alto perché il montante dei maggiori contributi versati lavorando di più, si spalma su un periodo più breve. Ma il grosso delle prestazioni oggi in arrivo ha una parte preponderante se non totale in regime retributivo per cui occorre fare i conti con i perentori limiti di età per l’accesso. Ed ecco quindi che i fondamentali della spesa pensionistica hanno indotto il riferimento alla speranza di vita anche per le pensioni retributive. Certo, lavorare fino a 67 anni è duro. Ma qual è l’alternativa per mantenere i conti in equilibrio mentre gli anziani aumentano con prestazioni più elevate mentre i pochi giovani che riescono a lavorare lo fanno con salari poveri e pagano contributi sempre più bassi, quando non sono in nero? L’alternativa è quella di tagliare le pensioni in essere e/o aumentare l’aliquota contributiva a carico della produzione, che oggi sta a un terzo del costo del lavoro, il 33 per cento. Già nel 1995 una operazione del genere non era praticabile. Di qui la grande riforma con l’introduzione del sistema contributivo.

L’Europa

Come previsto dalla riforma Dini ventidue anni fa, questi sono gli anni di maggiore incidenza della spesa per pensioni sul prodotto interno. Siamo al 15,5% del Pil. A legislazione vigente allora si prevedeva arrivasse al 16%, per poi calare lentamente. Ma già adesso il peso sul PIL è il più alto dell’Europa a 15 dopo la Grecia dov’è al 17%. La Germania sta al 12 per cento. La media UE intorno al 14,5 per cento. Francia, Austria e Portogallo sfiorano il 15%.

Da noi l’età pensionabile arriverà a 67 anni, e non per tutti con le regole attuali (lavori usuranti e non solo). Ma già oggi, a 66,7 anni, è la più elevata nei paesi Ocse. Solo in Israele gli uomini vanno a 67 anni. In Germania a 65,4 anni, in Francia a 62 anni, in Uk a 65 anni come nella maggior parte degli altri paesi. Media Ue 64,4 anni, uno in meno le donne. Media Ocse è 64,9 anni gli uomini, 63,7 le donne. Questo confronto è utile, ma poco illuminante perche nessuno di questi paesi ha avuto la nostra storia previdenziale, il nostro debito pubblico, la nostra disoccupazione giovanile che condiziona il finanziamento del sistema. Ad esempio la Germania con un debito pubblico sostenibile ha puntato sul valore aggiunto della tecnologia, sugli alti salari tali da finanziare la spesa pubblica e la previdenza, su ammortizzatori sociali efficienti, sull’occupazione dei giovani pur con una fascia notevole di precariato che però non è esente da tasse e contributi.

Le misure, i correttivi

L’età pensionabile. Nel 2013 i demografi dell’Istat prevedevano che il 65enne che andava in pensione campasse fino a 85 anni e 2 mesi e quindi l’Inps gli avrebbe pagato l’assegno di vecchiaia per venti anni e 2 mesi. Ma oggi i tassi di mortalità sono stati aggiornati registrando per il 2016 un miglioramento della salute degli anziani che li fa stare in vita cinque mesi in più. Ovvero cinque mesi in più di versamenti Inps nel loro conto corrente. E allora è scattato lo stabilizzatore automatico della spesa pensionistica, che assorbe questo incremento ritardando di cinque mesi il pensionamento.

Il requisito anagrafico per la quiescenza per vecchiaia sale da 66 anni e 7 mesi a 67 anni iniziando dal 2019. Per le pensioni di anzianità a prescindere dall’età, il requisito contributivo sale da 42 anni e 10 mesi a 43 anni e 3 mesi per gli uomini, un anno in meno per le donne. Lo stabilizzatore automatico previsto dalla riforma Dini e introdotto nel 2009 è l’aggancio dell’età pensionabile alla speranza di vita, che rende il sistema indipendente dalle variazioni demografiche.

Cinque mesi in più. Una tragedia. Governo ladro! Per 175 mila persone nate nel 1952-1954, lasciare il lavoro a ottobre del 2019 invece che a maggio non si direbbe una sanguinosa piaga sociale. E infatti per i galoppini elettorali il punto non sta nei cinque mesi, ma nello stabilizzatore demografico. “Finirà che in pensione non ci andremo mai”. Dobbiamo dire che il segnalatore dell’Istat probabilmente lavora sulle medie per l’intera popolazione lavoratrice assistita dall’INPS, all’interno della quale ci sono differenze notevoli. Per certe mansioni lavorative effettivamente la speranza di vita è inferiore alla media. Una media che ha avuto nel 2015 un calo con una premorienza che alcuni osservatori attribuiscono alla campagna dei grillini contro le vaccinazioni.

Un correttivo c’è: i lavori usuranti sono esenti dall’aggancio alla speranza di vita e vanno in pensione con almeno 35 anni di contributi. Si tratta di quattro tipologie: Lavori particolarmente pesanti, lavori notturni, lavori alla catena di montaggio, conducenti di veicoli pesanti. All’interno di queste tipologie, elenchi delle varie mansioni interessate. Probabilmente si dovrà aggiornare questo elenco che risale al 2011.

Elezioni in vista, in ballo 141 miliardi

Vogliamo sperare che l’uscita del PD per sospendere l’adeguamento automatico si riferisca davvero – come dice il ministro Martina insieme a tutte le anime del suo partito – alla necessità di distinguere tra chi muore prima e chi muore dopo. Il problema è che da questi signori – opposizione compresa – non abbiamo sentito una parola che confermasse la necessità di mettere in sicurezza il sistema previdenziale rispetto all’invecchiamento della popolazione. Inoltre, a seguito di vari correttivi già introdotti, l’età effettiva di pensionamento degli italiani è di poco superiore ai 62 anni.

Le truppe d’assalto elettorali si stanno schierando per assediare la ricca fortezza previdenziale. I comandanti sperano di strappare per i loro elettori-clientes almeno la fine dell’automatismo sull’età, dimenticando che c’è un problema drammatico di sopravvivenza per un numero insopportabile di pensionati. Dimenticando la tragedia vera degli attuali giovani che a legislazione vigente a 75 anni prenderanno una pensione al di sotto dell’assegno sociale.

Il nostro sistema è in equilibrio. Un equilibrio delicatissimo, perché abbiamo per 1,5 persone che prendono la pensione, 2,2 lavoratori attivi che la sostengono con i loro contributi. La scienza economica chiede 1 pensionato ogni 3 lavoratori. Tuttavia nel 2016 l’Inps ha aumentato in un anno le entrate contributive del 2,7 per cento grazie agli immigrati, e ridotto le uscite per pensioni dello 0,3 per cento. 220,5 miliardi in entrate da contributi, 250,3 miliardi di euro in uscita per pensioni. Deficit sopportabile.

Ma che cosa accadrebbe se Renzi, Berlusconi, Grillo e Salvini nel nuovo Parlamento facessero saltare lo stabilizzatore automatico? Lo spiega il presidente dell’Inps Tito Boeri, che è un economista di rango. Grazie a questo meccanismo “i nostri conti previdenziali restano in equilibrio, sempre che a qualcuno non venga la sciagurata idea di intervenire sugli stessi. Adesso non si capisce per quale ragione da quest’anno dovremmo bloccarlo, rischiando peraltro di corrompere tutto il meccanismo. Questo mancato aggiustamento – ha sottolineato il presidente dell’Inps – avrebbe dei costi elevatissimi perché a quel punto anche la longevità sarebbe un problema per il nostro sistema pensionistico”.

Secondo Boeri bloccare a 67 anni l’età pensionabile dal 2021 in avanti costerebbe 141 miliardi di spesa in più da qui al 2035, quasi interamente destinati a tradursi in aumento del debito pensionistico implicito, dato che l’uscita prima del previsto non verrebbe compensata, se non in minima parte, da riduzioni dell’importo delle pensioni