La speranza dell’Aquarius bloccata

Fondata tre anni fa in Germania dal capitano della marina mercantile Klaus Vogel e dall’antropologa francese Sophie Beau, SOS Mediterranee è stata la flotta umanitaria che ha solcato con le sue imbarcazioni di salvataggio un mare divenuto una fossa comune. L’organizzazione di Klaus Vogel ha soccorso ad oggi 29.523 persone in 230 operazioni. La nave Aquarius è bloccata per mancanza di registrazione a Marsiglia: l’Italia, per non gestire gli arrivi, ha fatto di tutto, e ci è riuscita, perché le fosse ritirata dapprima la bandiera di Gibilterra (in agosto) e, subito dopo, anche quella di Panama.

L’ultimo vessillo civile umanitario del Mediterraneo centrale è alla fonda nel porto di Marsiglia senza insegne, e anche le organizzazioni sorelle, SOS Mediterranee Francia, Svizzera, Italia e Spagna, sono impotenti. Migliaia di cittadini del Nord Europa si sono messi in azione per far riprendere il largo all’Aquarius. Manifestazioni, coinvolgimento di alte istituzioni accademiche, come la Max Plank Society, e una petizione che difficilmente, per numero di adesioni già ad oggi, potrà essere ignorata. Nel giro di quattro giorni la lettera agli Stati d’Europa lanciata da SOS Mediterranee e dai partner operativi di Medici senza Frontiere ha raggiunto già 150.000 firme. Sul piano tecnico dimostra come sia in atto una violazione da parte dell’Europa del diritto internazionale marittimo.

L’obbligo di soccorrere in mare, dice la petizione, ha la precedenza su ogni considerazione politica, in base alla legge. Dal 15 al 19 giugno 2019 si terrà a Vancouver, in Canada, il congresso mondiale del soccorso marittimo. L’obiettivo cui stanno lavorando i giuristi del comitato scientifico è dare una risposta a ciò che sta accadendo in Europa alla luce della legge. “Bisogna tornare a ricordarsi – afferma il documento preparatorio – che il salvataggio di persone in difficoltà è un dovere per chiunque si trovi in mare. Questo si applica sia in acque nazionali che internazionali, e senza alcun riguardo per lo status legale delle persone in difficoltà o per le circostanze in cui vengono avvistate”.

La parola “difficoltà”, secondo la giurisprudenza mondiale, va intesa secondo il senso comune, come grave e imminente pericolo, in base alla convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio in mare, la SAR. A cinque anni dall’annegamento di 360 rifugiati al largo di Lampedusa, il 3 ottobre 2013, si può osservare come gli Stati d’Europa infrangano la legge. L’Aquarius è stata al centro di una campagna denigratoria e di boicottaggio, altre vite sono andate perdute alle porte d’Europa. La petizione chiede tre cose: che l’Europa prenda tutte le misure necessarie per far nuovamente salpare l’ultima nave umanitaria rimasta attiva permettendole di svolgere la sua missione di salvataggio; il rispetto dell’obbligo assoluto di assistere le persone in difficoltà nel mare; un’assunzione di responsabilità, una volta per tutte, nell’approvare un vero modello di salvataggio nel Mediterraneo.

Oggi, chiusa l’operazione Mare Nostrum, non c’è alcun sistema operativo integrato per depositare i sopravvissuti in un porto sicuro. Dopo le manifestazioni del 6 ottobre, altre sono in preparazione. A Berlino, Parigi, Marsiglia, Lione, Nantes, Grenoble e Saint-Étienne migliaia di persone si sono radunate indossando giubbotti di salvataggio e depositando le firme nelle municipalità.

Il colpo di scena potrebbe arrivare da un Paese che non ha il mare e non fa parte dell’Unione Europea. Un gruppo di deputati e di personalità svizzere hanno chiesto al governo elvetico di dare con urgenza una bandiera umanitaria all’Aquarius. Nicolas Morel, un cittadino del Canton Vaud, ha depositato il 9 ottobre la richiesta al Consiglio Federale a Berna. E’ vero, la Svizzera non ha una marina militare, ma ne ha una civile che ha onorato nella storia la tradizione elvetica, ed è stata un faro dei diritti umani.  Battendo bandiera svizzera durante la seconda guerra mondiale le navi della Croce Rossa trasportarono tonnellate di beni per aiutare le vittime della guerra. Potrebbe essere impugnato l’articolo 35 della legge marittima federale, che permette in circostanze straordinarie di accordare una bandiera umanitaria elvetica per missioni umanitarie, come accadde in passato per salvare i perseguitati ebrei e far arrivare aiuti in vari porti.

Tra i promotori della richiesta al governo tre deputati di partiti diversi, al governo o all’opposizione: la socialista Ada Marra, il cristiano-democratico Guillame Barazzone e il radicale Kurt Fluri. Hanno aderito anche personalità della cultura, come l’ex presidente del tribunale penale internazionale de L’Aia, Carla Del Ponte, il premio Nobel 2017 per la chimica Jacques Dubochet e Markus Imhof, regista scelto nell’agosto scorso a rappresentare la Confederazione Elvetica agli Oscar 2019 con il suo documentario sui rifugiati “Eldorado”. A novembre la decisione.

Giovedì 18 ottobre il capitano Klaus Vogel è stato invitato a Göttingen, in Germania, dalla Max Planck Society a tenere una conferenza su “Il messaggio dell’Aquarius. SOS Mediterranee e la difesa dei valori della solidarietà”. Dall’inizio dell’anno sono 1250 le persone annegate nel tentativo di attraversare il Mediterraneo ma non tutti gli annegamenti hanno testimoni o registrazioni di morte. Intanto la guardia costiera libica intercetta un numero crescente di profughi in mare e li porta nei centri di detenzione. Uno alla volta, i vessilli umanitari sono stati ammainati o per varie, stringenti ragioni non sono più operativi nel Mediterraneo: la Golfo Azzurro di Proactiva Open Arms, catalana, la Iuventa di Berlino, la Phoenix del MOAS, stazione al largo di aiuto ai migranti (MOAS, di Malta), la tedesca Sea Watch, assieme alla Sea Eye, alla Seefuchs e alla Sea Fox di Ratisbona e, infine, la Vos Hestia della britannica Save The Children. In bilico resta l’Aquarius di Klaus Vogel, in attesa che uno Stato si faccia avanti e conceda una bandiera. Rifarle prendere il mare può significare molto.