La soluzione alla crisi
del virus non passa
dalle Banche centrali

coronavirus, crisiPochi si aspettavano una mossa così rapida e aggressiva. Quando nel primo pomeriggio di martedì i monitor dei media e degli operatori di mezzo mondo hanno lampeggiato per la notizia che la Federal Reserve, a sorpresa, ha tagliato di mezzo punto i tassi d’interesse sui Fed funds – portandoli a un intervallo compreso tra l’1% e l’1,5% – si è capito che la crisi economica innescata dall’epidemia internazionale di Coronavirus ha fatto scattare il massimo allerta nelle principali banche centrali del mondo. E che i preannunci di disponibilità ad agire inviati nelle ore precedenti dallo stesso presidente della banca centrale Usa, Powell, e dai suoi omologhi di Bce, Lagarde, e della Bank of Japan, Kuroda, erano tutt’altro che formali. Anche in considerazione delle ultime previsioni Ocse secondo le quali la crisi potrebbe dimezzare la crescita mondiale, portandola a 1,5% nel 2020 rispetto al 2,9% finora previsto, appiattendo a zero quella italiana.

Segnali importanti che, tuttavia non riescono a cancellare i crescenti dubbi sulla scarsa utilità della politica monetaria in una situazione di crisi molto peculiare, come dimostra anche la prima reazione, tutta al ribasso, della Borsa di Wall Street al taglio della Fed. Secondo molti economisti, la crisi da Coronavirus costituisce infatti uno shock da offerta sull’economia, viste le forzate quarantene ai lavoratori di mezzo mondo con la chiusura di molte fabbriche importanti in Cina, da Apple a Toyota. Un taglio del costo del denaro, dunque, non ha molto senso per fronteggiare un problema di questo tipo, né per rianimare consumatori impauriti. La pensa così anche il vicegovernatore della Banca d’Inghilterra Jon Cunliffe, secondo il quale dal momento che questa crisi “è un puro shock da offerta, non c’è molto che noi (banchieri centrali) possiamo fare”.

Le politiche monetarie espansive possono certamente cercare di tranquillizzare i mercati, specialmente dopo una settimana nera come quella scorsa, con l’indice S&P 500, il più ampio della Borsa Usa, che ha accusato il peggior ribasso dal 2008 (-11,5%). Ma non è affatto chiaro se le munizioni delle banche centrali siano quelle appropriate. Rendere il denaro meno caro, ipotizzando che tale misura farà ripartire l’economia, ha poco senso per riavviare una fabbrica priva temporaneamente di personale. Né tassi più bassi possono fare molto per far tornare i turisti nelle nostre località turistiche o per incoraggiarli a volare di più, salvando così le compagnie aeree. A parità di rischi, insomma, la soluzione non può che essere diversa da quella con cui nel 2008 si salvò l’economia mondiale inondando i mercati di liquidità.

A complicare le cose, inoltre, c’è l’asimmetria nello scenario dei tassi mondiali. Da un lato, la Federal Reserve ha potuto tagliare il costo del denaro perché partiva da una situazione di tassi positivi laddove in Europa e in Giappone i tassi sono ancora in larga parte negativi con margini di manovra estremamente ridotti. Sul mercato – e questa è invece una preoccupante analogia con la crisi del 2008 – i  rischi finanziari minacciano di aggravare qualsiasi rallentamento dell’economia reale. Basti ricordare che a livello globale nel 2019 le aziende dovevano rimborsare nel tempo 13,5 mila miliardi di dollari in obbligazioni detenute dagli investitori: un massimo storico. Con l’aggravante che la metà delle obbligazioni societarie emesse lo scorso anno hanno una valutazione appena superiore a quella di junk, spazzatura. Se dunque aziende indebitate dovessero non riuscire a rimborsare le loro obbligazioni a causa delle chiusure aziendali innescate dal Coronavirus potrebbero rischiare di fallire, trasferendo colossali perdite ai risparmiatori e trasmettendo onde di crisi al sistema finanziario in modi inaspettati. Va anche detto, però, che oggi le banche internazionali si trovano in una condizione decisamente migliore rispetto al 2008, grazie agli accantonamenti prudenziali effettuati dopo quella crisi.

Cosa fare, allora? L’arma migliore per arginare la crisi economica del Coronavirus va cercata altrove, dando spazio agli investimenti in deficit e a politiche fiscali appropriate. Se ne stanno rendendo conto anche i ministri finanziari del G7 che, nella teleconferenza d’emergenza svoltasi martedì hanno riaffermato l’impegno a usare “tutti gli strumenti di policy più adeguati per una crescita forte e sostenibile e contro i rischi al ribasso” dicendosi “pronti ad adottare misure, anche di bilancio, se necessario, per aiutare la risposta al virus e sostenere l’economia in questa fase”. Un’altra stagione di politiche keynesiane, insomma, potrebbe riaprirsi a breve e sarebbe meglio non farsi trovare impreparati in Europa.